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Storia

GAP: memorie e protagonisti del patriottismo rivoluzionario

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Pietro Nenni

“Tutti insieme ci ricolleghiamo alla tradizione Garibaldina perché rappresentiamo le stesse forze di progresso che un secolo fa si unirono a Garibaldi”

Fu con queste parole che il socialista Pietro Nenni volle specificare la natura del Fronte democratico popolare in un discorso di apertura della campagna elettorale tenuto a Milano il 14 Marzo 1948. In quel contesto segnato dalle difficoltà del dopoguerra, lo spirito repubblicano e socialista era il naturale complemento dell’ideale patriottico che aveva animato la lotta partigiana contro il nazifascismo. Il Fronte democratico popolare, ovvero l’alleanza politico-elettorale dei comunisti e socialisti per le elezioni del ’47 e del ’48, aveva come simbolo l’effige di Garibaldi rivendicando in questo modo la continuità ideologico-spirituale tra le camicie rosse e il “Blocco del popolo” che si presentava alle elezioni. Il PCI, dal canto suo, aveva organizzato le Brigate Garibaldi dal cui comando generale nacquero i GAP, ovvero i gruppi di azione patriottica, unità partigiane che erano destinate a svolgere azioni militari di sabotaggio e attentati contro le forze occupanti. I GAP romani (tra cui Carlo Salinari e Carla Capponi), in particolare, diventarono famosi per l’attentato di Via Rasella, in cui  persero la vita trentatré soldati tedeschi, e che causò la rappresaglia nazista con l’eccidio delle Fosse Ardeatine. L’immaginario della sinistra dell’epoca era fortemente pervaso da un’idea patriottica che era tanto distante dallo sciovinismo nazionalista, quanto lontano dalle influenze di orbita occidentale. La storiografia comunista ha definito la Resistenza come il “Secondo Risorgimento” per il suo forte contenuto simbolico e per la necessità di dare una fisionomia autonoma alla lotta di indipendenza nazionale che, in un paese diviso e colto dall’imminente sconfitta nella seconda guerra mondiale, non poteva non essere la base fondamentale di riscatto nazionale dopo il ventennio e contro l’idea di Patria che veniva veicolata dal fascismo. Le riluttanze ideologiche, tuttavia nelle file del PCI, rispetto alla rievocazione del termine patriottismo nelle unità partigiane non mancarono, infatti come ebbe a dire la partigiana Carla Capponi del reparto “Carlo Pisacane”: “Quando il partito ci diede il nome GAP, qualcuno di noi chiese che “gruppi di azione patriottica” venisse cambiato in “gruppi di azione partigiana”. Era una forma di settarismo. Quel patriottica ci sembrava nazionalismo, volevamo una definizione più di classe, più rivoluzionaria. Però ci convincemmo: la nostra era una guerra di liberazione nazionale, e la combattevano tutti. Era una riaffermazione del vero patriottismo, dell’unità popolare”. A fronte di alcune resistenze di ordine psicologico/ideologico, d’altro canto era prevalente una impostazione che riteneva indispensabile rivendicare la difesa della patria e un concetto progressivo di patriottismo come elemento di sodalizio nazionale delle forze social-comuniste. Non solo Nenni, dunque, ma anche protagonisti assoluti della Resistenza come Palmiro Togliatti, Lelio Basso, Concetto Marchesi e in particolare Pietro Secchia facevano propria l’idea patriottica di liberazione nazionale contro le forze reazionarie, con il preciso intento di sottolineare le differenze con il nazionalismo aggressivo e di rimarcare la complementarietà tra il sentimento nazionale e l’internazionalismo.

L’idea di emancipazione dei popoli e di indipendenza nazionale, d’altronde, promanavano già dalle tesi leniniste sulla questione coloniale, in cui si asseriva la necessità di sostenere tutti i movimenti di indipendenza nazionale contro il giogo coloniale delle forze imperialiste, e dalle idee sostenute da Friedrich Engels secondo cui l’indipendenza nazionale era la “condicio sine qua non” dell’internazionalismo socialista e della risoluzione in chiave socialista di ogni questione interna. La visione social-comunista di indipendenza nazionale, al netto delle possibili accuse di retorica propagandistica, si nutriva in effetti di un’idea di internazionalismo proletario visto come elemento ideologico di contrapposizione al nazionalismo e al cosmopolitismo borghese. Il socialista Lelio Basso, nell’ambito del cosiddetto Tribunale Russell (tribunale internazionale istituito al fine di svolgere inchieste relative ai crimini di guerra ) mise in evidenza il tema sottolineando che in assenza di indipendenza economica di fatto è annullata l’indipendenza politica di un paese e che in assenza di una politica economica indipendente dall’influenza dei grandi complessi multinazionali la vita economica e sociale di un paese è irrimediabilmente compromessa e sacrificata sull’altare degli interessi economici dei “patrioti del loro portafoglio” come ebbe a dire Togliatti con riferimento ai cartelli internazionali. Il patriottismo declinato in senso difensivo, come rivendicazione di possesso delle proprie risorse produttive, come esplicitazione della capacità di autodeterminazione dei popoli, come applicazione dell’internazionalismo e quindi come espressione delle particolarità e delle tradizioni di ciascun popolo e come difesa dalle aggressioni imperialiste, fu senza dubbio la linea guida dei partiti socialisti e comunisti che presero parte alla lotta contro l’hitlerismo e la RSI e, benché con alcune differenze dottrinarie, fu il lume ispiratore di altre formazione partigiane, come le Brigate Mazzini, che rispondevano al Partito Repubblicano e a “Giustizia e libertà” in modo prevalente. Il partigiano siciliano, Pompeo Colajanni, nome di battaglia “Nicola Barbato” descrive il legame sentimentale tra Resistenza, Fasci siciliani dei lavoratori e Risorgimento siciliano in questi termini: “Portai il nome di Nicola Barbato nel fuoco della lotta liberatrice perché essa costituiva un tramite tra la Sicilia e la Nazione in lotta per la libertà, tra il Risorgimento e la Resistenza collegati dal grande moto popolare dei fasci dei lavoratori non solo cronologicamente.”

«I partigiani del Sud vengono da lotte antiche, sono i nipoti dei “picciotti” e gli eredi dei La Masa, e dei Corrao […] dei carbonari e dei giacobini della repubblica partenopea, eredi, ma anche vendicatori degli uomini del glorioso gennaio 1848, delle squadre contadine poi deluse e tradite dalla conquista regia dei fasci siciliani, che posero in termini moderni l’antica rivendicazione dei vespri: “buon governo e libertà”.

Nelle parole di Colajanni riecheggia il riferimento al Risorgimento siciliano e ai suoi protagonisti: il generale La Masa e Giovanni Corrao furono non solo protagonisti assoluti delle vicende siciliane del ’48, ma ebbero un ruolo fondamentale per il successo della spedizione dei mille e nella influenza politica delle masse. Giovanni Corrao, in particolare, era un popolano carismatico di notevoli doti militari che seguì Garibaldi sia nel 1860 che nel ’62 in occasione della sventurata spedizione dell’Aspromonte che, presentandosi al grido “O Roma o morte!”, venne frenata dall’esercito piemontese. In questa occasione, il Corrao aveva rinunciato alla divisa da colonnello dell’esercito piemontese per la sua avversione nei confronti delle politiche sabaude nei confronti della Sicilia e per assecondare la sua indole da democratico, radicale e repubblicano che non poteva rimanere sorda alla nuova chiamata alle armi del generale nizzardo per la liberazione di Roma dal Papa e dai francesi. Dopo il fallimento della spedizione garibaldina, Corrao tornò a Palermo dove mantenne attivi 400 dei suoi “picciotti” che l’avevano seguito sull’Aspromonte. Le sue intenzioni di ritorno in armi furono esplicitate in una lettera a Crispi dove scrisse che era pronto ad entrare in azione nel caso in cui “Garibaldi e i suoi si mettessero sul banco per essere processati”. Tuttavia, la sua coerenza ideologica, la sua tenuta morale nonché la sua capacità carismatica d’influenza sugli ambienti popolari e radicali, non potevano non essere invisi allo Stato sabaudo. Morì in un agguato nel 1863 e la documentazione relativa agli atti istruttori dell’inchiesta scomparve dagli archivi del Tribunale di Palermo, anche se secondo una tesi storiografica, supportata dalla testimonianza del compagno d’armi Edoardo Pantano, l’omicidio si dovette a una collusione tra la polizia e gli ambienti mafiosi che avevano colto perfettamente i rapporti di forza instauratosi dopo l’unificazione accomodandosi dalla parte governativa. Lo spirito laico-rivoluzionario del garibaldinismo di cui Corrao era uno dei massimi esponenti, ci testimonia l’origine risorgimentale della storia del patriottismo di sinistra che, tuttavia, venne ben presto rimpiazzato dal nazionalismo nascente dello Stato liberale e dalle missioni coloniali dell’ex repubblicano Francesco Crispi. Felice Cavallotti, poeta garibaldino e co-fondatore dell’estrema sinistra storica insieme ad Agostino Bertani, commenterà in questo modo il trasformismo di molti democratici: “Quando io parlo di democrazia, ossia del grande partito popolare che ebbe da Mazzini l’idea, da Garibaldi il metodo e dalla coscienza insorgente delle classi diseredate il sentimento dei bisogni nuovi, non mi occupo e non parlo della combriccola che ha trovato comodo aggrapparsi a quel nome per ammantare puerili ambizioni o per nascondere pudicamente connubi”.

Il rapporto di continuità simbolica ed ideologica tra i patrioti del Risorgimento e i partigiani della Resistenza fu un “leitmotiv” ricorrente tra i dirigenti e gli storici comunisti. In particolare con il costituente e senatore del PCI, Pietro Secchia il quale, oltre a mettere in evidenza la forte vocazione sociale dei protagonisti del Risorgimento, era altresì assertore di un patriottismo popolare contrapposto al nazionalismo borghese, e perciò, internazionalista: “Il nostro internazionalismo allarga e rafforza il sentimento nazionale perché unisce tutti i popoli che lottando per la pace lottano per conservare la loro libertà, la loro indipendenza o per conquistarla completamente.”[1]Tale impostazione venne ulteriormente ribadita da Togliatti che rivendicava il fatto che il terreno nazionale fosse la base per la lotta di emancipazione sociale e per la solidarietà internazionale tra i lavoratori. Se, dunque, i comunisti insistevano sul concetto di patriottismo accordato all’internazionalismo proletario, i socialisti d’altro canto rafforzavano l’idea del patriottismo come sinonimo della libertà dei popoli nella lotta sia contro il “cosmopolitismo borghese” sia contro il nazionalismo espansionista. Carlo Rosselli, antifascista e teorico del socialismo liberale e di un’idea socialistica non necessariamente imparentata col marxismo, nonché custode dell’idea mazziniana di patriottismo tendente all’umanità, era d’altro canto fervido oppositore del nazionalismo che aveva trasfigurato il Risorgimento e i suoi protagonisti per ragioni propagandistiche, rievocando un concetto originale di internazionalismo che “per esistere deve salire dal basso verso l’alto, farsi positivo, vivere prima nella personalità singola, nella classe, nella patria”[2]. La coesistenza di diverse anime del CLN nella lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, naturalmente aveva dato luogo a rivalità e a tentativi di egemonizzazione dell’esperienza resistenziale in modo particolare dal Pci le cui brigate furono di fatto le più numerose e militarizzate. Il responsabile militare del Pci in Piemonte, Remo Scappini disse a tal proposito: “Senza esitazioni condurre immediatamente una lotta spietata contro i tedeschi e i fascisti […] facendo del nostro partito il fattore predominante nella lotta per la liberazione dell’Italia da tutti i nemici stranieri e nostrani, assicurando al partito e alla classe operaia un ruolo decisivo nel futuro riordinamento politico e sociale del paese.”[3]. Il patriottismo veniva dunque declinato in un’ottica difensiva, ovvero di difesa delle tradizioni popolari e del lavoro, dall’idea amorfa di espansione del dominio imperialista e dalle corporazioni internazionali le quali, come disse il presidente cileno Salvador Allende nel 1972, “per le loro attività non rispondono a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di nessun Parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l’interesse collettivo”.

