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Sociologia Politica

L’egemonia di Gramsci e i partiti senza popolo del tardo capitalismo

Saggio di Jacopo D’Alessio, socio ESC

La realtà oggettiva dell’essere sociale è la stessa nella sua immediatezza tanto per il proletariato quanto per la borghesia.

Gyorgy Luckàcs
Gyorgy Luckàcs

Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere). Dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente.

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

1. Introduzione. I Partiti popolari moderni fino alla Prima Repubblica e l’essere sociale

            Dopo la comparsa, negli anni ’30 del secolo XIX, di sparpagliate leghe operaie, il socialismo si diffonde attraverso movimenti sempre più radicati e, grazie anche ad una consistente letteratura, riesce a fissarsi inoltre a livello simbolico durante la Prima Internazionale del 1865. Da questo momento in poi, nei diversi paesi europei nacquero partiti fondati su principi di organizzazione collettiva, l’unica adeguata a rappresentare l’avvento della nuova società di massa agricolo-industriale. Difatti, alla domanda conclusiva che Gramsci si pone ne Il Risorgimento, riguardo il fallimento parziale di quella esperienza politica, il filosofo risponde offrendo al lettore una definizione sintetica ma già piuttosto esaustiva di partito popolare post-unitario:

La verità è che il programma di Pisacane era altrettanto indeterminato da quello di Mazzini. […] 1) perché programmi concreti in realtà non esistettero mai in quegli anni, ma appunto solo tendenze generali più o meno fluttuanti; 2) perché appunto in quel periodo non esistettero partiti selezionati e omogenei, ma solo bande zingaresche fluttuanti e incerte […] 3) che tale programma fosse condiviso dalle grandi masse popolari e le avesse educate a insorgere simultaneamente in tutto il paese (Gramsci 2000: 146-147)[i].

Dunque, attribuiamo al partito dei Gramsci, dei Togliatti, dei Nenni, e dei Basso, la funzione moderna di aver creato: 1) un progetto pragmatico che esisteva al di là dei singoli attori partecipanti (programmi concreti); 2) la scelta di persone di valore e una disciplina di vita che rendeva il partito unito nelle idee, sotto principi inoltre di umiltà e di uguaglianza (partiti selezionati e omogenei); 3) la missione di rendere quel progetto il fulcro di maggiore condivisone possibile con il popolo (condiviso dalle grandi masse popolari), soltanto ora più omogeneo rispetto al passato, e quindi potenzialmente soggetto di trasformazioni politiche-sociali radicali (educate a insorgere). Storicamente, quest’ultima funzione, che serviva per selezionare i militanti e perseguire obiettivi di consenso all’esterno del partito, prese il nome di egemonia.

A – Ricapitolando, se il soggetto politico rimaneva il centro dell’organizzazione e della prassi, quest’ultimo si trovava sempre ad operare contemporaneamente in un contesto oggettivo che lo trascendeva, attraverso: 1) un progetto super partes; 2) e dei blocchi sociali esterni; ovvero, nell’ambito di un essere sociale che lo ricomprendeva entro di sé.

Eppure, dalla fine della Prima Repubblica in poi non è stato più così. Se ad esempio il Partito Democratico ha rinnegato il suo legame con i lavoratori per intercettare solo il consenso degli istituti di credito e della grande distribuzione, entrambi distanti dai disagi delle classi subalterne, Forza Italia è stato invece il partito per eccellenza del man self made di impronta thatcheriana, incentrato unicamente sul personalismo del leader. In tutti e due i casi ci troviamo in presenza di partiti post-moderni, definiti così in quanto tale atteggiamento viene assunto da tutti quegli organismi chiusi che riproducono la loro soggettività identica a se stessa nell’intento di proiettare il proprio interesse di classe particolare sulla società presa nel suo insieme. Per questa ragione, si assiste da parte loro ad un crollo simbolico della realtà medesima che non riesce più ad essere riconosciuta e descritta come tale, per essere sostituita con un proprio surrogato fantasma, o allucinazione (Jameson 1989)[ii]. Va da sé che il ricorso frequente al governo tecnico e il pilota automatico di Bruxelles rappresentino la fase più avanzata dell’attuale metamorfosi dei partiti verso l’esclusione, sia pur ancora non scritta ma ormai codificata, delle masse popolari dalla costruzione dei progetti politici nell’ambito delle attuali post-democrazie europee e occidentali.

B – Di conseguenza, esattamente all’opposto dei partiti delle origini, quelli post-moderni hanno avuto progressivamente sempre meno bisogno di cercare una propria legittimazione: 1) tanto che fosse dovuta a progetti al di sopra degli interessi di gruppi sociali specifici e di leader individuali; 2) quanto quella di un impegno strategico per la costruzione di un autentico consenso di massa. In conclusione, tali partiti sono composti da nomenclature che si auto-riproducono per partenogenesi al di fuori di rapporti di forza reali.

Ora, però, l’analisi del presente articolo vuole indagare questo aspetto più nel profondo e quindi si applica anche alla galassia sovranista costituzionale e neo-socialista con particolare riguardo ai due partiti più noti dell’area: Ialexit con Paragone e Riconquistare l’Italia. Difatti, se il Partito Democratico, in virtù di una precedente eredità storico-egemonica ereditata dal PCI, oppure Forza Italia, grazie alla disponibilità di ingenti risorse finanziarie private, hanno scelto coscientemente di rinunciare a ricomprendere le contraddizioni esterne entro una traiettoria egemonica, perché appunto non ne traevano più alcun beneficio, esiste tuttavia anche un ampio spettro di partiti di estrazione popolare persuasi invece di essere sufficienti a se stessi. Tutto ciò in una paradossale prospettiva auto-referenziale (o allucinatoria) dove è venuta a mancare del tutto la mediazione fuori di sé. Dunque, obiettivo finale dell’articolo sarà di mettere in luce proprio l’assenza, da parte dei partiti costruiti dal basso, di una riflessione sulla posizione che hanno concretamente assunto nell’ambito dell’essere sociale.

2. La polemica sul Risorgimento

        La propaganda socialista italiana di fine 800 è fittissima e si dirama con una serie di manifesti e di riviste come la La plebe,del redattore Enrico Bignani, apparsa a Lodi nel 1862: ovvero, ben trent’anni prima che venisse fondato il Partito dei Lavoratori Italiano nel 1892 (Pisano 1985)[iii]. Secondo Turati, infatti, il soggetto politico non ha ragion d’essere se non si rivolge, guida, e contribuisce a costruire un proprio interlocutore specifico, storico sociale, che sarà individuato in quell’epoca nel proletariato dei grandi agglomerati urbani del triangolo industriale di Milano, Genova, e Torino. Ma il partito non si limitava a parlare semplicemente ai lavoratori. Li andava a cercare; li incontrava direttamente nelle officine; li persuadeva; sentiva il dovere di conquistarli. Così che tale processo di incontro tra avanguardia proletaria e piccolo borghese, con il popolo, raggiunge il suo punto più alto circa sessant’anni dopo, durante il famoso Biennio rosso, che consisterà nell’occupazione delle fabbriche di Torino tra il 1921 e il 1922.