Il patriottismo nella sua versione democratica  e nelle sue applicazioni eterogenee, quindi, si presentava non solo come propulsore necessario per un sentimento collettivo di aspirazione alla libertà nazionale contro il nazifascismo, ma come rivendicazione di conflitto contro gli squilibri di potere prodotti dalla prevaricazione degli interessi monopolistici rispetto agli interessi della collettività. Dopo il ‘43, infatti, le attenzioni dell’opposizione social-comunista si concentrarono sui nuovi assetti geopolitici che vedevano protagoniste le forza anglo-americane interessate a fomentare tanto le spinte indipendentiste della Sicilia a seguito dello sbarco, quanto la “normalizzazione” dell’Italia all’interno dei nuovi disegni di egemonizzazione strategica dell’Europa in funzione antisovietica. Come sostiene lo storico Nicola Tranfaglia infatti: «Gli obiettivi immediati delle forze alleate in Sicilia furono dunque: a) mantenere l’ordine conservando nello stesso tempo buoni rapporti con la popolazione; b) ripristinare un tessuto sociale affidabile e conforme agli interessi anglo-americani, come si venivano delineando nel quadro strategico internazionale; c) stroncare le forze di sinistra prima di un loro troppo profondo radicamento sociale». A testimonianza di ciò, nel 1944, Girolamo Li Causi, partigiano e primo segretario del PCI siciliano, tenne un comizio a Villalba dove il dirigente comunista denunciò apertamente la funzione parassitaria dei gabellotti e la rete di connessione mafia-latifondo a difesa delle strutture agrarie preesistenti alla riforma del 1950 apertamente ostacolata dai settori conservatori dell’amministrazione americana. In tale occasione, il capomafia Calogero Vizzini si presentò con un bastone in mano al centro di Piazza Duomo dove si teneva il comizio con la presenza di un presidio di mafiosi davanti la sezione della Democrazia cristiana il cui segretario era Beniamino Farina nipote di Vizzini. Dopo le parole del dirigente comunista, si scatenò un agguato in cui lo stesso Li Causi rimase ferito al ginocchio da un colpo di pistola.

Girolamo Li Causi

Un altro partigiano siciliano delle Brigate Garibaldi, Placido Rizzotto, socialista, segretario della Camera del Lavoro di Corleone nonché dirigente delle lotte contadine contro il latifondo e le mafie, venne assassinato da un gruppo di mafiosi guidati da Luciano Liggio la sera del 10 Marzo 1948. Delitto che si inserisce nel mezzo di altri due assassini a danno del mezzadro socialista Epifanio Li Puma e del segretario della Camera del Lavoro di Camporeale Calogero Cangelosi.

Placido Rizzotto

In Sicilia, dunque, la “rivoluzione” era strettamente connessa alla risoluzione della questione meridionale e al superamento della tradizionale alleanza tra mafiosi gabellotti e aristocrazia latifondista che, di fatto, impedirono la modernizzazione democratica della Sicilia con il ferreo contributo dello Stato sabaudo, come avvenne in occasione della repressione dei fasci siciliani dei lavoratori nel 1894 già rievocati dal partigiano Colajanni che decise il nome di battaglia “Nicola Barbato” in onore di uno dei capi dei fasci siciliani. Se in Sicilia le lotte dei partigiani siciliani (Colajanni, Li Causi, Buttitta, ecc.) erano dirette a contrapporsi alle forze reazionarie-conservatrici nelle rivendicazioni contadine, in una visione complessiva dell’ordinamento Italiano, le forze progressive della Liberazione si ponevano come alfieri di una nuova costituzione sociale. L’attenzione dei costituenti del ’48, dunque, aveva ben inteso il monito espresso da Carlo Pisacane (“Che sia un Re, un Presidente, un Triumvirato a capo del governo, la schiavitù del popolo non cessa se non cambia costituzione sociale”) e il lavoro di rielaborazione etico-giuridica da essi espresso, fu focalizzato nell’obiettivo del superamento democratico delle preesistenti forme di Stato, e nel tentativo di coniugare l’uguaglianza sostanziale con i tradizionali diritti liberali.

Seppur con alterne fortune e coi limiti dell’esperienza Italiana, confinata entro i limiti di una sovranità incompiuta a causa dell’incombenza di organizzazioni internazionali (NATO e UE) che formalizzano l’istituzione di oligarchie economiche/politiche, sia attraverso le riforme elettorali-istituzionali, sia mediante politiche austeritarie/deflazionistiche, le vicende patriottiche dello “Stivale” ci consegnano un retaggio politico-ideologico tuttora valido e di universale applicazione in quelle guerre che sono asimmetriche per definizione: le guerre di liberazione. Nella febbrile ostentazione folkloristica “resistenziale” dei settori della sinistra liberal, ci si dimentica che la rinnovata dimensione democratica dello Stato sociale, poté realizzarsi solamente con l’idea fiduciosa di associazione tra lotta armata per l’indipendenza nazionale e rivendicazione economica e politica di massa, e non con la difesa astratta di principi formali o disapplicati. Se, dunque, il comunista siciliano, Concetto Marchesi, rievocava la sacralità della difesa della Patria, e la necessità di “costituire il popolo italiano”, sovviene spontanea la questione: in che misura i partiti di massa sono stati in grado di costituire il popolo italiano? In assenza di una risposta compiuta, è tuttavia ancora possibile la risposta positiva che Albert Camus riteneva implicita nella dimensione rivelatrice della rivolta: l’espressione di una frontiera dopo cui non è possibile stare sotto la sferza del padrone, una rivendicazione di integrità, una risposta combattente: «Una volta, e fu l’ultima al principio dell’estate, distribuirono trecento lire a ciascuno di noi. “Chi li manda questi soldi?” uno domandò. Il furiere rispose: “Non so, credo gli americani”. Quegli allora ribatté: “Non siamo al servizio degli americani”, e restituì i soldi. Alcuni lo imitarono.»[4]


[1] Discorso pronunciato a Foggia, il 30 novembre 1952, in occasione della campagna per il tesseramento e il reclutamento al partito, riportato in “Chi sono i comunisti. Partito e masse nella vita nazionale“, Mazzotta editore, 1977, p. 131

[2] Da «Giustizia e Libertà»: 18 gennaio 1935

[3] R. Scappini, “Considerazioni sulla situazione generale del Piemonte, 30 Settembre 1943“, in P. Secchia, “Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione“, cit., p. 122

[4] Angelo Del Boca, Dizionario del partigiano anonimo, “Storie della Resistenza”, Sellerio editore Palermo, cit., p. 59

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Economia Sport

Calcio: Super-League? “Created by the poor, stolen by the rich”

articolo di Pietro Salemi, Vice Presidente ESC

Il calcio è spesso specchio della nostra società. Se tutto è guidato da logiche di mercato e dalla massimizzazione dei profitti, non deve dunque stupire che anche il calcio abbia riprodotto, negli ultimi anni, una logica puramente aziendalistica. Non deve stupire neanche che in questo “gioco” del capitalismo predatorio, i grandi players globali legati a doppio filo a fondi speculativi e al mondo della finanza (nel calcio i “top club”), tendano a fagocitare le realtà di medie e piccole dimensioni, legate ancora ad una dimensione territorialmente circoscritta: anche nel calcio è in atto una sorta di lotta di classe dall’alto contro il basso. Diritti TV e sponsorizzazioni milionarie hanno acuito le disuguaglianze e i divari, rendendo, in buona sostanza, il pallone “meno rotondo”.

Infatti, se guardiamo all’albo d’oro della Serie A italiana, è facile scorgere un graduale processo di oligopolizzazione (invero, tendente negli ultimi anni ad un monopolio coincidente con quel gruppo di potere -non solo calcistico- chiamato Juventus sui campi da gioco ed EXOR sui panni da gioco della finanza). Raffrontando l’albo d’oro della Serie A nel periodo corrispondente al cd. “trentennio glorioso” (1945-1975), in cui il compromesso keynesiano rese possibile una graduale attuazione dei principi inscritti nella costituzione Repubblica, si scopre che in quel periodo lo scudetto fu vinto da ben 8 diverse squadre (Juventus 9 titoli, Milan e Inter 6, Fiorentina 2, Lazio, Cagliari e Bologna 1), corrispondenti a ben 6 città italiane, collocate, pur in maniera disomogenea, lungo tutto lo stivale. All’opposto, nelle ultime 3 decadi di pallone corrispondenti alla cd. “Seconda Repubblica”, in cui il compromessa keynesiano e l’economia mista furono sostituiti da una visione irenica della globalizzazione di matrice neoliberista, l’albo d’oro della Serie A accoglie solo 5 squadre: Juventus 14 titoli, Milan 7, Inter 5, Roma e Lazio 1. Le città che hanno potuto festeggiare uno scudetto si riducono a 3: Torino, Milano e Roma.

D’altronde, il drenaggio dal basso verso l’alto di potere calcistico è perfettamente rispecchiato dallo storico dei fatturati dei principali club europei. Nella comparazione ci aiuta la “Deloitte Football Money League”, ossi la classifica di club calcistici ordinata in base ai ricavi operativi. I dati di tale classifica sono disponibili dalla stagione 2004-2005. Al tempo la stessa vedeva in cima il Real Madrid (275,7 milioni di Euro), seguita da Manchester United (246,4 milioni di Euro) e Milan (234 milioni). Nella stagione in questione il divario tra il Real in prima posizione e la Lazio (che chiude la classifica in ventesima posizione con 83,1 milioni) è di “soli” 192,6 milioni di Euro. Guardando all’edizione 2018-2019 dell’entusiasmante “Deloitte Football Money League” si osserva come non solo i fatturati sono cresciuti in valore assoluto, ma è anche aumentato a dismisura il divario tra i club: la classifica è guidata dal Barcellona con 840,8 miliardi di Euro, seguita da Real Madrid (757.3) e Manchester United (711,5 milioni di Euro), e chiusa dal Napoli con 207,4 milioni di Euro. Il divario tra prima e ventesima ammonta, secondo la più recente classifica, a 633,4 milioni di Euro. Inutile argomentare oltre circa la sperequazione che ciò implica rispetto ai club di medie dimensioni o alle cd. “provinciali”.

In effetti, non serviva neanche questa dettagliata analisi per comprendere come il mondo del calcio, soprattutto nella sua evoluzione degli ultimi anni, era già diventato un gigantesco business in cui la dimensione umana, la sana competizione sportiva, la genuina passione dei tifosi sono divenuti ormai elementi accessori di contorno. Il calcio a stadi vuoti a cui ci siamo abituati durante la pandemia, non è che la conferma.

Tuttavia, il lancio di questa nuova super-Lega tra i top club più ricchi d’Europa segna uno scarto, un’accelerazione capace di segnare un prima e un dopo.

In questo “dopo”, non c’è alcuno spazio per la dimensione dei club medi o piccoli, per il calcio di provincia, per modelli virtuosi di crescita all’insegna della valorizzazione del patrimonio calcistico offerto dal proprio territorio di riferimento. L’ex ‘gioco più bello del mondo’ è ridotto a muscolare espressione economico-finanziaria: si parla  di un volume di affari pari a 7-8 miliardi di Euro l’anno da suddividere tra i 20 club partecipanti. E’ così che il colosso finanziario americano JP Morgan mette sul piatto circa 5 miliardi di dollari a copertura dell’iniziativa. Per chi non la conoscesse, JP Morgan risulta essere una delle principali banche d’affari responsabili di sottostimato, a proprio beneficio, i rischi che portarono crisi globale 2007-2008[1], generata dai derivati tossici e dai mutui subprime.

I club fondatori (15, secondo le previsioni) riceveranno già all’atto di adesione circa 1/2 miliardo di Euro e giocheranno questa competizione privata di diritto (rectius, di privilegio), a prescindere da qualsivoglia rendimento sportivo.

Vietati gli exploit degli outsider e i “miracoli sportivi”: niente più Leicester, Atalanta o Palermo dei tempi d’oro, o per andare più in là con gli anni, niente Cagliari di Riva, Verona di Bagnoli, o Samp di Vialli e Mancini. I campionati nazionali diventerebbero passerelle svuotate di significato e utilizzati per rodaggio, a mo’ di competizione per squadre B.

Gli stipendi dei calciatori della Super-lega raggiungeranno verosimilmente livelli inimmaginabili e incomparabili con le cifre di oggi (già folli). Le 15 squadre fondatrici si assicurerebbero così una posizione di esclusività e non contendibilità, anche rispetto ai 5 club che si qualificherebbero dalle competizioni nazionali: gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili, diceva una nota canzone di qualche anno fa.

Nonostante, questo progetto dei top club (che sembra già esecutivo) venga semplicisticamente accostato al modello statunitense dell’NBA, neanche nella patria del neoliberismo si arriva a tanto: sia pure per garantire spettacolo e competitività, nel caso NBA è fissato un salary cap e le modalità con cui si svolge il draft annuale garantiscono un certo effetto compensativo.

Ora, è anche ben possibile che lo strappo di queste ora sia stato segnato per strategia negoziale da parte dei top club al fine di ottenere una fetta di torta più ampia nella distribuzione dei budget e dei diritti TV da parte delle istituzioni del calcio. E’ anche plausibile che lo strappo venga ricucito per via diplomatica, procedendo ad ulteriori concessioni di favore rispetto agli interessi delle big. Tuttavia, ciò porterebbe, ancora una volta, ad un compromesso al ribasso rispetto ai valori dello sport e fair play: le pari condizioni di partenza e la contendibilità delle competizioni ne risulterebbero a fortiori pregiudicate da un ulteriore dose di doping finanziario.

Ciò offre anche l’occasione per riflettere sull’esempio che il calcio offre anche per le nostre società: la forbice delle disuguaglianze si amplia? Bene, invece di lavorare in senso perequativo, formalizziamo e istituzionalizziamo tali disuguaglianze in privilegi di diritto, sembrerebbero dire Florentino Pérez e soci. [Un po’ lo stesso retropensiero di chi, per curare i Mali della democrazia, tra il serio e il faceto, propone l’abolizione del suffragio universale]. Da questo punto di vista, la proposta della Super-League calcistica non rappresenta che la testa di ariete di un neoliberismo sempre più selvaggio, contraddistinto da delocalizzazione, finanziarizzazione e oligopolizzazione.