Guardando a ritroso, è proprio la mancanza di tale convergenza con le masse a diventare l’oggetto   polemico di Antonio Gramsci (2000)[iv] nei confronti dei leader del Risorgimento, autori più che altro di una ‘conquista regia’ da parte dei Savoia e perciò di una ‘mancata rivoluzione popolare’ come l’aveva descritta il Cuoco. Gramsci, d’altronde, aveva avuto davanti a sé almeno due casi esemplari, praticamente identici, che dimostravano la validità della sua tesi. Da una parte, l’impresa storica di Robespierre, quando i giacobini nel 1789 erano riusciti a conquistare Parigi, nella misura in cui compresero di poter raggiungere tale obiettivo solo incrociando il consenso degli abitanti della capitale con quello delle masse rurali provenienti dal resto del paese (Gramsci 2000)[v]. Dall’altra, c’era stato il recente modello della Rivoluzione d’Ottobre, nella quale Lenin (2017)[vi], per sconfiggere i Menscevichi, aveva intuito che il partito comunista avrebbe dovuto cucire insieme gli interessi degli operai delle grandi città occidentali, come Mosca e Pietroburgo, con quelli dei contadini che vivevano in Siberia, nella parte  più orientale della Russia.

Lenin (pseudonimo di Vladimir Il’ič Ul’janov)

Tuttavia, tale presa di distanza dall’élite liberale non discendeva solo da un’analisi storica, come soleva fare il Croce, quanto piuttosto teorica. Sostiene a ragione Costanzo Preve (2012)[vii] che Croce e Gentile condividevano con Gramsci la corrente neo-idealista ma, rispetto agli altri due filosofi, quest’ultimo l’aveva declinata per mezzo del materialismo storico, dando luogoinfinead una propria impostazione originale del marxismo. Non si trattava infatti di pensare nemmeno ad un soggetto ideale come quello gentiliano nella sua accezione pura. Diversamente, per Gramsci, l’idea di soggetto hegeliano diventava immanente, e perciò si calava all’interno dei rapporti sociali fra gli uomini: quindi nella storia. Dunque, mentre per Gramsci il soggetto politico, nonostante partisse da una condizione scissa rispetto alla totalità popolare, l’avrebbe dovuta ricomprendere con il fine di trasformare se stesso, insieme a quella, nella nazione italiana, la classe liberale, al contrario, era stata solamente capace di contemplarla dall’esterno, identificando l’essere sociale nella mera cosa in sé (cioè che ha solo senso in se stessa) kantiana: un oggetto incomprensibile all’intelletto e perciò estraneo anche alla propria influenza d’azione (Gramsci 2000)[viii]. Per dirla con la Fenomenologia dello Spirito, gli eroi della Destra Storica erano stati portatori di una ‘coscienza infelice’ che rimandava ad una visione della realtà solo parzialmente corretta in quanto viziata dal proprio punto vista. Prendiamo l’esempio del Moderato Crispi, l’avvocato siciliano che sarà giacobino soltanto nella sua volontà determinata di fare unita l’Italia. Mentre rimarrà totalmente incapace di negare la soggettività piccolo borghese che lo connotava, tanto da realizzare al governo un’alleanza con i latifondisti del Mezzogiorno a scapito dei contadini, pur di non mettere a repentaglio la conquista piemontese (Gramsci 2000)[ix].

Allora, per quale motivo i Moderati non furono in grado di uscire dalla loro egoità?

Perché la classe dirigente del Risorgimento si percepiva come un soggetto politico artefice del proprio destino, specchio di quelle costituzioni liberali che, dalla Rivoluzione Francese fino al ’48, erano state gradualmente imposte ai sovrani di mezza Europa mediante la loro promozione in parlamento. Fu grazie alla conquista del potere attraverso i moti di inizio secolo, e nonostante la Restaurazione del Congresso di Vienna, che la grande borghesia italiana del 1860 era stata in grado di fondare una propria etica soggettiva. Ed è solo verso quest’ultima che i liberali (anche piccolo-boerghesi) rispondevano nel realizzare i propri interessi di classe, rispetto ai quali venivano ancora esclusi il suffragio universale, i diritti del lavoro, e i partiti: istanze popolari che non riuscivano a trovare una loro collocazione in quella Weltanschauung (Hobsbawn 2016)[x]. Di conseguenza, come dicevamo, lo sbaglio dei liberali fu quello di proiettare le leggi di un Io legislatore parcellizzato sull’interesse complessivo dell’intera nazione. Ovvero, si trattava di un’idea particolare che, in maniera contraddittoria, avrebbe voluto raggiungere ingiustamente il piano universale.

D’altronde, neanche il Partito d’azione riuscì a dare luogo ad una rivoluzione popolare. Se si faceva eccezione per una certa parte più autenticamente progressista, come Garibaldi e il Pisacane, nemmeno proletariato e piccola borghesia erano stati in grado di raggiungere da soli (in modo automatico e deterministico) la consapevolezza della propria condizione alienata, così da superarla per ricomprendere in sé le leggi che informavano i rapporti di forza fuori di loro.

Perché il Partito d’Azione fosse diventato una forza autonoma e, in ultima analisi, fosse riuscito ad imprimere al moto del Risorgimento un carattere più marcatamente popolare e democratico avrebbe dovuto contrapporre all’attività empirica dei Moderati un programma organico di governo che riflettesse le rivendicazioni essenziali delle masse popolari, in primo luogo dei contadini. […]. (Gramsci 2000: 89)[xi].