I soliti fedeli del pensiero unico e della Chiesa Mercatista, per non bestemmiare il dio denaro, faranno presto a dire che hanno tutto il diritto di farlo, che la grande qualità dello spettacolo offerto guiderà “come una mano invisibile” i tifosi verso una nuova normalità calcistica, che è giusto che, come ogni società di capitale, anche i Top club perseguano i propri interessi e la massimizzazione dei profitti.

Non essendo parrochiano della stessa chiesa, mi permetto di sostenere una visione forse romantica. Dovremmo intendere l’elenco dei club fondatori della Super-lega come una lista di proscrizione e procedere alla radiazione di questi club e dei loro dirigenti da tutte le competizioni, nazionali e internazionali, di ogni ordine e grado, per insanabile incompatibilità con i valori dello Sport.

Agli attuali miti del pallone multimilionario, mi piace contrapporre le leggende umane del calcio di provincia, come, ad esempio, Ezio Vendrame, calciatore, scrittore e poeta, genio e sregolatezza. Diversi sono gli aneddoti legati al “George Best italiano”, ex del Padova e della Lanerossi Vincenza. Particolarmente significativo nell’offrire la diversa dimensione di quel calcio anni ‘70, ancora a misura d’uomo, riguarda il tentativo da parte dell’Udinese (sua ex squadra) di comprare per 7 milioni di Lire una sua cattiva prestazione in Udinese-Padova. Il Padova, in cui militava Vendrame all’epoca, navigava economicamente in cattive acque e in quella stagione pagava i suoi giocatori al minimo sindacale di 22.000 Lire, così Vendrame inizialmente accettò la ghiotta proposta di vendersi la partita per una così lauta cifra (“avevo giocato male molte altre volte… e gratis”, racconterà anni dopo in una sua autobiografia ‘Se mi mandi in tribuna, godo’). Tuttavia, una volta entrato in campo, fu a tal punto irritato dai fischi ricevuti all’ingresso in campo dal suo vecchio pubblico friulano da cambiare idea, decidendo di “punire quel pubblico di ingrati”: Vendrame condusse il Padova alla vittoria per 3-2 con una sua doppietta di cui leggendario fu il secondo gol, segnato direttamente da calcio d’angolo: prima di tirare fece il gesto di soffiarsi il naso sulla bandierina del corner e indicò a gesti ai tifosi avversari che da lì avrebbe segnato direttamente, come puntualmente accadde.

Parafrasando Vendrame, “fanculo ai vostri milioni, viva le 22.000 lire”.


[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/07/usa-new-york-times-jp-morgan-sapeva-da-tempo-dei-rischi-sui-mutui/492802/

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Sociologia Politica

Sovranismo, Patria e Marxismo

articolo di Gery Bavetta, socio ESC

Quante volte abbiamo sentito dire che i concetti di Nazione e quello di Patria, la difesa dello Stato sovrano e dei confini, così come la salvaguardia della cultura e dell’identità di un popolo siano valori di destra?
Tale luogo comune assai radicato, in realtà poco o nulla ha che vedere con la teoria marxista-leninista, improntata anch’essa alla sovranità dello Stato,orientata parimente verso gli ideali di patria, lavoro, di cultura e di identità del popolo.
Chi sostiene il contrario a mio avviso, non ha mai aperto un libro di Marx o di Lenin, che spiegano ben altra cosa, ovvero che quando si parla di tutto ciò bisogna ragionare soprattutto in termini di classe sociale, capire cioè quale sia la classe sociale dominante nel momento in cui si parla di patria, nazione, popolo e sovranità, ovvero chi controlla politicamente il potere statale: la borghesia o il proletariato?

Spesso la classe sociale borghese fa leva sul nazionalismo e sul patriottismo per ricompattare le proprie forze nei momenti di crisi, ma lo fa solo ed esclusivamente nel proprio interesse di classe.

Stalin in  “Il Marxismo e la questione nazionale” uno dei suoi maggiori e importanti testi teorici fa riferimento a quello di cui stiamo parlando: “Stretta da tutte le parti, la borghesia della nazione oppressa si mette naturalmente in movimento. Essa fa appello ai fratelli del basso popolo e incomincia ad inneggiare alla «patria spacciando la propria causa particolare come causa di tutto il popolo. Essa recluta il suo esercito di compatrioti, nell’interesse della… patria. E il basso popolo non resta sempre sordo agli appelli e si raccoglie intorno alla bandiera della borghesia: le persecuzioni contro la borghesia opprimono anche il popolo e suscitano il suo malcontento. Così incomincia il movimento nazionale. La forza del movimento nazionale dipende dalla misura in cui vi partecipano i larghi strati della nazione, il proletariato e i contadini. Il proletariato si metterà o no sotto la bandiera del nazionalismo borghese, secondo il grado di sviluppo delle contraddizioni di classe, secondo la sua coscienza e organizzazione. Un proletariato cosciente ha la propria bandiera provata, e non ha motivo di mettersi sotto la bandiera della borghesia”.

Quello citato da Stalin, sarà ovviamente un movimento borghese affabulatore e al tempo stesso ingannatore delle masse lavoratrici, poiché non mira ai loro interessi e alle loro rivendicazioni, ma usa il nazionalismo per unire il proletariato sotto la bandiera della borghesia.
Al ricorrere delle predette condizioni, al di là dei proclami, non si perseguirà l’interesse di tutto il popolo ma quello esclusivo di una sola classe sociale, la grande borghesia, che farà leva sui sentimenti comuni per portare poi avanti, però, i soli propri obiettivi.

La lotta di classe deve necessariamente essere una lotta nazionale, unendo i proletari in un partito politico. Sebbene non lo sia per il contenuto, la forma che riveste la lotta dei proletari contro la borghesia è all’inizio nazionale. Il proletariato di ciascun paese deve sbrigarsela innanzitutto con la sua propria borghesia.(Marx ed Engels; Manifesto del Partito Comunista).

Ma per meglio comprendere l’importanza di uno “Stato sovrano” oggi, bisogna prima spiegare cosa sia lo “Stato” nell’analisi marxista-leninista.
Lo Stato per Marx non è altro che l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe sull’altra.
Fermiamoci un attimo ora; proviamo a capire cosa accade invece oggi nello scenario politico italiana.
I partiti di destra che in questa fase sono percepiti dall’elettorato come sovranisti e patriottici in Italia sono Fdl e con la leadership di Salvini (dopo l’abbandono almeno nei proclami ufficiali, delle vecchie aspirazioni secessioniste e le invettive contro il sud e i meridionali), parzialmente la Lega.
Entrambe le forze abusano di questi due termini, sovranismo e patria, mortificandoli finendoli per confinare a slogan, al fine di espandere il proprio consenso elettorale.

A un osservatore non superficiale però non potrà sfuggire come i loro, in realtà, non siano altro che “patriottismo” e “sovranismo” “di cartone: concetti cioè solo di facciata, legati più alla grande borghesia che non ai lavoratori italiani e ai ceti popolari, assai poco vicini alla difesa dei diritti sociali, di contro schierati dalla parte del capitale italiano e straniero.

Non per niente se da una parte infatti, tali forze non fanno nulla per contrastare le grandi manovre di delocalizzazione delle grandi aziende italiane o anche il banale trasferimento all’estero delle loro sedi legali e fiscali (per ottenere significativi risparmi in termini di manodopera e sopratutto nel secondo caso, di tassazione), non preoccupandosi che in Italia però una massa significativa di persone rimanga senza lavoro; dall’altra, queste stesse forze politiche, permettono alle multinazionali straniere di operare in Italia, non rispettando i diritti dei lavoratori e usufruendo spesso di tassazioni irrisorie, con una conseguente perdita significativa di gettito fiscale per il nostro Paese.

E’ evidente che tali forze non possano seriamente definirsi sovraniste o patriottiche, quando nei fatti contribuiscono alla svendita della propria nazione agli interessi del capitale (italiano o straniero che sia) o di organismi sovranazionali che rispecchiano ormai gli interessi delle élite finanziarie come l’Unione Europea o interessi egemonici militari e geopolitici di un ristretto novero di nazioni capeggiati dagli Usa come accade per la Nato.

Ipotizziamo ora che ci sia un partito di destra veramente sovranista, che anziché tutelare il capitale straniero tuteli quello italiano, la situazione anche in quel caso però cambierebbe di poco, perché i lavoratori sarebbero sempre e comunque schiacciati dalle stesse logiche borghesi. Se la proprietà di Amazon anziché essere statunitense fosse italiana, cambierebbe forse la situazione dei suoi dipendenti in Italia? Assai improbabile: il problema rimane sempre legato ai rapporti di dominio e di proprietà di una classe sociale sull’altra, a prescindere dalla nazionalità.

Il tema dello stato sovrano rimane perciò legato alla classe sociale che lo guida, ossia la borghesia o il proletariato. Ovvero, Elkan/Agnelli, oppure la compagine lavorativa della Fiat, Benetton o i quadri, gli ingegneri e gli operai delle sue aziende.
Ovviamente in questa fase storica è ancora il grande capitalismo a far da guida e a star vincendo il conflitto di classe, come disse W. Buffet , uno degli uomini più ricchi al mondo: “è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”.

La direzione politica di una o dell’altra classe sarà dunque fondamentale nella direzione di uno stato sovrano, socialista o capitalista.
Ora, la parola sovranità nazionale, per ritornare al concetto, dovrebbe essere una delle parole chiave di un partito comunista.
Quando un partito comunista disserta di sovranità nazionale, infatti, lo fa perché rivendica il ruolo dirigente, politico e rivoluzionario della classe lavoratrice che deve porsi politicamente alla guida dello stato sovrano per fare il socialismo: non è possibile fare il socialismo senza essere sovrani delle proprie politiche.

La differenza tra un sovranismo di destra e un sovranismo di sinistra sta dunque proprio nella classe sociale che ne guida i processi di costituzione.
Quando la destra si rifà alla sovranità nazionale, in realtà sta servendo un potere politico ed economico dominato dalla ricca borghesia nazionale ( o nazionalizzata sotto falsa veste, perché il capitale è oggi nei fatti assai internazionalizzato e globalizzato) e lo fa a discapito della classe lavoratrice nazionale che invece continuerà a rimanere sfruttata.
Marx ha affermato che: lo Stato non è un elemento neutrale rispetto alla lotta di classe, ma sarà lo strumento di dominio con cui una classe al potere ne opprime un altra.

In definitiva non basta uno stato sovrano per fare il socialismo, ma è altresì vero che non è possibile fare il socialismo senza uno stato sovrano.

Lo “stato sovrano nazionale borghese” dove la direzione politica è determinata dai capitalisti, non ha nulla a che vedere con lo “stato sovrano nazionale proletario” dove la direzione politica è dettata dalla classe lavoratrice.

Lanciando uno sguardo alla politica internazionale, quando osserviamo la Corea del Nord che esalta se stessa, in realtà sta esaltando lo Stato sovrano socialista e ciò non ha nulla a che vedere con i nazionalismi di destra, che sono ben altra cosa e che guardano a un processo di sfruttamento dove la borghesia è al potere. 

La prassi politica interna alla Corea del Nord seppur differente da quella che fu dell’Unione Sovietica, comunque non dovrà essere vista nell’ottica di una deviazione o di una visione alterata del marxismo-leninismo o di quei principi, bensì ne è la sua più naturale essenza, cioè quella di adattare la teoria rivoluzionaria alla prassi,ossia all’azione, esaltando in maniera positiva la difesa della patria dall’imperialismo e quello della propria cultura e dei diritti dei lavoratori a difesa dalla globalizzazione, salvaguardando i propri confini dal capitalismo e dalle ingerenze straniere: questo fa uno stato sovrano socialista.

Cuba per cambiare esempio, è uno stato sovrano nazionale, così come lo furono l’Unione Sovietica e i paesi del Socialismo reale.

All’interno di queste nazioni si tutelavano innanzitutto i diritti dei lavoratori dal capitalismo, ma si difendevano anche e sopratutto così come la propria lingua, la propria storia e cultura, ma contestualmente anche quelle delle proprie minoranze etniche e linguistiche .
Se osserviamo i processi storici dalla rivoluzione d’ottobre in avanti, abbiamo una serie di stati sovrani nazionali, che mirano a costruire il socialismo dentro la propria nazione e che puntano nella lotta contro il capitalismo su scala mondiale, unendosi e formando una collaborazione tra “stati sovrani”, che viene chiamato internazionalismo.

L’internazionalismo non ha nulla a che vedere con la globalizzazione, sono due concetti netti e contrapposti. L’internazionalismo punta infatti al rapporto di collaborazione tra nazioni, per cui è un rapporto “inter-nazionale”, che non può esistere appunto senza gli stati sovrani nazionali socialisti. L’internazionalismo comunista ambisce quindi ad avere un mondo unito in stati sovrani nazionali sotto la direzione politica della classe lavoratrice; la globalizzazione economica attuale, invece, non è altro che la visione “apparente” di un mondo cosmopolita sotto la direzione dei capitalisti e della grande finanza internazionale, che riducono tutto a merce e profitto, distruggendo il lavoro e i diritti sociali.

La conquista del potere politico per i lavoratori, attraverso il controllo dello Stato, in definitica è una condizione fondamentale e necessaria dentro un processo rivoluzionario che miri a costruire il socialismo.

Patriottismo e sovranismo sono, concludendo, concetti organici all’ideologia comunista: lasciare queste importanti questioni alle forze politiche borghesi significa non essere rivoluzionari, né tanto meno essere comunisti.

Come disse il CHE: “Patria o Muerte !!!”

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Economia Storia

Maastricht e tutto il resto

Articolo di Wynne Godley, ottobre 1992

segnalato da Valerio Macagnone, segretario ESC

Moltissime persone in Europa si sono rese conto improvvisamente di quanto il Trattato di Maastricht potrebbe interessare direttamente le loro vite e quanto poco ne conoscano i contenuti. La loro legittima ansia ha spinto Jacques Delors a fare una dichiarazione secondo la quale il punto di vista della gente comune, in futuro, dovrebbe essere consultato. Avrebbe potuto pensarci prima.
Sebbene io sostenga il passaggio verso l’integrazione politica in Europa, credo che le proposte di Maastricht, così come sono, presentino gravi carenze, e inoltre credo che la discussione pubblica di queste proposte sia stata curiosamente, se non quasi completamente, limitata. Con il rifiuto danese, il quasi rifiuto della Francia, e la sopravvivenza del meccanismo di cambio messa in questione a causa dei saccheggi da parte dei mercati valutari, credo sia giunto il momento di fare alcune riflessioni.

L’idea centrale del Trattato di Maastricht è che i Paesi della CE dovrebbero muoversi verso l’unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma qual è il resto della politica economica da approntare? Poiché il trattato non propone alcuna nuova istituzione eccetto quella di una banca europea, chi sponsorizza tale trattato probabilmente crede che non occorra fare di più. Ma questo sarebbe corretto solamente nel caso in cui le economie moderne fossero dei sistemi soggetti ad una auto-regolazione i quali, di conseguenza, non avrebbero assolutamente bisogno di alcuna gestione.
Sono spinto a concludere che tale punto di vista – cioè che le economie siano organismi che si auto-regolano e che quindi mai e in nessun caso ci sia la necessità di una gestione di quest’ultime – ha effettivamente determinato la modalità con la quale è stato inquadrato il Trattato di Maastricht. Stiamo parlando della visione estrema ed esplicita, che da qualche tempo costituisce la “saggezza convenzionale” in Europa (ma non negli Stati Uniti o in Giappone), per cui i governi non siano in grado di raggiungere, e quindi non dovrebbero cercare di raggiungere, nessuno dei tradizionali obiettivi di sviluppo di una politica economica, come ad esempio la crescita e la piena occupazione. Tutto ciò che si può legittimamente fare, secondo quel punto di vista, è controllare l’offerta della moneta e il pareggio del bilancio. C’è voluto un gruppo in gran parte composto da banchieri (il Comitato Delors), per giungere alla conclusione che una banca centrale indipendente è l’unica istituzione sovranazionale necessaria per gestire una Europa integrata e sovranazionale.
Ma c’è molto di più. Bisognerebbe sottolineare fin da subito che la creazione di una moneta unica in Europa, a queste condizioni, porrebbe fine alle sovranità dei suoi Stati membri e quindi al loro legittimo diritto di agire indipendentemente sulle rispettive questioni principali del proprio Paese.
Come l’onorevole Tim Congdon ha sostenuto in modo molto convincente, il potere di emettere la propria moneta, attraverso la propria banca centrale, è ciò che principalmente definisce l’indipendenza di una nazione. Se un Paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia. Quest’ultimi, ovviamente, non subiscono una svalutazione ma non hanno, allo stesso tempo, il potere di finanziare il proprio disavanzo attraverso la creazione di denaro, devono rispettare la regolamentazione imposta da un organo centrale per ottenere altri metodi di finanziamento e non possono cambiare i tassi di interesse. Dato che gli enti locali non sono, quindi, in possesso di nessuno degli strumenti di politica macroeconomica, la loro scelta politica è limitata a questioni minori e puramente enfatiche. Penso che quando Jacques Delors pone enfasi sul principio di ‘sussidiarietà’, in realtà vuol dire che ci sarà consentito prendere decisioni in merito a un “maggior numero” di questioni relativamente importanti, più di quanto avremmo mai potuto immaginare. Forse ci permetterà di avere i “cetrioli con i capelli ricci”, dopo tutto. Come saremo fortunati!
Quel governo dovrebbe anche determinare il punto fino a dove qualsiasi “buco” tra la spesa e la tassazione è finanziato facendo intervenire la banca centrale e quanto verrebbe finanziato mediante un prestito e a quali condizioni. Come i governi decidono circa le sopracitate (e altre) questioni e la qualità della leadership che possono implementare, renderà possibile, in interazione con le decisioni degli individui, delle imprese e degli stranieri, determinare per esempio: i tassi di interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione, il tasso di crescita e il tasso di disoccupazione. Il governo centrale di quello Stato sovrano potrà anche profondamente influenzare la distribuzione del reddito e della ricchezza, non solo tra individui ma anche tra intere regioni e assistere, si spera, quelle colpite dai cambiamenti strutturali.
Semplificare il discorso quando parliamo dell’uso dei suddetti strumenti è quasi impossibile e questo per via di tutte loro inter-dipendenze atte a promuovere il benessere di una nazione e a proteggerlo dagli attacchi di varia natura a cui sarà inevitabilmente sottoposto. Avrebbe difatti solo un significato limitato, per esempio, dire che i bilanci devono essere sempre in pareggio. Un bilancio in pareggio, per esempio con la  spesa e la tassazione entrambe al 40 per cento del PIL, avrebbe un impatto completamente diverso (e molto più espansivo) di un bilancio in pareggio al 10 per cento del PIL. Per farsi un’idea della complessità e dell’importanza delle decisioni macroeconomiche di un governo, uno potrebbe ad esempio domandarsi quale sia la proposta più adeguata circa la politica fiscale, monetaria e dei tassi di scambio di un Paese in procinto di produrre una grande quantità di petrolio e che deve confrontarsi con una quadruplicazione del prezzo del petrolio stesso. Sarebbe giusto non fare nulla? E non bisognerebbe mai dimenticare che nei periodi di crisi profonda, potrebbe anche essere adeguato per un governo centrale commettere un peccato contro lo Spirito Santo di tutte le banche centrali e invocare la ‘tassa da inflazione’ – deliberatamente appropriandosi di risorse riducendo, attraverso l’inflazione, il valore reale della ricchezza monetaria di una nazione. È stato, dopo tutto, per mezzo del tasso d’inflazione che Keynes propose di pagare la guerra.
Dico questo non per suggerire che la sovranità non dovrebbe essere ceduta per la nobile causa dell’integrazione europea, ma per affermare che se tutte le funzioni precedentemente descritte sono estranee ai singoli governi queste funzioni devono semplicemente essere assunte da qualche altra autorità. L’incredibile lacuna nel programma di Maastricht è che, sì contiene un progetto per l’istituzione e il modus operandi di una banca centrale indipendente ma, non esiste alcun progetto analogo, in termini comunitari, di un governo centrale. Eppure, ci dovrebbe semplicemente essere un sistema di istituzioni che soddisfi tutte quelle funzioni a livello comunitario e che sono attualmente esercitate dai governi centrali dei singoli Paesi membri.
La controparte per la rinuncia alla sovranità dovrebbe essere che le nazioni componenti dell’UE si costituiscano in una federazione a cui è affidata la loro sovranità. E il sistema federale, o di governo, come sarebbe meglio denominarlo, eserciterebbe tutte quelle funzioni, che ho brevemente descritto sopra, in relazione ai suoi Stati membri e con il mondo esterno.
Consideriamo due esempi importanti di ciò che un governo federale, responsabile di un bilancio federale, dovrebbe fare.
I Paesi europei sono attualmente bloccati in una grave recessione. Allo stato attuale, se consideriamo anche che le economie di Stati Uniti e Giappone stanno anch’esse vacillando, è molto poco chiaro quando avrà luogo un significativo recupero. Le responsabilità politiche di questa situazione stanno diventando evidenti. Tuttavia, l’interdipendenza delle economie europee è già così grande che nessun singolo Paese, con l’eccezione della Germania, si sente in grado di perseguire politiche espansive per proprio conto, perché ogni Paese che cercasse di espandersi dovrà presto confrontarsi con i vincoli di un bilancio dei pagamenti. La situazione attuale sta gridando ad alta voce per un rilancio economico coordinato, ma non esistono né le istituzioni, né un quadro di pensiero concordato che porterebbe a questo risultato, ovviamente, desiderabile. Si deve francamente riconoscere che se la depressione davvero volgesse al peggio – ad esempio, se il tasso di disoccupazione tornasse al 20-25 per cento degli anni Trenta – gli Stati membri dell’UE prima o poi eserciteranno il loro diritto sovrano di dichiarare il periodo di transizione verso un’integrazione, un disastro, e ricorreranno allo scambio reciproco di protezione e controlli – una economia di assedio, se vuoi. Ma questo equivarrebbe a un ritorno al periodo intercorso tra le due guerre.
Se ci fosse una vera unione economica e monetaria, dove il potere di agire in modo indipendente degli Stati membri fosse stato effettivamente abolito, una reflazione ‘coordinata’, di cui c’è così urgente bisogno ora, potrebbe solo essere intrapresa da un governo federale europeo. Senza tale governo, l’UEM impedirebbe un’azione efficace da parte dei singoli Paesi e non cercherebbe assolutamente di mettere a posto le cose.
Un altro ruolo importante che un governo centrale deve svolgere è quello di procurare una rete di sicurezza per il sostentamento delle regioni che si trovino in difficoltà a causa di problemi strutturali – a causa del declino di alcune industrie, per esempio, o a causa di qualche negativo cambiamento economico-demografico. Attualmente questo avviene nel corso naturale degli eventi, senza che nessuno se ne accorga, perché gli standard comuni dei servizi pubblici (per esempio, la sanità, l’istruzione, le pensioni e i sussidi per la disoccupazione) e un comune (si spera, progressivo) onere di tassazione sono entrambi generalmente istituiti da governi con sovranità monetaria. Di conseguenza, se una regione subisse un insolito grado di declino strutturale, il sistema fiscale genererebbe automaticamente i trasferimenti netti a favore di essa. In extremis, una regione che produrrebbe nulla non morirebbe di fame perché sarebbe titolare di pensioni, indennità di disoccupazione e il reddito dei dipendenti pubblici.

Ma cosa succederebbe, se un intero Paese – una potenziale ‘regione’, in una comunità completamente integrata – subisse una grave battuta d’arresto strutturale? Finché è uno Stato sovrano, potrebbe svalutare la propria moneta. Potrebbe quindi comunque implementare con successo politiche di piena occupazione se i cittadini accettassero il taglio necessario ai loro redditi reali. Con una unione economica e monetaria, questa strada sarebbe ovviamente sbarrata, e questa prospettiva sarebbe gravissima a meno che ci fosse la possibilità di adottare disposizioni federali di bilancio che abbiano una funzione redistributiva. Come è stato chiaramente riconosciuto nella relazione MacDougall, pubblicata nel 1977, ci deve essere un quid pro quo (controcambio) per abbandonare la possibilità di svalutare in termini di redistribuzione fiscale. Alcuni scrittori (come Samuel Brittan e Sir Douglas Hague) hanno fortemente suggerito che l’UEM, abolendo il problema della bilancia dei pagamenti nella sua forma attuale, risolverebbe davvero il problema, qualora esistesse, della persistente incapacità di competere con successo nei mercati mondiali. Ma, come il professor Martin Feldstein ha sottolineato in un importante articolo dell’Economist (13 giugno), questo argomento è alquanto pericoloso e sbagliato. Se un Paese o una regione non ha alcun potere di svalutare, e se questo Paese non è il beneficiario di un sistema di perequazione fiscale allora, un processo di declino cumulativo e terminale sarebbe inevitabile e condurrebbe, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà e fame. Sono d’accordo con la posizione di coloro (come Margaret Thatcher) che, di fronte a una perdita di sovranità, desiderano immediatamente scendere dal treno UEM (Unione Economica Monetaria). Simpatizzo anche con coloro che cercano l’integrazione europea ma, sotto la giurisdizione di una Costituzione federale, con un bilancio federale molto più grande di quello di un bilancio comunitario. Quello che trovo assolutamente sconcertante è la posizione di coloro che mirano a una unione economica e monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (a parte una nuova banca centrale), e che alzano con orrore le mani quando le parole ‘federale’ o ‘federalismo ‘ vengono pronunciate. Quest’ultima è la posizione attualmente adottata dal governo e dalla maggior parte di coloro che prendono parte alla discussione pubblica.