Francesco Crispi

3. Il concetto di egemonia in Gramsci

          Quindi, per fare luce a pieno su tale fallacia, ci deve venire in aiuto anche un secondo scritto di Gramsci, Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. Il fallimento era sopraggiunto perché l’auto-coscienza dell’Io, estranea ai liberali, era stata possibile solo attraverso l’elaborazione collettiva prodotta dall’ingresso nella storia del partito popolare post-unitario. Non prima di allora. Gramsci infatti aveva imparato da Hegel il processo di costruzione della soggettività moderna, per cui non si poteva avere una classe dirigente cosciente della sua ideologica unilateralità mediante la mera conferma di un’identità cristallizzata, quanto piuttosto grazie alla negazione di quella solitudine egoica (Gramsci 2000: 118-119)[xii]. Soltanto negando se stesso, infatti, il soggetto politico poteva rendersi conto di non essere affatto dissimile dalla cosa in sé, percepita, nell’immediatezza, esterna e posta lontana nel mondo fenomenico. Mentre il processo di sviluppo del partito, che ambiva a diventare egemone, doveva includerla ora al proprio interno come parte necessaria del suo progetto per trasformarla. In altre parole, allo stesso modo di Lenin, anche la rivoluzione dei socialisti italiani avrebbe avuto l’obiettivo di convogliare entro la propria guida gli interessi degli operai del nord Italia con quelli dei contadini meridionali, prigionieri del latifondo. Soltanto per mezzo di questo ampio consenso esterno al partito, i socialisti avrebbero potuto conquistare in seguito anche il potere legale nelle istituzioni attraverso il partito medesimo, e non il contrario:

Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere). Dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente. […] Dalla politica dei Moderati appare chiaro che ci può e ci deve essere una attività egemonica anche prima dell’andata al potere e che non bisogna contare solo sulla forza materiale che il potere dà per esercitare una direzione ufficiale (Gramsci 2000: 87)[xiii].

In altre parole, non avrebbe avuto senso entrare nelle stanze del governo in assenza dell’appoggio  dei lavoratori, pena la realizzazione di un progetto politico condotto avanti da un volgare e astratto dover essere, lontano perciò da rapporti di forza sostanziali, con un partito che sarebbe rimasto chiuso in una mera logica formale. Di conseguenza, possiamo sostenere che i partiti popolari dei Turati e dei Gramsci respingevano pienamente quella rigida soggettività, padrona in casa propria del cogito ergo sum, che si poneva come non contraddittoria ma identica a se stessa. Semmai, era intervenuto un principio di castrazione paterna, da parte di quella stessa classe dirigente illuminata, che fu in grado di interrompere il corto-circuito autoerogeno dell’Io borghese per diventare a tutti gli effetti il soggetto aperto e inclusivo nazional-popolare del moderno partito di massa.

Difatti, potremmo porci la seguente domanda. Come doveva apparire all’avvocato Turati, che non era di certo un proletario, quella vasta massa di operai analfabeti che non erano in grado di accogliere i complessi messaggi del marxismo, se non alla stregua di un non-Io fichtiano, radicalmente dicotomico rispetto al soggetto politico?

Eppure, all’opposto di Crispi, il primo leader del PSI, proprio per riuscire a raccogliere il consenso di quella moltitudine, nel 1896 aveva bandito un concorso a conclusione del quale si sarebbero potuti premiare i migliori opuscoli per ladiffusione delle idee socialiste (Pisano 1985)[xiv]. Dopo quattro anni dalla sua fondazione, la propaganda fu ritenuta strategica nell’organizzazione di partito. E, pertanto,si dovevano scovare anche i conferenzieri più abili che fossero riusciti a coniugare insieme una comunicazione adatta alle classi incolte, insieme a dei contenuti altrettanto significativi. Viceversa, per la classe dirigente del Risorgimento, il popolo rappresentò sempre quell’incomprensibile non-Io (o cosa in sé kantiana), che in un primo momento era rimasto estraneo alla Costituzione dello Statuto Albertino, ma che invece avrebbe fatto il suo ingresso nella Storia, dapprima, durante il Biennio rosso, e successivamente con la Resistenza, quando la sovranità popolare fu collocata all’interno del primo articolo della Costituzione del ’48.

4. Il post-moderno della Seconda Repubblica e la sua scissione dall’essere sociale

            Il postmoderno invece è l’ideologia del tardo capitalismo che, dopo il crollo delle grandi narrazioni, inclusa quella socialista, è riuscito in circa quarant’anni a spoliticizzare del tutto le masse popolari, riportandole indietro nel tempo fino all’Ottocento. Quest’ultime sono attualmente persuase infatti di costituire monadi isolate e indipendenti, mettendosi a vaneggiare il mito, solo in apparenza sepolto, del Robinson Crusoe, e hanno sostituito gli ideali dei precedenti ismi con l’unica finalità consumistica del mercato (Jameson 1989)[xv]. Il punto da considerare qui però è che anche il partito popolare, nonostante la buona fede, è composto oggi, come del resto accadeva in passato, dello stesso tessuto sociale spoliticizzato che ha finito per introiettare le logiche del grande capitale. Questo perché, come si è visto, soggetto politico e cosa in sé non sono affatto distinti l’uno dall’altro all’interno dell’essere sociale, anche se il primo, nella sua immediatezza, si illude di esserlo.  

La realtà oggettiva dell’essere sociale è la stessa nella sua immediatezza tanto per il proletariato quanto per la borghesia. Ma ciò non toglie che, a causa della diversa posizione che queste due classi occupano nello stesso processo economico, siano fondamentalmente diverse le categorie specifiche della mediazione attraverso le quali esse portano alla coscienza questa immediatezza (Luckàcs 1991: 198)[xvi].

Se pensiamo ad esempio alla sinistra post ’89 come Lotta comunista, che si è rinchiusa in una dimensione d’avanguardia iper-intellettualistica e incomunicabile verso l’esterno, oppure ai CARC (Comitati di Appoggio alla Resistenza del Comunismo), eterodiretti da un partito clandestino (Nuovo PC) che si eclissa di proposito dalla sfera pubblica per nascondere il suo progetto, ci rendiamo conto dello stato di dissociazione mentale anche del partito socialista post-moderno. Non fa eccezione una certa gamma di partiti al centro, come recentemente avvenuto con La mossa del cavallo del magistrato Antonio Ingroia, insieme alla collaborazione dell’ormai defunto Giulietto Chiesa. Questi ultimi, colpiti dall’ossessione del mero appuntamento elettorale, per ben due volte si sono persuasi invano di farsi conoscere alla popolazione soltanto durante l’intervallo lampo della par-condicio, facendo a meno di un percorso egemonico tradizionale di lunga durata.

C’è molto da riflettere nei confronti di questa totale indifferenza rispetto alle masse, escluse del tutto dalla prassi di partiti che, almeno sulla carta, si definiscono popolari. Si potrebbe sostenere infatti che il soggetto politico moderno fosse nevrotico nel senso riportato più sopra. Ovvero, che avesse dovuto rinunciare ad una forma di piacere narcisistico a causa di una rigorosa disciplina di partito, così come adeguarsi ad un ideale politico più importante rispetto all’opinione del singolo. In questo modo, infatti, chiunque fosse entrato a far parte dell’organizzazione politica doveva rinunciare a qualcosa della propria individualità per un bene più elevato. Ma fu proprio in virtù di tale castrazione simbolica, per mezzo della quale il militante negava al contempo, marxianamente, la propria condizione alienata, che il progetto socialista potè essere diffuso al di fuori del partito. Fu in questo modo che i socialisti delle origini, fino a Berlinguer, continuarono ad incontrare il desiderio di vasti blocchi sociali, sebbene molti di loro inizialmente fossero stati ancora incapaci di accogliere il loro progetto. Pertanto,secondo Gramsci, il compito della futura classe dirigente consisteva anche nell’educare la popolazione per elevarla ad un livello di consapevolezza politica che in partenza non possedeva:

(Questo è il) Merito di una classe colta, perché sua funzione storica è quella di dirigere le masse popolari e svilupparne gli elementi progressivi. Se la classe colta (tuttavia) non è stata capace di adempiere alla sua formazione, non deve parlarsi di merito ma di demerito, cioè di immaturità e di debolezza (Gramsci 2000: 117)[xvii].

Completamente agli antipodi si presenta invece il soggetto politico post-moderno che, tanto nella forma istituzionalizzata del Partito Democratico e di Forza Italia, quanto in quella dei partiti costruiti dal basso, come Lotta Comunista, non ha alcuna intenzione di abbandonare il proprio Ego particolare di cui, anzi, esalta puntualmente la condizione di libera e isolata identità perfettamente conforme a se stessa. E questo accade perché la sua difficoltà non consiste, appunto, nell’accedere al desiderio dell’Altro fuori di sé. Il soggetto politico post-moderno non sente più la preoccupazione, come accadde a Gramsci, di riesumare nevroticamente il rimosso censurato dal Partito d’Azione, che era venuto meno al compito di incontrare le rivendicazioni dei contadini siciliani. Sono questioni che non vengono più annoverate nelle strategie di questi partiti. Si tratta adesso piuttosto del problema dello psicotico che, prima di ogni cosa, ha rimosso l’esistenza del popolo vero e proprio, in quanto oramai riesce soltanto a vedere se stesso. Pertanto, non percepisce più il bisogno di instaurarvi una dialettica di alcun tipo nella misura in cui non traduce affatto tale perdita in un lutto. Detto in estrema sintesi, il soggetto post-moderno, al contrario dei Turati e dei Gramsci, si è convinto, nel suo delirio allucinatorio, di poter diventare egemone pur essendo privo di consenso, in assenza di qualsiasi mediazione con l’essere sociale.

5. Due forme di rimozione dell’essere sociale nella galassia sovranista-costituzionale

            Non è un caso infatti come, diversamente dalle tesi weberiane del soggetto ascetico protestante, Lacan nel 1972 sostenesse invece che il capitalista cercasse di perseguire solo ed esclusivamente il fine del piacere assoluto, libero cioè da qualsiasi vincolo sublimatorio proveniente da ideali religiosi (e comunque universali), o da legami con altri attori sociali, entrambi posti al di fuori della propria etica di classe (Recalcati 2010)[xviii]. Così, in tempi non sospetti, Lacan, ne Il discorso del capitalista, sembra aver anticipato davvero anche la parabola dei partiti post-moderni tramite due dinamiche apparentemente opposte ma che in realtà convergono sullo stesso punto:

a) quella dell’emancipazione di un Es liquido,libero dalle mediazioni dell’essere sociale, che produce così un’espansione smisurata del soggetto in assenza di limiti esterni ideali, dove i legami con gli altri si riducono per questo motivo solo ad una proiezione feticistica di se stesso su quelli, tanto da fagocitarli;

b) oppure quella simmetrica e speculare di un Super-Ego solido, liberato anch’esso dall’essere sociale, che tuttavia stavolta si ritira radicalmente entro un’identificazione ideale del soggetto, recidendo gli agganci esterni con la prassi, dove pertanto i legami con gli altri si riducono in realtà ad una mera esibizione feticistica di se stesso al di fuori di essi, tanto da rimuoverli.

Jacques Lacan

Veniamo quindi adesso a considerare da vicino due esempi di area sovranista-costituzionale e neo-socialista che riproducono nella sostanza questi ritratti gemelli.

a) Partiti post-moderni privi di un ideale fuori di sé

            La prima impostazione corrisponde a quella del partito liquido che ha accentuato la componente kantiana del soggetto demiurgo. Per cui, una volta divenuto libero di fondare la propria legge, l’Io continua invece ad essere represso proprio in virtù del suo obbligo di godere contro ogni forma di legame e di disciplina esterna verso se stesso (Devo godere!). Fu Theodor Adorno (2000)[xix], per primo, a dimostrare che la conseguenza più evidente della Libertà dell’Es privo di mediazioni avesse generato l’opera letteraria del marchese De Sade, dove i suoi personaggi si macchiano di ogni genere di efferatezza sulla base di un proprio auto-governo che non doveva più tenere conto di nessun limite tranne quelli stabiliti razionalmente da loro medesimi. Così Juliette è la protagonista dell’omonimo romanzo che, seguendo fino in fondo questa logica interna priva di un ideale fuori di sé, porta a compimento, uno ad uno, tutti i vizi di cui sarà capace. Ma, esattamente per questo, rimarrà infine prigioniera all’interno di un eterno ritorno da lei non scelto. Sarà difatti il mercato ad imporle le sue regole, così che la donna rimbalzerà dalla casa di un protettore all’altro e, pur vivendo nello sfarzo, resterà sempre priva dell’opportunità di realizzare uno scopo eccetto quello di rimanere la cortigiana al servizio degli altri.  

Rientrano in questo tipo di clinica le patologie, tanto del tossico, quanto dell’alcolizzato, i cui rispettivi malati tendono a ripetere gli stessi atti nell’ambito di un circolo vizioso, spinti da un impulso irrefrenabile di piacere perverso nei confronti di una fedeltà ossessiva verso la libertà assoluta (Recalcati 2010)[xx]. Tossici e alcolizzati, privi di un vincolo che possa imporsi dall’esterno per interrompere il loro eccesso, si illudono infatti ogni volta di appagare il loro istinto insaziabile finendo invece per diventare succubi di quello stimolo. Oppure, ci rientra il caso del bulimico che distrugge il proprio corpo, mentre lo sottrae a qualsiasi costrizione, nell’idea angusta per cui il cibo sia in grado di offrirgli l’unica sensazione di piacere possibile. Si comportano allo stesso modo le masse spoliticizzate del XXI secolo, che hanno tramutato la loro condizione di lavoratori in quella di consumatori, quando antepongono la necessità di usufruire a tutti i costi di una merce, offerta loro dal mercato, a quella di lottare per esigere un diritto. Così come avviene nella metamorfosi dei cittadini in tifosi, quando si illudono di ottenere un cambiamento della politica lasciando però che siano sempre gli altri ad occuparsene al posto loro. È in questo modo che il potere nutre la folla mentre le dà in pasto uno scandalo sul quale lamentarsi piuttosto che domandarle un impegno attivo per la costruzione del progetto.