Fonte: Maastricht and All That di Wynne Godley articolo dell’ottobre 1992, Tradotto da Davide Provenzale

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Costituzione

Licenziamenti: la consulta dichiara incostituzionale la modifica dell’art. 18 della “Fornero”

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

La Corte Costituzionale è intervenuta con una recente pronuncia a dichiarare l’illegittimità della previsione normativa contenuta nell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, così come riformata dalla Legge Fornero (n. 90/2012). In particolare, la consulta ha rilevato l’incostituzionalità per violazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione, della parte della norma in cui si prevede una differente disciplina in materia di reintegra nell’ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo e le differenti fattispecie di licenziamento per giusta causa e giustificato motivo soggettivo.

Infatti, la censura evidenziata dalla Corte riguarda la previsione della facoltà di reintegra nel caso di licenziamento economico nella misura in cui il fatto posto alla base del licenziamento sia manifestamente insussistente, distinguendola dalla previsione di obbligatorietà di reintegrazione nei casi di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo. Tale differenza di disciplina determina, ad avviso della Corte, una chiara violazione del principio di eguaglianza di cui all’art. 3 in virtù della irragionevole disparità di trattamento tra il licenziamento economico e quello per giusta causa, rimettendo alla discrezionalità dell’organo giudicante la scelta tra l’indennità e la reintegra senza alcun criterio direttivo.

Una pronuncia che si inserisce nel contesto degli orientamenti giurisprudenziali che avevano rilevato profili critici delle riforme del mercato del lavoro e delle tutele nel caso di licenziamento degli ultimi anni, tra cui è bene ricordare la sentenza n. 194 del 2018 con la quale la consulta aveva dichiarato l’illegittimità dell’art. 3, comma 1 del D. Lgs n. 23/2015 (Jobs Act) censurando la rigidità e la inadeguatezza del meccanismo di calcolo dell’indennità contro i licenziamenti ingiustificati che non realizzava né “un equilibrato componimento degli interessi in gioco: la libertà di organizzazione dell’impresa da un lato e la tutela del lavoratore ingiustamente licenziato dall’altro”, né un efficace strumento deterrente per i licenziamenti ingiusti da parte datoriale.

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Economia

Dai “ristori” ai “sostegni”: cambia il governo, restano gli “avanzi”

Articolo scritto da Pietro Salemi, vice-presidente di ESC

Il decreto “sostegno”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 22 marzo, rappresenta certamente il primo, vero banco di prova del governo Draghi, almeno per ciò che concerne le misure di sostegno all’economia necessarie a causa del protrarsi delle restrizioni anti-Covid. Prima di addentrarsi in una pur succinta analisi del decreto “sostegno”, è utile ripercorrere una breve cronistoria delle misure già predisposte nel corso del (già tragico) 2020 dal governo Conte II. Per ragioni di economia espositiva, l’approccio si concentra particolarmente sulle misure economiche a sostegno dei lavoratori: intendendo inclusi in questa macro-categoria (come contrapposta a quello dei cd. rentiers), sia i lavoratori dipendenti in senso stretto, sia le partita IVA e i piccoli imprenditori.

Il 17 marzo 2020 venne varato il decreto “cura Italia” con cui furono stanziati i primi 25 miliardi di Euro come risposta al divampare della pandemia che costringeva gran parte degli italiani a restare a casa, sospendendo ogni attività lavorativa “non essenziale”. Le principali risposte offerte dal “cura Italia” riguardavano blocco dei licenziamenti e varo della cassa integrazione in deroga, accesso agevolato al credito bancario garantito (in tutto o in parte dallo Stato), sospensione di alcune scadenze fiscali per le piccole imprese ed un primo stanziamento di risorse (invero, piuttosto blando) per il potenziamento del sistema sanitario nazionale.

I primi “ristori” a fondo perduto furono varati il 20 maggio 2020 con il Decreto “rilancio” in cui furono stanziati 55 miliardi complessivi, di cui 16 miliardi, appunto, per il fondo perduto alle imprese colpite dalla pandemia e dalle restrizioni anti-Covid (20% della perdita di fatturato tra aprile 2019 e aprile 2020). Inoltre, il decreto “rilancio” metteva sul piatto bonus per le partite IVA di 600 € per aprile e 1000 € per maggio destinati ai professionisti, crediti d’imposta al 60% per gli affitti degli immobili commerciali e per adeguamento locali e acquisto DPI, riduzione oneri sulle bollette, oltre al rifinanziamento della cassa integrazione, unito alla proroga del blocco ai licenziamenti per giustificato motivo oggettivo. Il sito del MEF le battezza come le “misure per rimettere in moto il Paese”: il seguito si preoccupò di mostrarci quanto potesse invecchiare male tale locuzione propagandistica.

Alla vigilia del Ferragosto, il Decreto “Agosto” stanziava ulteriori 25 miliardi di Euro per contributo sulle forniture della filiera italiana, per il contributo centri storici e per l’ulteriore estensione della cassa integrazione fino al 31 dicembre (9+9 settimane).

Si arriva, così, alla “seconda ondata”, con il Decreto Ristori I di fine ottobre (5 miliardi totali di aiuti) con cui si provvede ad una riparametrazione (al 100%, 150%, 200% o 400%, a seconda del codice ATECO e del grado di invasività delle restrizioni anti-Covid) dei contributi a fondo perduto già erogati con il decreto “rilancio”. I coefficienti furono, in effetti, riaggiustati (al rialzo) anche con i successivi “ristori bis” e “ristori ter”, emanati rispettivamente ad inizio e a fine novembre 2020. Quest’ultimo decreto si preoccupava, inoltre, di estendere per i mesi di ottobre, novembre e dicembre i crediti d’imposta sugli affitti di immobili commerciali. Com’è tristemente noto, tali decreti “ristori” furono anche aspramente criticati, non solo per l’insufficienza complessiva dei fondi perduti messi a disposizione, ma anche per aver tagliato fuori, con criteri di ammissibilità ai benefici eccessivamente stringenti e restrittivi, svariate attività, lasciate ingiustamente senza alcun ristoro (o per ragioni di codice ATECO o perché start-up, effettivamente avviate dopo il maggio 2019, quindi con fatturato nullo ad aprile 2019).

Si chiude così l’anno 2020 dal bilancio catastrofico sia per le imprese e le famiglie, sia per il governo Conte, chiamato a sostenerle. Si consideri, infatti, che per ammontare complessivo dei sussidi, contributi a fondo perduto, cassa integrazione e sgravi fiscali, elargiti causa Covid, siamo, assieme alla Spagna, coloro che hanno ‘aiutato’ in misura più contenuta i propri cittadini/imprese nel confronto con i principali paesi dell’Unione, nonostante, al contempo, siamo stati la nazione che in Europa ha registrato il più alto numero di vittime a causa del Covid (dopo il Belgio) e, contestualmente, abbiamo subito il crollo del Pil più rovinoso di tutta l’Ue.

L’anno scorso ogni cittadino italiano ha ipoteticamente ricevuto 1.979 euro dallo Stato per fronteggiare gli effetti negativi provocati dalla pandemia, contro una media dei paesi dell’Area Euro che si stima in 2.518 euro pro capite (+539 euro rispetto alla media Italia). L’Austria, ad esempio, ha erogato 3.881 euro per ogni abitante (+1.902 euro rispetto a noi), il Belgio 3.688 euro (+1.709 euro), i Paesi Bassi 3.443 euro (+1.464 euro), la Germania 2.938 (+ 959 euro) e la Francia 2.455 euro (+476 euro rispetto all’Italia)[1].

Giungiamo così al recente “decreto sostegno”, con cui il cosiddetto “governo dei migliori” era chiamato ad offrire risposta non solo a tutte le carenze dei precedenti provvedimenti a firma Conte-Gualtieri, ma anche a oltre 4 mesi di totale abbandono di imprese e lavoratori al loro triste destino di chiusure a singhiozzo.  

Tale decreto riserva circa 12 miliardi in contributi a fondo perduto per imprese e lavoratori autonomi. Altri 10 miliardi andranno alla Cassa integrazione e altre forme di sostegno al lavoro, 2 miliardi alle infrastrutture e trasporti 1 miliardo per il reddito di cittadinanza e reddito di emergenza e infine 6 miliardi per sanità e vaccini, per un totale complessivo di 32 miliardi di Euro. Si tratta, dunque, di uno sostegno all’economia in linea, almeno in valori assoluti, con quanto già fatto in precedenza dalla premiata ditta Conte-Gualtieri, ma che, se spalmato sul periodo più ampio da ristorare (4 mesi, invece di 2), risulta ancor più esiguo e insufficiente.

Entrando nel merito sul tema ristori, cambia il metodo di calcolo, ma la sostanza resta pressoché la stessa, se non peggiore. Il ristoro a fondo perduto non si calcola più sulla base di un raffronto secco tra aprile 2019 e aprile 2020, bensì sulla base della perdita di fatturato media mensile tra il 2019 e il 2020. Così come disposto nei precedenti decreti, il contributo spetta a condizione che “l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2020 sia inferiore almeno del 30 per  cento  rispetto  all’ammontare medio mensile del fatturato 2019” (art .1 comma 4 del Dl ‘sostegni’). Non devono, però, abbagliare le nuove percentuali di fondo perduto da applicare perdite di fatturato medio mensile: esse vanno dal 60% al 20% a seconda del volume d’affari dell’impresa in questione, ma sono, allo stesso tempo, calcolate su un singolo mese “medio” e destinate a coprire un periodo di almeno quattro mensilità (che va almeno da gennaio a fine aprile 2021, nella più ottimistica ipotesi). Lascio al lettore le operazioni aritmetiche di divisione di tali percentuali di ristoro spalmate su tali mesi da ristorare (con i relativi costi fissi) e le valutazioni del caso.

Tuttavia, per facilitare i conti riferiti all’intero anno 2020 da ristorare, possiamo affidarci al recente studio della FIPE[2], secondo cui con il decreto Sostegni il ristorante tipo che nel 2019 fatturava 550mila euro e che nel 2020, a causa degli oltre 160 giorni di chiusura imposti dalle misure di contenimento della pandemia da Covid, ha perso il 30% del proprio fatturato, 165mila euro, beneficerà di un contributo una tantum di 5.500 euro. Poco cambia per un bar tipo. Chi nel 2019 fatturava 150mila euro e ne ha persi 25mila a causa delle restrizioni, avrà diritto a un bonus di 1.875 euro, il 4,7% della perdita media annuale. Con i vari decreti Ristori prima, e il nuovo decreto Sostegni oggi, sono stati erogati – osserva lo studio FIPE- in tutto 22 miliardi di euro. Una cifra che non consente neanche la copertura dei costi fissi. Servirebbero, sempre secondo i calcoli FIPE, altri 18 miliardi per arrivare alla copertura di solo il 10% delle spese fisse che, nonostante tutto, una piccola impresa si trova comunque ad affrontare.

Non va certo meglio, se si guarda alla cassa integrazione e al blocco ai licenziamenti. Com’è noto, le due misure viaggiano a braccetto, seguendo il medesimo destino, e con il decreto “sostegno” si prevede la proroga degli ammortizzatori sociali, come segue: per una durata massima di 13 settimane nel periodo compreso tra l’1 aprile e il 30 giugno 2021 in relazione al trattamento di Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO); per una durata massima di 28 settimane nel periodo compreso tra l’1 aprile e il 31 dicembre 2021 a titolo di assegno ordinario e cassa integrazione in deroga, destinati a piccole imprese artigianato e terziario. Se da un lato, la proroga di tali misure è da accogliersi favorevolmente quando la si compari con l’ipotesi di staccare immediatamente la spina a questi lavoratori, dall’altro, l’aver cominciato a tracciare una rimozione selettiva e progressiva di tale sostegni, lascia implicitamente intravedere già il momento in cui la situazione sarà lasciata alle sapienti cure della mano invisibile del mercato: 30 giugno per le CIGO e fine ottobre per la CIG in deroga.

Gli apologeti delle doti taumaturgiche del “governo dei migliori”, capitanato da Draghi, potrebbero rimanere delusi: al netto dello stralcio delle cartelle esattoriali fino a 5000€ della decade 2000-2010, i “sostegni” all’economia finiscono praticamente qui. Il decreto ‘sostegno’ risponde, in effetti, alla medesima logica di fondo già assunta con i precedenti ristori: non partire da ciò di cui ci sarebbe davvero bisogno per poi reperire i fondi necessari (un “what ever it takes”, si direbbe), bensì distribuire quel poco che è consentito rimediare senza mettere in discussione il sistema (del debito).

Con un calo del PIL del 9% nel 2020, con stime di crescita 2021 in continuo calo e con il virus che ancora divampa al ritmo di 400 morti  e 20.000 contagi al giorno, con 5,6 milioni di persone in povertà assoluta (record dal 2005, con un aumento di ben un milione nell’ultimo anno solare)[3], con una proiezione di disoccupazione 2021 che sfonda la doppia cifra (11%)[4] e con una quota sempre maggiore di lavoratori scoraggiati, con il 21% di tutte le PMI d’Italia a rischio fallimento e 544 piccole imprese fallite ogni giorno (!) nel 2020[5], della “distruzione creatrice del mercato”, profetizzata da Draghi, la “distruzione” non necessita altre didascalie.