La politica in questo caso ambisce a spettacolarizzare se stessa e, piuttosto di realizzare un autentico incontro con le masse, le manipola mediante un discorso che sia il più traumatico e scioccante possibile alla stregua di un intrattenimento puro. Ebbene, gli attori di una tale comunicazione consumistica possono essere soltanto dei soggetti narcisisti che, invece di ascoltare l’alterità dei lavoratori, vi impongono il proprio discorso. È questa in fondo la parabola del passaggio, da una strategia di partito incentrata sulla corretta diffusione del progetto politico attraverso la consueta propaganda, a quella delle mere apparenze dettate dal marketing, che ha avuto come suo capo scuola il produttore televisivo Silvio Berlusconi, seguito dai proseliti come Grillo, Renzi e Salvini. In questo caso il leader politico, sebbene venga colto in un continuo sproloquio con il popolo, non lo fa mai per proporgli l’ideale fuori di sé ma soltanto l’immagine cosmetica di una merce priva di contenuto.

Appartiene sicuramente a questa scuola la figura del giornalista Gianluigi Paragone che, nell’attività quotidiana di sostituire lo spettacolo alla politica, finisce così per rimuovere il progetto del partito stesso. Difatti, la nomenclatura di Italexit stenta a penetrare i territori a causa della mancanza di un’organizzazione che rimane sempre disgregata sotto il peso del famoso showman, concentrato più che altro sulle sue performance piuttosto che sulla costruzione di una classe dirigente. Per cui, se da una parte, il popolo si avvicina ad Italexit proprio in quanto quest’ultimo riesce a godere della luce riflessa del leader, dall’altra, non lo fa rispetto ad un’ideale condiviso che prescinde dalla sua persona, quanto piuttosto a causa del tifo che viene rivolto verso la figura accattivante del personaggio televisivo. Di conseguenza, gli scandali giornalistici di Paragone diventano simili ad una droga come avveniva per il tossico, oppure al cibo per il bulimico, e riescono a placare la fame dei fan soltanto fino al prossimo scandalo mediatico, ma sempre a fronte della vuotezza del programma politico. Pertanto, il soggetto narcisista, slegato dall’ideale, si ingrandisce ma, proprio in conseguenza di ciò, le folle finiscono per seguire soltanto il leader, proprietario del partito, piuttosto che riconoscersi in uno scopo collettivo e perseguirlo.

b) Partiti post-moderni privi di un consenso fuori di sé

            La seconda impostazione invece, che si presenta apparentemente opposta a quella precedente, ma in realtà del tutto speculare, nasce a causa dell’identificazione solida del soggetto politico con il proprio dover essere ideale. Per cui l’Io stavolta si reprime a causa del suo obbligo di godere la tenace volontà di identificarsi con l’imperativo categorico (Devo ubbidire!). In questo caso, ci serviamo di Herbert Marcuse (2000)[xxi] per spiegare come l’evoluzione più naturale della Legge kantiana precipiti inevitabilmente nella categoria del Super-Ego separato dall’essere sociale. Secondo l’autore, l’utopia di un’emancipazione dal perbenismo vuoto che caratterizzava la Vienna di fine Ottocento, dove i desideri venivano risarciti parzialmente con le nevrosi, non si era affatto risolta in seguito alla rivoluzione dei costumi avutasi durante il boom economico. Si trattava anzi di un’illusione. Il desiderio, apparentemente liberato grazie alla concessione del consumo, era stato assorbito invece dall’industria del divertimento che, con regole codificate e strumentali, continuava viceversa a disciplinarlo. Diversamente da Freud, quindi, per Marcuse il capitalismo avanzato non aveva avuto più bisogno di pretendere dal soggetto una prestazione efficiente che gli veniva imposta tramite l’imperativo di una morale esterna. In maniera rovesciata e paradossale, ora la coercizione del mercato era stata introiettata direttamente dal soggetto che ne domandava il godimento mediante un comandamento etico proveniente da sé medesimo.

Quello che Marcuse però non fece in tempo a vedere è come l’evoluzione di tale fenomeno potesse degenerare successivamente in patologie nuove, tipiche dell’intrattenimento alienato iper-moderno, una volta giunti alle soglie del tardo capitalismo (Recalcati 2010)[xxii]. Rientra ad esempio in questa casistica il consumo digitale, secondo cui, di contro al rituale collettivo di una visione cinematografica, il soggetto libero preferisce tuttavia isolarsi per acquistare prodotti su Amazon e Netflix nell’ubbidienza ossessiva alla propria legge individuale. Oppure, quella del palestrato mentre compiace se stesso con la ferrea disciplina masochistica necessaria per creare un fisico scolpito che assolva ai suoi fini esibizionistici, utilizzando gli altri alla stregua di spettatori passivi utili soltanto ad ammirarlo. Viene poi, ancora, il caso speculare dell’anoressica che castra se stessa in modo altrettanto rigido ma, nel disperato tentativo di privarsi dei piaceri del corpo, non fa altro che ostentare con godimento la sua immagine sfigurata davanti agli occhi di un genitore assente e inaffettivo. Sono tutte figure sorelle della prassi solipsistica di un militante di partito che si limita alla cura autoerogena dei social, oppure a quella della conferenza, chiudendosi così ad ogni legame con il mondo del lavoro. 

Riconquistare l’Italia è il partito sovranista dal basso che appartiene a questa seconda categoria. Controparte di questo atteggiamento, simile a quello del consumatore digitale post-moderno, è difatti la strategia di una candidatura d’ufficio in vista del mero appuntamento elettorale, organizzato con lo scopo di esibire il soggetto politico come fa il negoziante per mezzo della merce pre-confezionata di cui dispone in vetrina. Durante il brevissimo lasso temporale ‘usa e getta’ della par-condicio, ci si illude di instaurare infatti un legame con la popolazione, che viene ridotta alla stregua di clienti, percepiti come meri spettatori-consumatori, cui è stato precluso il dialogo durante le altre fasi di vita dell’organizzazione. Così, l’auto-promozione alienata del soggetto politico, realizzata in assenza di qualsiasi forma di ascolto, oppure di una diffusione del progetto, verso i lavoratori, corrisponde, in ultima analisi, ad una forma identica, soltanto rovesciata, dell’iper-narcisismo di Paragone, che escludeva anch’esso la prassi egemonica come era stata tradizionalmente intesa.

Da notare come la ‘disciplina di partito’, osannata dal presidente Stefano D’Andrea (Appello al Popolo 2021)[xxiii], faccia parte di un’autentica prerogativa iscritta nella letteratura socialista. Solo che, rispetto al passato, viene adesso distorta in modo perverso. Ovvero, la costruzione del nell’ambito dell’organismo collettivonon serve più, come accadeva in Gramsci, a negare contemporaneamente l’egoità alienata del corpo militante affinché potesse evaderla per condividere il progetto politico all’esterno, grazie allo sforzo organizzativo del partito. Ma viene sigillata ora entro un’iper-identificazione ideale, realizzata mediante l’addestrato cinismo di una monade, avvitata su se stessa, nel godimento narcisistico di essere partito. Dunque, diversamente dall’Es liquido che informa Italexit con Paragone, che tramite il marketing celebra la figura del leader a discapito dell’ideale, stavolta è il Super-Ego solido dell’ideale che celebra il partito tramite il marketing a discapito dei legami con l’essere sociale. Proprio il popolo, del quale, ironia della sorte, il partito vorrebbe fare le veci, finisce difatti per essere considerato sempre nella sua condizione irriconoscibile e reificata,avulsa cioè da ogni forma di mediazione: ora come inutile e depresso consumatore, quindi incompatibile con il progetto; ora come utile spettatore che tuttavia, durante la campagna elettorale, dovrà assistere passivamente al progetto.

6. Conclusione. Il ritorno del rimosso contro le forme di rimozione del consumo

            Nell’epoca post-moderna, lo strapotere del soggetto, che si esprime nella disperata affermazione narcisistica di molteplici Io alienati, conduce verso quello che Freud aveva definito pulsione di morte (Toderstrieb) (Freud 2006)[xxiv]. Si tratta di una spinta auto-distruttiva che, se adeguata al nostro discorso, mostra di sabotare i vari tentativi di costruzione del partito moderno nazional-popolare a causa della riproduzione inconscia delle logiche di consumo come viene determinato dalle attuali leggi di mercato. Purtroppo, la castrazione simbolica, che aveva caratterizzato da sempre l’organizzazione politica otto-novecentesca è stata rimossa, dando luogo: o ad un eccesso di forme irrazionali populiste che si lanciano per mezzo di proiezioni feticistiche di sé verso l’esterno; oppure ad un eccesso di forme intellettualistiche che congelano l’azione entro un sé feticista a dispetto dell’esterno. La chiave per uscire da questa impasse non bisogna inventarsela ma si trova ovviamente nel vecchio concetto di egemonia così come emerge dai socialisti delle origini fino alla Prima Repubblica. Questi ultimi si servirono della filosofia della prassi per contrastare faticosamente gli ostacoli che impedivano la lotta e la diffusione delle loro idee grazie ad un saldo legame con l’essere sociale, e non certamente, come accade nella nostra epoca, tramite un’estetica nichilista che ne celebra la rimozione privata del lutto.

Proprio questo si evince, ad esempio, in un recente articolo di Simone Garilli (2021)[xxv], dal quale emerge la precisa volontà di mettere in mostra la purezza del partito rispetto alle contraddizioni reali dalle quali si percepisce la missione epocale di rimanerne scrupolosamente a distanza. Difatti, il discorso del capitalista non si limita a distruggere i legami sociali al suo esterno ma inghiotte anche la Storia, distorcendone la parabola, al proprio interno. E difatti l’immagine di una volontà soggettiva, che si proietta arbitrariamente sulla condizione dei nostri patrioti nel passato, durante il Ventennio, finisce per decontestualizzare quel periodo dalla cornice storica del socialismo nel suo insieme (Colorni 1962)[xxvi]. Non sembra chiaro infatti che la rivoluzione del 1943 sarebbe stata impensabile se non ci fosse stato quell’enorme sforzo di costruzione egemonica accumulato nei sessant’anni precedenti, ma di cui oggi, dopo quarant’anni di dominio liberale, non si può più disporre.

Fu infatti il risultato di quell’esperienza, culminata tra il Biennio rosso del 21-22 e l’ingresso al governo con il PSU (Partito Socialista Unitario) di Matteotti nel 1924, che potè essere tesaurizzata dai socialisti anche durante il periodo di clandestinità. E’ proprio perché i partiti popolari clandestini erano riusciti a capitalizzare quell’egemonia sulle masse che poterono mantenere anche in seguito dei legami così forti verso di esse, tanto da poterne diventare infine la guida durante la guerra civile (Togliatti 1962)[xxvii]. La Resistenza non fu infatti il risultato di quadri di partito rimasti isolati ma la conclusione del processo risorgimentale attraverso il quale si realizzò quell’incontro tanto agognato tra partiti socialisti e popolo che i partiti post-moderni non sono in grado di comprendere.


[i]             . Gramsci A. Il Risorgimento, in I quaderni dal carcere,  Roma: Editori Riuniti, 2000, cit. pg.146-147.

[ii]           . Jameson F. Il postmoderno o la logica del tardo capitalismo. Milano: Garzanti; 1989.

[iii]          . Pisano R. Il paradiso socialista. La propaganda socialista in Italia alla fine dell’Ottocento. Milano: Franco Angeli; 1985.

[iv]          . Gramsci A. Il Risorgimento.

[v]            . Ibid.

[vi]  Lenin, (a cura di) Giacché V., Economia della rivoluzione. Il Saggiatore: Milano; 2017.

[vii]         . Preve C., Antonio Gramsci e la filosofia della prassi. Torino: https://www.youtube.com/results?search_query=costanzo+preve+su+gramsci, in Youtube: 07.12.2012

[viii]         . Letteralmente, Gramsci interpreta la cosa in sé come un fenomeno concreto scientifico: “Pare difficile escludere che la ‘cosa in sé’ sia una derivazione esterna del così detto realismo greco-cristiano e ciò si vede anche dal fatto che tutta la tendenza del materialismo volgare e del positivismo ha dato luogo alla scuola neo-kantiana e neo-critica […] ”, tanto che, continua Gramsci, la cosa in sé potrebbe essere disvelata in futuro con adeguate conoscenze scientifiche. cit. pg. 49 e vedere pg. 50. Tuttavia, come appunto sostengono Preve, insieme ad altri critici, la sua visione della storia sociale corrisponde chiaramente a quella neo-idealista, esattamente come si ritrova ad esempio in Storia e coscienza di classe di Luckàcs. Per cui Gramsci scrive spesso passi come il seguente, dove l’idea della ‘storia dei rapporti di produzione e di classe’ sono come li intendeva, appunto, anche il filosofo ungherese: “Oggettivo significa sempre ‘umanamente oggettivo’. Ciò che può corrispondere esattamente a storicamente oggettivo, cioè oggettivo significherebbe ‘universale oggettivo’. L’uomo conosce oggettivamente in quanto la conoscenza è reale per tutto il genere umano storicamente unificato in un sistema culturale unitario […]. Noi conosciamo la realtà solo in rapporto all’uomoe siccome l’uomo è divenire storico anche la conoscenza e la realtà sono un divenire, anche l’oggettività è un divenire, ecc.”, in Gramsci A., Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, in I quaderni dal carcere. Roma: Editori Riuniti; 2000, cit. pg. 181-182 (grassetto mio).