La parte creativa? La distruzione del tessuto delle piccole e medie imprese italiane “crea” la predazione di tali attività (o per via acquisitiva o per semplice cattura delle quote di mercato) da parte di realtà di grandi dimensioni e possibilmente con struttura multinazionale (come ad esempio le mafie). Si tratterà di un’accelerazione dei processi di oligopolizzazione dei mercati, già in atto anche prima del Covid, che unito all’aumento della povertà assoluta “crea” un ulteriore e drammatico aumento delle disuguaglianze (economiche, politiche, culturali) di non poco momento anche per la tenuta democratica. Mercati (anche del lavoro, sempre più) oligopolizzati, povertà diffusa e disoccupazione crescente (soprattutto giovanile) “creano” maggiore ricattabilità da parte del datore di lavoro (ancora una volta, anche mafioso) e maggiore spinta al ribasso su diritti e salari.

Chi sperava in una miracolosa moltiplicazione di pani e di pesci, dovrà accontentarsi di una divisione di briciole e avanzi. Sarebbe meglio abbandonare la fiduciosa resilienza per passare alla resistenza.


[1] Fonte Ufficio Studi CGIA Mestre: cdhttps://www.adnkronos.com/covid-bonus-e-aiuti-a-cittadini-e-imprese-italia-ultima-in-ue_3steQqL51B1szvVUwH9KD

[2] https://www.fipe.it/comunicazione/note-per-la-stampa/item/7697-dl-sostegni-5-500-euro-ai-locali-che-ne-hanno-persi-165mila-fipe-confcommercio-una-fragile-stampella.html

[3] Fonte ISTAT:

https://www.huffingtonpost.it/entry/istat-la-poverta-assoluta-torna-a-crescere-e-tocca-il-record-dal-2005_it_6040b43fc5b617a7e412f0ae

[4] Fonte ISTAT: https://www.istat.it/it/archivio/251214

[5] Fonte Rapporto CERVED PMI: https://know.cerved.com/wp-content/uploads/2020/11/RAPPORTO-CERVED-PMI-2020-2.pdf

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Storia

Risorgimento, socialismo e questione meridionale

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Il 27 Maggio 1860, il generale Garibaldi, dopo aver escogitato uno stratagemma diversivo che disorienta la colonna guidata dal colonnello Von Mechel, penetra a Palermo e affronta le truppe borboniche al Ponte dell’ammiraglio dove grazie a un’azione congiunta dei volontari del colonnello Tüköry e la compagnia guidata da Giacinto Carini riesce vittoriosamente a superare le difese regie e a sormontarle riuscendo ad arrivare a Piazza della Fieravecchia (oggi Piazza della Rivoluzione) e a stabilire il proprio quartier generale al palazzo Pretorio dove organizzerà la direzione politica della sua dittatura già proclamata a Salemi. Garibaldi è perfettamente consapevole della necessità dell’appoggio popolare alla causa e del decisivo contributo dei volontari siciliani per la sua spedizione e a lungo aveva esitato, arrivando a sconsigliare l’azione immediata al patriota siciliano Rosolino Pilo. Il retroscena della spedizione dei mille (1089 per la precisione) vede come protagonisti i patrioti siciliani (La Masa, Pilo e Crispi) i quali erano persuasi della bontà della impresa in ragione della situazione storica siciliana. La Sicilia, infatti, è in fermento, e l’ala repubblicana dei patrioti risorgimentali è convinta di far partire il moto unitario fomentando l’insurrezione popolare al Sud contro il regime dei Borbone (come testimonia altresì l’episodio infelice della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane). La rivoluzione indipendentista del 1848 (orientata all’unione confederale), le rivolte tra il ’49 e il ’60 e i moti del 1820 e del 1837, d’altro canto, testimoniano l’insofferenza storica dei siciliani nei confronti dei Borbone e delle loro politiche austeritarie e repressive. Esemplari le parole di Karl Marx nel suo scritto “La Sicilia e i siciliani”del 1860: “[…] attualmente, l’oppressione politica, amministrativa, e fiscale schiaccia tutte le classi della popolazione; e queste ingiustizie sono sotto gli occhi di tutti. Ma quasi tutte le terre sono ancora nelle mani di un numero relativamente piccolo di latifondisti o baroni. […]. Ora la Sicilia è di nuovo insanguinata, e l’Inghilterra è la distaccata spettatrice di queste nuove orge dell’infame Borbone, e dei suoi non meno infami favoriti, laici o clericali, gesuiti o uomini d’arme.[…] Non un grido di indignazione si leva in tutta Europa. Nessun capo di governo e nessun parlamento chiede la messa al bando di quell’idiota assetato di sangue di Napoli.”

Dopo la repressione della rivolta della Gancia del 4 Aprile 1860 guidata da Francesco Riso, conclusasi con un insuccesso a causa di una denuncia della polizia segreta, l’attività cospirativa e di rivolta continuò nelle campagne circostanti Palermo dando modo a Crispi, Pilo e La Masa di convincere Garibaldi dell’intervento in Sicilia.

La Sicilia, dunque, è vista come la scintilla necessaria per il processo unitario nel Sud Italia, d’altronde non poteva ignorarsi il malcontento popolare derivante delle condizioni economiche dell’agricoltura siciliana che era stazionaria e retrograda, secondo quanto sostenuto dall’economista catanese Alessio Scigliani nel 1837, infatti, gli investimenti volti a migliorare i canali di irrigazione, la strumentazione e le tecniche colturali erano pressoché nulli e la maggioranza degli agricoltori, benché fittavoli, versavano in condizioni di povertà a causa dell’elevato livello delle imposte. Una situazione socio-economica di carattere feudale con un tasso di analfabetismo di circa il 90% in cui venivano tenuti intatti i diritti medievali del possesso della terra e dove esistevano notevoli carenze infrastrutturali (all’appuntamento dell’Unità nazionale la Sicilia arriverà senza un metro di strada ferrata) tanto che nei giorni della battaglia di Milazzo fu Garibaldi ad autorizzare la società Adami e Lemmi alla progettazione del primo tronco ferroviario siciliano. Antonio Gramsci a tal riguardo scriverà: “le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borboni nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l’agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale; non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione per la sua speciale conformazione, possedeva.”[1]A fronte della stagnante situazione siciliana, i proclami del socialista Garibaldi per la distribuzione della terra ebbero seguito quando, dopo la presa di Palermo concretizzatasi dopo tre giorni di combattimento a cui prese parte la popolazione insorta, il 2 Giugno 1860 il generale emetterà un decreto con cui provvede alla ripartizione delle terre demaniali (beni comunali o statali) in favore di coloro che non erano in possesso di poderi e che accettavano di militare, inoltre emanerà provvedimenti per l’abolizione dei dazi sulle derrate di prima necessità, l’abolizione della tassa sul macinato e la soppressione delle congregazioni religiose dei Gesuiti e dei Liguorini i cui beni vennero devoluti alle università siciliane. Venne inoltre nominata una commissione per l’accertamento delle opere d’arte onde evitare che venissero trafugate e venne abolito il titolo di eccellenza e il baciamano. Tuttavia, se da un lato l’attività riformista del generale provocò gli entusiasmi dei ceti popolari, dall’altro provocò accanimenti e confusioni e infine la prevalenza delle ragioni dei “galantuomini” siciliani quando si trattò di tutelare l’ordine pubblico.

Intanto da Torino, Cavour, sospettoso come sempre nei riguardi di Garibaldi e Crispi, mandò un emissario, Giuseppe La Farina, il cui obiettivo era di screditare l’operato garibaldino, fomentare animosità e chiedere l’annessione immediata al Piemonte, ma ciò non avvenne per risolutezza dello stesso Garibaldi che continuò a essere inviso al ministro piemontese anche dopo, come risulta evidente dai rapporti epistolari del conte coi suoi emissari. In una lettera a Costantino Nigra, prima dell’incontro di Teano tra il re e il generale nizzardo, scrisse: “Il re si è deciso a marciare su Napoli per ridurre alla ragione Garibaldi e gettare a mare quel nido di rossi repubblicani e di demagoghi socialisti che si è formato intorno a lui”. Il conte di Cavour, liberale e autoritario al tempo stesso, uomo politico cinico e sottile che aveva commentato il ’48 francese esortando a rispettare l’ordine materiale e morale della civiltà contro le aggressioni dei “soldati dell’anarchia”, acerrimo nemico di Mazzini, era convinto dal canto suo che i problemi sociali delle classi meno agiate dovessero essere risolti entro i confini della “vera scienza economica” e secondo un sistema di carità legale sul modello britannico, ed era chiaramente avverso alle posizioni repubblicane e democratiche che venivano accusate indiscriminatamente di “comunismo” onde poter serrare le file contro le pretese più radicali del Partito d’Azione. Tuttavia Mazzini, nel frattempo, e insieme a lui Agostino Bertani (fondatore dell’estrema sinistra storica), Cattaneo e Alberto Mario, volevano evitare l’annessione pura e semplice per subordinarla all’Unità con Roma capitale, mentre Garibaldi dava prova del suo lealismo nei confronti di Vittorio Emanuele II il quale, tuttavia, subiva notevolmente l’ascendente di Cavour e delle sue trame che miravano a tutelare la ragione “liberale” e i rapporti strategici con la Francia. L’assenza di compattezza del fronte democratico (Garibaldi, Pisacane e Felice Orsini si erano distaccati da Mazzini), i tatticismi cavouriani, la mancanza di una visione sistematica del socialismo (ancora nella sua fase embrionale) e di una piattaforma strategica della rivoluzione nazionale (nonostante i saggi di Pisacane) furono fattori che naturalmente contribuirono a determinare l’egemonizzazione da parte del partito moderato del progetto unitario e a ragione Vittorio Emanuele II poté dire di avere in tasca il Partito d’azione.

In questo contesto (quello repubblicano), tra i più grandi esponenti del dibattito risorgimentale quelli che, tra i primi introdussero il tema del socialismo e dell’importanza della questione agraria accanto a quella nazionale, discostandosi da Mazzini il quale era fedele al principio della collaborazione tra classi e all’idea dell’assoluta preminenza della questione unitaria e dell’indipendenza, vanno certamente ricordati Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane. Il primo, sotto l’influenza di idee proudhoniane, propugnava la necessità della riforma del latifondo, un’idea di uguaglianza illuministica che pone in essere una legge agraria progressiva, un’idea di proprietà fondata sul lavoro e la lotta contro i privilegi feudali. In effetti, il pensiero del Ferrari è un radicalismo egualitario a carattere precapitalistico che prende in considerazione la questione della redistribuzione della ricchezza con il solo riferimento alla proprietà terriera, pensiero che ovviamente risente della sua formazione settecentesca ma anche dei limiti oggettivi della realtà sociale italiana. D’altro canto, il Ferrari sosteneva che all’obiettivo unitario bisognava anteporre la questione della libertà intesa non in termini formali ma come rivoluzione dell’ordinamento sociale nel passaggio dall’assolutismo feudale al socialismo. Scriverà infatti: “La libertà, la sovranità, l’indipendenza non sono che menzogne là dove il ricco schiaccia il povero, là dove il povero non può nulla se non si affanna a procacciar delizie ai ricchi”[2]. Carlo Pisacane, d’altro canto, è un convinto assertore della rivoluzione sociale, dell’equivalenza tra dominio austriaco e Regno sabaudo, e riteneva che il corso della storia potesse modificarsi con l’indispensabile concorso della rivoluzione delle idee e sosteneva la democratizzazione effettiva dell’istruzione, dei mezzi di lavoro e dell’esercito. Pisacane auspicava una rivoluzione senza un effettivo sviluppo dell’economia capitalistica ritenuto fonte di miseria e regresso da un lato, e di concentrazione di profitti in mano a pochi dall’altro, e si discostava dal Ferrari per la priorità accordata all’indipendenza nazionale e per il suo intento di coniugare rivoluzione sociale e rivoluzione nazionale, e, dunque di animare la lotta per l’indipendenza con l’ideale socialista: “Questo primo sentimento di disgusto, per lo stato presente, che già comincia a palesarsi nel popolo, è il germe della futura rivoluzione italiana, germe che i pensatori dovrebbero svolgere, elaborare, discutere, formulare, renderlo popolare e farne la bandiera di un partito”.[3]

Nei fatti, tuttavia, l’incameramento dell’esito del processo risorgimentale da parte dell’ala moderata con a capo Cavour e Vittorio Emanuele II si concretizzò anche grazie al prezioso e generoso contributo dell’ala repubblicana che, d’altro canto, pagava le proprie ingenuità, le divisioni e la transizione verso il pragmatismo cavouriano, nonostante l’ammirevole volontarismo, il magnifico impegno di Mazzini e il socialismo istintivo di Garibaldi. L’incameramento e la cooptazione di molti uomini garibaldini e mazziniani che andarono a comporre l’ala “sinistra” del partito piemontese dando così vita al trasformismo nella sua fase originaria, determinarono il successo sabaudo e la direzione delle politiche post-unitarie in senso liberal-liberista e in senso repressivo come nel caso della rivolta del sette e mezzo di Palermo del 1866, dove la rivolta coinvolse diversi ex mazziniani, garibaldini e anarchici come Francesco Bonafede Oddo il quale prese parte alla Prima Internazionale e fu di fatto uno dei principali organizzatori dell’insurrezione in quanto segretario del Comitato rivoluzionario. L’insurrezione, definita come “l’ultima fiammata del Risorgimento”, anche se presentava una direzione ibrida e amorfa, si concluse dopo sette giorni e mezzo con l’intervento dell’esercito guidato da Cadorna ma le cause della rivolta (colera, fiscalismo gravoso, misure poliziesche, coscrizione obbligatoria e l’incapacità sabauda) rimasero irrisolte e un anno dopo degli anonimi fissarono a Monte Pellegrino un’enorme bandiera rossa in modo che fosse visibile dalla città e dal mare.