[ix]  . Gramsci A., Il Risorgimento.

[x]            Hobsbwam E., Le rivoluzioni borghesi (1789-1848). Res Gestae: Milano; 2016.

[xi]           . Gramsci A., Il Risorgimento., cit. 89.

[xii]         . “Hegel rappresenta, nella storia del pensiero filosofico, una parte a sé, poiché, nel suo sistema […] si riesce a comprendere la realtà […], pertanto, la filosofia della prassi è una riforma e uno sviluppo dello hegelismo, (che) è una filosofia liberata […] da ogni elemento ideologico unilaterale e fanatico, è la coscienza piena delle contraddizioni, in cui lo stesso filosofo, inteso individualmente, o inteso come intero gruppo sociale, non solo comprende le contraddizioni ma pone se stesso come elemento della contraddizione, eleva questo elemento a principio di conoscenza e quindi di azione. L’uomo in generale, comunque si presenti, viene negato, e tutti i concetti dogmaticamente unitari vengono dileggiati e distrutti in quanto espressione del concetto di uomo in generale o di natura umana immanente in ogni uomo”, in Gramsci A., Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. Cit. pg. 118-119 (grassetto mio).

[xiii]         . Id., Il Risorgimento., cit. 87.

[xiv] . Pisano R., Il paradiso socialista. La propaganda socialista in Italia alla fine dell’Ottocento.

[xv]         . Jameson F., Il postmoderno o la logica del tardo capitalismo.

[xvi]        LuckàcsG., Storia e coscienza di classe. Milano: Sugarco Edizioni; 1991, cit. pg. 198.

[xvii]        . Gramsci A., Il Risorgimento., cit.pg. 117.

[xviii]       . Il discorso del capitalista, in Recalcati M., L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica. Milano:Raffello Cortina Editore; 2010.

[xix] . Excursus II. Juliette, o illuminismo e morale, in Adorno T., Dialettica dell’Illuminismo. Roma: Biblioteca Einaudi; 2000.

[xx]  Recalcati M., L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica.

[xxi]        . La conquista della coscienza infelice: la desublimazione-repressiva, in Marcuse. H., L’uomo a una dimensione. Roma:BibliotecaEinaudi; 2000. Non è Marcuse ad utilizzare direttamente il paragone con Kant ma Freud che nei suoi scritti paragona super ego e imperativo categorico. Su questo filone, da leggere ad esempio il testo di Zupancic A., (a cura di) L.F. Clemente, Etica del reale, Kant, Lacan. Napoli: Othodes; 2012.

[xxii]        Recalcati M., L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica.

[xxiii]     . ”Il partito non è il luogo dove il singolo esprime la sua personalità, il partito è un luogo di crescita, nel quale si imparano contenuti, regole, ratio di regole, disciplina, fermezza, tenacia, si apprendono esperienze. Poi, al momento dei congressi, nelle forme dello statuto si dà un contributo volto a allargare la base programmatica o a modificare lo statuto o ad assumere una delibera strategica”, inAppello al Popolo, 16.04.2021, https://riconquistarelitalia.it/riconquistare-litalia-il-partito/.

[xxiv]      . Freud S., Al di là del principio del piacere. Torino: Bollati Boringhieri; 2006.

[xxv]        . Garilli S., Candidarci alle elezioni del 2023. Ad ogni epoca la sua rivoluzione, in Appello al popolo, 16.06.2021, https://appelloalpopolo.it/?p=65298.

[xxvi]       . La questione risulta imprecisa sul piano della ricostruzione filologica. Nel senso che i quadri di partito non si persero d’animo e cercarono egualmente di fare propaganda anche in modo clandestino con il mondo del sindacato, il volantinaggio presso i luoghi di lavoro, le riviste censurate che continuavano ad essere distribuite, ecc., anche prima del ’43. Per questo, vedi ad esempio: Colorni E., Intorno al manifesto del PcdI. La lotta all’interno del fascismo, in Merli S., Fronte antifascista e politica di classe. Socialisti e comunisti in Italia (1923-1939). Bari: De Donato editore; 1962. Ma il testo si cita qui più per spiegare la diversa attitudine di quel tipo di militanza rispetto a quella indifferente odierna, piuttosto che per l’effettiva efficacia di un disperato tentativo di proseguire la propaganda in un contesto che ovviamente lo impediva. Tuttavia, c’è un punto differente anche di tipo pragmatico. E cioè che, rispetto ad oggi, le manifestazioni spontanee dei partigiani e degli scioperi di fabbrica scatenatesi nel ’43 furono prontamente intercettate dai partiti popolari, i quali si impegnarono tempestivamente ad interagire con tali gruppi mediante partecipazioni dirette e concrete, anche in virtù del fatto che questi ultimi erano in possesso di una lunga tradizione della prassi che aveva già insegnato loro come farlo.

[xxvii]      . “La iniziativa spetta infatti, nella Resistenza, a quelle forze popolari che durante il Risorgimento erano state ridotte a una funzione subalterna e talora persino battute, allo scopo di escluderle dalla direzione politica. Sono in prima linea, quindi, non le classi borghesi, inerti quasi sempre, quando non identificate col fascismo e con l’invasore straniero, ma gli operai, i contadini, il ceto medio lavoratore. Alla loro testa i comunisti, i socialisti, democratici radicali e cattolici d’avanguardia. È un blocco storico del tutto nuovo, che sancisce la vittoria sul fascismo, conquista una Costituzione repubblicana e democratica avanzata e apre la prospettiva di nuovi sviluppi progressivi. La Resistenza quindi, per questi aspetti politicamente e socialmente decisivi, non ha continuato, ma corretto il Risorgimento” cit. in Togliatti P., Il Risorgimento e noi. Torino: ciclo di lezioni, febbraio-aprile,1962. 

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Costituzione

Licenziamenti: la consulta dichiara incostituzionale la modifica dell’art. 18 della “Fornero”

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

La Corte Costituzionale è intervenuta con una recente pronuncia a dichiarare l’illegittimità della previsione normativa contenuta nell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, così come riformata dalla Legge Fornero (n. 90/2012). In particolare, la consulta ha rilevato l’incostituzionalità per violazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione, della parte della norma in cui si prevede una differente disciplina in materia di reintegra nell’ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo e le differenti fattispecie di licenziamento per giusta causa e giustificato motivo soggettivo.