Nel 2021, a 160 anni dall’unità, l’immagine dei protagonisti del Risorgimento si fa sempre più sbiadita, mentre prendono campo tesi revisionistiche molto spesso tendenziose e volte a denigrare l’unificazione Italiana in modo impietoso e con l’obiettivo, non tanto velato, di istigare “separatismi” improbabili. Se da un lato, l’approccio critico è necessario ai fini della comprensione di questioni rilevanti e irrisolte come quella meridionale, dall’altro non si può non concordare con Alessandro Barbero quando sostiene che, per quanto riguarda certo revisionismo (neoborbonico, indipendentista, ecc.), se non sono i fini ad essere immondi lo sono i mezzi ma, come diceva Jean-Paul Sartre, sono i mezzi a qualificare il fine. Il tema del Mezzogiorno d’Italia e del necessario inserimento nella coscienza collettiva delle criticità, le iniquità e gli errori palesi delle politiche post-unitarie della destra storica e le disuguaglianze conseguenti, non può obnubilare la memoria del percorso unitario in cui l’immenso sforzo e il sacrificio del meridione, dove il sentimento nazionale unitario e repubblicano era vivido, diedero un contributo decisivo alla causa garibaldina. La rivendicazione meridionalista può trarre giovamento da una corretta analisi dei fatti storici che rifugge dai sensazionalismi e dagli errori uguali e contrari della retorica storiografica da un lato, e del revisionismo denigratorio dall’altro. D’altronde fu proprio lo storico meridionalista Gaetano Salvemini a sottolineare che “chi confronta le condizioni dei poveri in Italia nel 1860 con quelle del 1900, passa dalla notte, se non ad un meriggio abbagliante, ad una aurora abbastanza promettente. In altre parole il Risorgimento italiano non riuscì utile ai soli ricchi: anche i poveri cominciarono a diventare meno poveri. Esso non fu una rivoluzione tradita: fu un rinnovamento, assai faticoso e penoso, quale era possibile in una patria quale era l’Italia.”[4] Come d’altronde è innegabile che fu proprio nei due decenni del miracolo economico e del modello economico dirigista che lo storico divario Nord-Sud conosce un momento di attenuazione grazie anche al parziale rimedio della Cassa per il mezzogiorno e ai relativi investimenti strategici.

In definitiva, parole d’ordine come solidarietà nazionale ed equità territoriale sono senza dubbio necessarie per dare concretezza e sostanza allo spirito unitario, che negli ultimi 30-40 anni di storia repubblicana, è stato progressivamente indebolito a causa dell’avvento dei regionalismi, delle retoriche secessioniste e della disapplicazione dell’obiettivo costituzionale della perequazione.

Nel 1880 Garibaldi scrisse “tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita” riferendosi alla piemontesizzazione che, come ebbe modo di dire in un’altra lettera del 1863 agli elettori napoletani motivando la rassegnazione del mandato, provocò il “vituperio della Sicilia” alla quale il generale era legato per ragioni ideali arrivando a definirla “la mia seconda terra d’adozione […] in essa furono offesi il diritto e l’onore, compromessa la salute di tutta l’Italia”[5]. Pensare un’altra Italia è la vera sfida della politica contemporanea perché solo integrando le ragioni dei “meno ricchi” che si può pensare di rinsaldare l’unità nazionale e d’altronde, il Risorgimento, con i suoi pregi e i suoi limiti, e il suo patrimonio di idee e ideali sommerso, è ancora lì a insegnare a un presente imbevuto di consumismo, teatrocrazia e falsi miti, che la storia può muoversi in senso progressivo o regressivo in ragione dei rapporti di forza che si vengono a instaurare. Sta a noi Italiani del XXI secolo trarre giovamento da questa lezione.


[1] Antonio Gramsci, “La Questione meridionale”, cit., p. 5

[2] Giuseppe Ferrari, “La Federazione repubblicana”, cit., p. 155

[3] Carlo Pisacane, “Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49”, Ed. Avanti!, cit., p. 333

[4] Gaetano Salvemini, “Scritti sul Risorgimento, cit., p. 471

[5] Giuseppe Garibaldi, “Lettere e Proclami”, Edizioni librarie siciliane, cit., p. 249

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Economia Geopolitica

Dominio di Marco D’Eramo

Recensione di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

“Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato.”

L’esito della rivoluzione neoliberale può essere perfettamente compreso alla luce di questa battuta di Gordon Gekko nel film “Wall street” di Oliver Stone. Un esito che nasce da una storia abilmente narrata con la spinta suggestiva di nuove idee e di parole d’ordine vecchie e nuove, con la capacità strategica di usare a proprio vantaggio le elaborazioni teoriche avversarie, con la capacità di camuffamento verbale e con la forza finanziaria e mediatica di plasmare un immaginario collettivo che, in preda all’amnesia permanente dell’evoluzione storica della democrazie occidentali, non possiede gli strumenti culturali per poter operare i paragoni tra le diverse fasi della storia del pensiero umano e dei poteri costituiti. Marco d’Eramo, nel suo ultimo lavoro, mette in evidenza la forza delle idee, la straordinaria macchina di egemonizzazione del pensiero globale, ovvero la forza necessaria di legittimazione dei poteri statuali che operano nella nostra contemporaneità che se da un lato, intonano le dolci note della liberaldemocrazia nelle sue forme istituzionali e nell’esaltazione dell’individualità dei singoli, dall’altro lavorano incessantemente per forgiare la mente e imbolsire il carico di vita gregaria dell’Homo consumericus di cui il genio acuminato di Frank Zappa tesseva le “lodi”: “Il nostro sistema scolastico cresce ragazzi ignoranti e lo fa con stile: ignorantoni funzionali. Non forniscono loro gli elementi per studiare la logica e non danno alcun criterio per giudicare la differenza tra il bene e il male in qualsiasi prodotto o situazione. Vengono preparati per funzionare come macchine acquirenti senza testa, a favore dei prodotti e dei concetti di un complesso multinazionale che per sopravvivere ha bisogno di un mondo di fessi.”

La storia degli 8248 “think tanks” ovvero degli apparati ideologici che fungono da serbatoi di pensiero e la loro azione combinata coi finanziamenti delle fondazioni (Olin, Bradley, Heritage, Koch, ecc.) che con le loro raccomandazioni hanno influenzato l’azione politica di una ampia fetta della politica conservatrice a stelle e strisce dagli anni ’50 in poi, è la storia di una controrivoluzione che, al campanello d’allarme del comunismo sovietico e della sua poderosa forza d’ispirazione nelle democrazie semi-sovrane dell’Europa post-bellica, ha reagito con studio, pazienza e progressivo infiacchimento delle forze protagoniste dell’avanzamento socialdemocratico. L’impressionante movimento di denaro che ha sconvolto la democrazia statunitense agevolando e sostenendo le teorie neoliberiste negli ambienti accademici e mediatici, è un movimento che interessa e influenza la politica occidentale con il preciso scopo di instillare la statofobia presso gli ambienti culturali di rilievo onde poterne neutralizzare la capacità di influenza progressiva e riconfigurare i poteri pubblici verso nuovi fini (accumulazione di capitale e redistribuzione in senso regressivo). Uno Stato minimo e forte nella misura in cui la sua azione è diretta alla tutela degli interessi dominanti. Naturalmente il “dominio” aveva bisogno delle sue leggi, ma soprattutto aveva bisogno che queste leggi fossero ammantate da un’aura di imparzialità scientifica e di apparente impermeabilità alle ideologie. In definitiva, l’epoca della restaurazione neoliberale doveva apparire post-ideologica e lontana dalle zavorre del “pensiero”: “È quindi un’ideologia che, al pari di tutte le ideologie, si presenta come non-ideologica, a-ideologica, scientifica, a colpi di equazioni e formule matematiche.”[1]È un dominio che applica l’analisi costi-benefici sia ai rapporti economici, sia ai rapporti sociali, e che sperimenta una rivoluzione antropologica in cui la società è vista come un immenso gioco non cooperativo in cui gli individui-agenti razionali hanno come solo scopo la massimizzazione dei profitti.

La rivoluzione (da “revolutio” che indica il moto di ritorno di un pianeta alla sua posizione d’origine) dunque necessitava di nuovi dispositivi culturali e, nello stesso tempo, di un certo rigurgito di anti-democraticismo che rievocasse taluni aspetti retrivi dello Stato liberale, dei suoi schemi concettuali e dei suoi corollari di visione censitaria del vivere sociale, e nello stesso tempo se ne discostasse generando nuovi paradigmi come il target ideale della libera concorrenza e del governo per il mercato. Una rivoluzione invisibile, lontana dalla percezione collettiva che nel frattempo è stata anestetizzata dagli aspetti più teatrali e risibili dei mantra neoliberisti (il “get rich or die tryin’” del self-made man) e che ha introiettato il retroterra culturale di questo dominio alla stessa stregua dell’accettazione di una legge naturale. Dunque, negli States, mentre Christopher Lasch, autore de “La cultura del narcisismo”, organizzava convegni di divulgazione del pensiero di Antonio Gramsci dando un’originale interpretazione del populismo (“Il populismo è la voce autentica della democrazia”), d’altra parte, e con intenti finalisticamente opposti a quelli di Lasch, Michael Joyce, l’attivista conservatore a capo della Olin Foundation, tesaurizzava il pensiero gramsciano sull’egemonia finanziando l’accademico Alan Bloom come testa di ponte del pensiero conservatore/neoliberale all’interno dell’Università di Chicago. Un’operazione che mirava a contrastare e abbattere l’influenza della “New Left” negli ambienti accademici e che apriva la strada alle teorie neoliberiste di Milton Friedman, mentre in Italia, Federico Caffè, “l’ultimo baluardo” del keynesismo Italiano ammoniva il PCI sulle scelte di politica economica operate dal partito nel corso degli anni ’70 che, al tramonto del XX secolo, fecero colare a picco l’obiettivo economico-sociale dei costituenti e quanto fu sostenuto in sede di assemblea costituente dal demolaburista Meuccio Ruini, il quale replicando a Luigi Einaudi e alle ipotesi di “terza via”, disse: “Non pochi vanno affannosamente alla ricerca della terza strada. La troveranno? Non lo so. Questo so: che si avanza la forza storica del lavoro.”[2]

Nel contesto operativo della strategia portata avanti dai “Chicago boys”, le cui consulenze economiche furono particolarmente gradite al Cile di Pinochet, era necessario procedere al reclutamento di esponenti delle forze avversarie che, nell’arena agonistica della socialdemocrazia, portavano avanti le istanze della classe lavoratrice, e indebolire i residui retaggi di keynesismo nei partiti di centro-sinistra, per cui se negli States Jimmy Carter riteneva inopportuno l’intervento pubblico ai fini della risoluzione dei problemi sociali, dall’altro lato, la “Lady di ferro”, Margaret Thatcher, poteva tranquillamente sostenere che il suo più grande successo era il “New Labour” di Tony Blair. In effetti, ciò che accadde alle “sinistre” del mondo occidentale, si può spiegare alla luce dell’applicazione di un antico stratagemma bellico cinese: “Se vuoi fare qualcosa, fa in modo che il tuo avversario lo faccia per te (ovvero uccidere con una spada presa a prestito)”.

Il libro di Marco d’Eramo, dunque, ci spiega che i marines studiano l’ideologia e la sua forza rappresentativa e narrativa, mentre nelle sedi dei partiti riformisti e negli ambienti del ceto artistico-intellettuale del nostro Paese (ma non solo, ovviamente) il solo riferimento al vocabolario di classe, tanto in voga nel ‘900, e al suo tentativo impervio di contestualizzazione alla post-modernità, fa piovere accuse di paleo-socialismo su chi si azzarda a utilizzare le categorie del pensiero marxiano, socialista o cattolico-sociale in senso ampio, perché si sa: alla fine conveniva buttare via l’acqua sporca col bambino. Dunque, serviva un nuovo linguaggio culturale che riflettesse l’aziendalizzazione dei vari rami dell’amministrazione pubblica e che, attraverso anglicismi e neologismi mettesse in evidenza le nuove necessità da parte degli organismi pubblici di essere competitivi e all’altezza della sfida globale, e servivano i toni fatalistici utili a corroborare il sentimento di ineluttabilità dell’unico mondo unito dalle complesse reti di connessione economica. Il campo della politica viene così egemonizzato dalle logiche mercatistiche, tanto che come osservava acutamente Lasch “I partiti politici sono ormai specializzati nel pubblicizzare e vendere i loro uomini perché il pubblico li consumi, e persino la disciplina di partito si è gravemente allentata”[3] e ciò determina nuove modalità operative fondate sulle indagini di mercato atte a registrare, manipolare e banalizzare le opinioni del consumatore-elettore.

Di fronte alla lucida analisi retrospettiva dell’autore di “Dominio”, alla descrizione della trasformazione dei rapporti di forza e alla finanziarizzazione dell’economia che acuiscono la loro accelerazione in tempi pandemici (la “guerra invisibile” di cui parla l’autore), il discorso politico attende con la consueta lentezza una riorganizzazione delle forze popolari private delle loro “élite”, sapientemente reclutate al fine di aumentare la potenza di fuoco dei dominanti, i quali sanno dell’importanza strategica di creare vuoti e spazi invisibili. Invero, sanno dell’importanza delle parole e del silenzio, della guerra visibile e di quella invisibile e sanno cogliere il suggerimento che arriva dalla storia, ovvero sanno perfettamente che, come direbbe il re di Prussia Federico il Grande, “il cittadino non deve accorgersi che il re fa la guerra”. L’invisibilità e la proiezione inconscia degli schemi ideologici neolib sono quindi stati il “cavallo di Troia” delle nuove élite globaliste (“gli americani hanno colonizzato il nostro subconscio” direbbe uno dei protagonisti del film “Nel corso del tempo” di Wim Wenders) che agevolmente hanno potuto introiettare l’idea del credito al consumo, dei mutui trentennali e dell’uomo in quanto capitale umano che rivendica a sé il titolo di proprietà.

Un lavoro certosino di ripescaggio delle idee, che correttamente l’autore definisce “armi”, citando William Simon, non può restare indifferente alla capacità dei dominanti di creare una strategia “leninista” a sostegno dei loro interessi di classe, perché è solo in questo modo che ci si avvede della funzione della cultura in chiave contro-egemonica e della sua capacità di elaborare nuove frontiere di competizione politica e un nuovo immaginario simbolico a connotazione marcatamente popolare. D’altronde se è possibile scegliere diversamente dal dominio della libertà, allora è possibile essere eretici (dal greco “haìresis” che significa scelta) fino ad allora, per citare il Signor G, “ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà”[4].


[1] Marco D’Eramo, “Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”, cit., p. 57

[2] Meuccio Ruini, Discussione generale del progetto di Costituzione della Repubblica Italiana, 12 Marzo 1947

[3] Christopher Lasch, “L’io minimo, Politica come consumo”, cit., p. 32

[4] Giorgio Gaber, “L’America” dall’album “E pensare che c’era il pensiero”

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Costituzione Economia

Draghi, il PUL e la democrazia che non ci possiamo permettere

Articolo scritto da Pietro Salemi, vice-presidente di ESC

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea

Chi avesse perso gli ultimi giorni di politica, potrebbe stupirsi. Chi ne ha seguito, con occhio vigile e critico, gli ultimi 30 anni, prova molta amarezza e poco stupore. E’ bene, comunque ricapitolare le ultime convulsioni della Repubblica.

Conte ha definitivamente lasciato Chigi e ha tenuto una conferenza stampa su un tavolino in mezzo alla strada.

La Lega di Salvini offre il sostegno a Draghi, dichiarando che sull’Unione Europea e sull’Euro aveva scherzato.

I 5Stelle, come sempre, sono passati dal No, al ni, al Sí a Draghi e si accodano, perciò, non solo a Renzi, ma anche a Berlusconi, Salvini, Zingaretti, Bonino e Calenda ed altri centristi vari. Nel frattempo, si mette in scena un voto della base tramite la piattaforma Rousseau. Una consultazione a babbo morto, posto che l’ex-Goldman Sachs ha già ricevuto l’endorsment dall’intero gotha del MoVimento (ex-)populista.

LeU ci pensa: in realtà Speranza e Bersani scalpitano per entrare, mentre a Fratoianni non è piaciuto com’è iniziata la cosa e gli viene forte andare al governo con Salvini (mentre con Forza Italia, alla fine, non c’è problema).

Unica cosa davvero sconcertante: quasi tutte queste forze chiedono un governo politico (sic!), forse non capendo che la formula del governo “tecnico” serviva proprio da foglia di Fico per i casi, come questo, di commissariamento della politica.

Dicevo, “quasi”, perché in tutto quell’agglomerato che va da Forza Italia al PD, va bene davvero tutto purché si faccia il governo di San Mario Draghi da Goldman Sachs.

Non manca più nessuno, neanche i liocorni. Anzi no, manca Giorgia Meloni che nel frattempo nega l’appoggio a Draghi e si mette comoda in poltrona a mangiare i famosi “pop corn” di renziana memoria, offrendo eventualmente un’astensione benevola.

Dal punto di vista del profilo politico del Governo Draghi, si deve solo constatare che sarà semplicemente (e a gran richiesta) il governo dei mercati, presieduto da un banchiere, con un prestigioso curriculum nelle alte sfere della finanza mondiale. Per ciò stesso sarà un governo estremamente politico, anche al netto di qualsiasi distribuzione di dicasteri: si dovrà scegliere se confermare o abolire il reddito di cittadinanza, quota 100, il turn over nella P. A., la cassa integrazione covid, il divieto di licenziamento, le restrizioni alla libertà di circolazione e alle aperture delle attività commerciali, i ristori alla aziende colpite dalla pandemia e via di seguito. Al netto di ciò, dovranno anche effettuarsi scelte strategiche in merito al Recovery plan: non tanto e non solo nell’allocazione dei fondi del Recovery, quanto più nelle scelte più dolorose che dovranno compiersi per ottenere quei fondi, sia in termini di maggiore contribuzione dell’Italia al bilancio UE, sia in termini di riforme richieste dalla Commissione per l’erogazione delle tranche.

Non deve stupire che su tali questioni politiche dirimenti possano trovarsi convergenze tra tutte queste forze così apparentemente eterogenee. Infatti, eccettuati i temi etici e i diritti civili, su cui ancora esiste una certa contrapposizione (almeno di facciata e sempre a favore di telecamera) lungo l’ormai obsolescente crinale destra/sinistra, l’affinità delle ricette economiche e sociali è pressoché totale. Siamo di fronte a correnti di un medesimo partito (il Partito Unico Liberal-Liberista) che ben possono trovare la quadra attorno ad un leader carismatico come SuperMario Draghi, domatore di mercati.

Pur senza avere poteri di preveggenza, non è difficile immaginare il core dell’agenda di Draghi: accanto alle solite riforme richieste dalla UE (P. A., giustizia civile e fisco), si procederà allo sblocco dei licenziamenti e alla fine della cassa integrazione covid e della politica dei ristori alle imprese e, infine, alla rimozione delle misure simbolo della breve stagione populista del Governo Conte I (reddito di cittadinanza e quota 100). Se resterà tempo a sufficienza, Draghi procederà anche in prima persona a quello che viene visto come un efficientamento e snellimento della macchina pubblica, attraverso l’ulteriore privatizzazione dei servizi e del patrimonio pubblico. Più in generale, sotto il profilo politico e internazionale, il Governo Draghi è la plastica rappresentazione dell’abdicazione della classe politica italiana al “vincolo esterno”, in chiave atlantista ed europeista.

Proprio per la sua capacità di rappresentare meglio di chiunque altro i vincoli euroatlantici in Italia, Draghi ha già raccolto il placet dello spread, di Confindustria e della finanza tutta, mentre i giornalisti (dalla carta stampata alla TV), in totale sollucchero, si lanciano ormai in operazioni agiografiche e di culto della personalità talmente spericolate, da far apparire Chuck Norris come uno di noi.

Come tutti i più recenti epifenomeni covid, anche il PUL c’era già, solo che ora è più evidente.

Quest’orgia neoliberista attorno alla figura di chiaro profilo tecnocratico di Draghi ha, comunque, il merito di consegnarci un momento verità: è, infatti, proprio nei momenti di crisi più profonda che i vari attori politici rivelano la propria anima più profonda e la composizione di classe che rappresentano. In quest’ultimo senso, si può solamente registrare che il démos, il “fronte popolare”, quello dei lavoratori, di chi vive del proprio lavoro, non è della partita.

Non è purtroppo un’assenza casuale. L’aspetto, forse più preoccupante, è infatti la retorica anti-popolare e, in ultima istanza, anti-democratica che si registra in questi giorni. Da un lato, politica e media mainstream acclamano la nascita di un “governo dei migliori”, in greco aristocrazia; dall’altro, la narrazione dominante è permeata dalla perniciosa idea secondo la quale i fini pubblici sono pre-determinati rispetto al fluire di una politica che è chiamata alla semplice applicazione, tecnica appunto. Tali fini verrebbero così a essere liberamente determinati impersonalmente dai mercati ed esplicitati per bocca della istituzione UE (il cd. “Bruxelles consensus”), di guisa che non resterebbe che avere governanti abbastanza “competenti” da fare bene i compiti per casa.

Le stesse elezioni si rivelano, in quest’ottica, un ingombrante impaccio cui, talvolta, è necessario porre rimedio per vie traverse per evitare che mantenere la superstizione della democrazia diventi troppo costoso. Lo stesso svolgersi della democrazia rappresentativa, nelle sue forme elettorali e parlamentari, è oggetto del trascendente “giudizio dei mercati”, cui è necessario conformarsi, di dritto o di rovescio. Così, vuoi per non perdere la fiducia degli investitori, vuoi per lo spread, vuoi per rafforzare la lealtà alla UE, vuoi per la pandemia, il ritorno al voto e all’espressione della volontà popolare viene vista, nel discorso pubblico, come qualcosa da rifuggire come la peste.

Abbiamo toccato quello che è certamente un punto di minimo storico nell’intensità della democrazia-costituzionale italiana. Pur nel rispetto delle forme, si sono create smagliature sempre più ampie tanto a livello di rispetto della cd. Democrazia formale, quanto di quella sostanziale. Sotto il primo profilo, si pensi alla prassi dell’abuso delle decretazione d’urgenza, alla perdita di centralità del parlamento (di recente menomato persino nella sua composizione numerica), al fenomeno del trasformismo, al ricorso sempre più strutturale a governi tecnici e del Presidente, ad una fisarmonica dei poteri del Presidente della Repubblica ormai parecchio dilatata. Sotto l’aspetto sostanziale, basti tener presente che i diritti fondamentali (e segnatamente quelli sociali), nei quali la democrazia trova la sua linfa vitale, sono ad oggi validi solo a “bilancio invariato” ed entro i limiti del vincolo esterno.

L’avvento messianico di Mario Draghi al governo lascia presagire che lo sforzo di deformazione della democrazia che le élite del Paese stanno producendo da anni rischia di essere ormai anelastico: sembra proprio che la democrazia non ce la possiamo più permettere. Tutto ciò è ovviamente avvenuto anche e soprattutto per la compiacenza delle forze politiche che pretenderebbero di rappresentare gli interessi delle fasce più deboli della popolazione. Avendo perduto financo la capacità di leggere la conflittualità degli interessi in gioco, a queste forze non resta che unirsi al coro: “Draghi o muerte!”.

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Economia

Biden lancia “Buy American”

Articolo di Giuseppe Matranga, socio fondatore ESC

In tutto il Paese troppe aziende stanno per chiudere i battenti a causa della crisi che dobbiamo affrontare. Hanno bisogno di un aiuto urgente. Ecco perchè oggi agirò per sostenere loro e i loro lavoratori”, ha cinguettato su Twitter il presidente Usa.

Foto tratta da Affaritaliani.it

A quanto sembra, anche il lato più arcobaleno della politica d’oltreoceano, quella cosiddetta antisovranista e noborder, si è accorta che favorire il mercato dei prodotti interni non è poi così male. Qualcuno provi a spiegarlo alla nostra geniale quanto progressista classe politica che, anche in ottemperanza alle regole altrettanto vantaggiose di matrice europea, investe i fondi pubblici in forniture di beni stranieri o in infrastrutture costruite con beni e macchine straniere. Certo una qualche differenza ci sarà. Nel caso americano, quello perseguito da Biden, e in perfetta continuità con l’atteggiamento del suo predecessore Trump, la spesa pubblica viene immessa nel territorio nazionale fornendo sí beni e servizi a vantaggio della collettività, ma anche la parte finanziaria, ovvero il denaro, rimane dentro il territorio nazionale, favorendo la creazione di ricchezza, l’aumento dei salari e di lavoro nei territori di spesa e arricchendo, così, più volte l’intera economia nazionale attraverso quello che viene chiamato “moltiplicatore”. Nel caso nostrano, ahi noi, la spesa pubblica troppo spesso viene direzionata verso beni e servizi di importazione, conseguentemente la collettività ottiene si dei benefici, ma la componente finanziaria va a disperdersi immediatamente fuori dai nostri confini nazionali, senza generare ricchezza e senza moltiplicarsi. Beh ci sarà da chiedersi come mai ad esempio la “Police” americana utilizza solo automobili Ford e Dodge, mentre noi, obbligati dalle generose norme europee, vediamo le nostre forze dell’ordine a bordo di Seat, BMW, Toyota, etc. e non più Fiat, Alfa Romeo, come accadeva una volta.

Autarchia? No, semplice buon senso e volontà di aiutare i lavoratori.