Infatti, la censura evidenziata dalla Corte riguarda la previsione della facoltà di reintegra nel caso di licenziamento economico nella misura in cui il fatto posto alla base del licenziamento sia manifestamente insussistente, distinguendola dalla previsione di obbligatorietà di reintegrazione nei casi di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo. Tale differenza di disciplina determina, ad avviso della Corte, una chiara violazione del principio di eguaglianza di cui all’art. 3 in virtù della irragionevole disparità di trattamento tra il licenziamento economico e quello per giusta causa, rimettendo alla discrezionalità dell’organo giudicante la scelta tra l’indennità e la reintegra senza alcun criterio direttivo.

Una pronuncia che si inserisce nel contesto degli orientamenti giurisprudenziali che avevano rilevato profili critici delle riforme del mercato del lavoro e delle tutele nel caso di licenziamento degli ultimi anni, tra cui è bene ricordare la sentenza n. 194 del 2018 con la quale la consulta aveva dichiarato l’illegittimità dell’art. 3, comma 1 del D. Lgs n. 23/2015 (Jobs Act) censurando la rigidità e la inadeguatezza del meccanismo di calcolo dell’indennità contro i licenziamenti ingiustificati che non realizzava né “un equilibrato componimento degli interessi in gioco: la libertà di organizzazione dell’impresa da un lato e la tutela del lavoratore ingiustamente licenziato dall’altro”, né un efficace strumento deterrente per i licenziamenti ingiusti da parte datoriale.

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Costituzione Economia

Stato, comunità e democrazia (consumatori o cittadini?)

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Nello scenario odierno ricorre con una certa metodicità l’appello progressista a nuovi processi di identificazione individuale e collettiva che mettano da parte parole come “Stato” e “comunità” viste come un retaggio di un passato anacronistico destinato a non vedere nuova luce. Si costruiscono e distruggono comunità virtuali a ritmi incessanti, si promuovono nuove identità al fine di rassicurare l’individuo e inserirlo in gruppi dove esiste un ancoraggio precario. Tuttavia, come sosteneva il sociologo Zygmunt Bauman “la fiducia è stata bandita dal luogo ove ha dimorato per la maggior parte della storia moderna. Ora vaga qua e là alla ricerca di nuovi approdi, ma nessuna delle alternative a disposizione è riuscita fino a questo momento a eguagliare la solidità e l’apparente naturalezza dello Stato-nazione”.[1]

A fronte di questa evidenza le forze progressiste in Italia e, in senso lato, nel “mondo occidentalizzato”, non riescono a offrire una soluzione allo scontro con le forze globali e stentano a riconoscere il patriottismo costituzionale come un’opzione realistica. Si esercitano forze di resistenza contro le rivendicazioni di sovranità con etichette calunniose e si ostenta snobismo per l’istintiva ricerca di comunità associandola a primitivismi intellettuali. Tuttavia, fin quando la sinistra liberale e antagonista continuerà ad utilizzare le categorie di resistenza (riferite esclusivamente ai rigurgiti neofascisti e non alla globalizzazione) per analizzare la realtà contingente nel continente europeo, andrà incontro a pesanti ridimensionamenti del proprio consenso elettorale, fornendo un assist, più o meno coscientemente, alle destre più reazionarie ed estreme, che, se da un lato parlano, ingannevolmente, di “sovranismo” dall’altro fanno l’occhiolino alle élite dominanti per la conservazione delle attuali relazioni di potere.

Fin quando non si capirà, dunque, che la dimensione privilegiata per le lotte sociali (redistribuzione della ricchezza, previdenza, assistenza e sanità pubbliche, nazionalizzazione delle fonti produttive) è rappresentata dalle istituzioni statali e quindi dallo Stato inteso come luogo in cui si cristallizza una tensione pluralistica e conflittuale e allo stesso tempo produttiva di un ordinamento in cui “libertà” e “uguaglianza” non si sopprimono reciprocamente, e fin quando non si capirà che difendere la “democrazia”, non significa semplicemente difenderne gli aspetti formali (elezioni, multipartitismo, ecc.) ma anche e soprattutto gli aspetti sostanziali (uguaglianza e sovranità popolare), si cadrà vittime di una rappresentazione strumentale e tendenziosa, che tende a svilire tutti i fenomeni politici dal “basso” che rivendicano un ruolo attivo dello Stato nei processi economici (finanza funzionale).

D’altra parte è proprio la Costituzione italiana del ‘48 a contemplare l’attuazione del principio di uguaglianza sostanziale (art. 3 comma 2) che richiede espressamente che lo Stato assolva un compito di indirizzo, coordinamento e programmazione al fine di realizzare un ordinamento orientato ai principi di utilità e benessere sociale, al contrario di quanto avviene nell’ordinamento ordoliberale dove lo Stato assolve una funzione di regolazione della concorrenza. È evidente, pertanto, che si tratta di due concezioni della sovranità che definiscono diverse funzioni dello Stato e che rispondono a due filosofie di organizzazione dei rapporti sociali ed economici in conflitto tra di loro: da una parte l’esercizio della sovranità popolare indirizzato al “Welfare”, dall’altra il modello ordoliberale europeista che tende a disciplinare lo Stato dissolvendone le funzioni sociali e a ridurlo all’incarico di intermediario coloniale e di terzo regolatore.

Non può eludersi quindi che la difesa della democrazia, non passa dal moralismo contabile o dal semplice formalismo dei meccanismi elettorali, ma tenendo conto dell’integrazione degli interessi popolari nell’arena delle contese elettorali. Fu proprio il filosofo del diritto Norberto Bobbio in una delle sue opere (“Il futuro della democrazia”) a mettere in evidenza l’obiettivo del neoliberalismo: dapprima la sconfitta del socialismo nella sua versione collettivistica, in seguito la sconfitta della socialdemocrazia keynesiana e in definitiva la sconfitta della democrazia tout court, il tutto con un’offensiva portata avanti con l’astuta arma retorica degli sprechi, della burocratizzazione, della corruzione e delle inefficienze. Un processo, quello dell’offensiva diffamatoria, che ricorda l’atteggiamento semplicistico con cui viene affrontata la questione meridionale in Italia, benché i dati offerti dai Conti pubblici territoriali ci rappresentano una realtà lontana dalla pretesa uniformità di trattamento in tema di investimenti pubblici, e che allontana dalla comprensione del fenomeno della “meridionalizzazione” dell’Italia nel contesto dell’Unione europea.

L’attacco allo Stato-benessere con la sua cornice giuridica di protezione sociale e di repressione delle rendite finanziarie, è in definitiva un attacco alla democrazia partecipativa, perché spoglia i cittadini delle rivendicazioni più radicali, fornendogli nello stesso tempo, l’anestetico sociale della libertà dei consumi e un habitus psicologico conservatore. Lo Stato sociale così si trasforma in una repubblica impoverita e depauperata dei suoi strumenti di intervento atti a garantire la democratizzazione degli interventi pubblici, e la democrazia rappresentativa si trasforma in una democrazia elettorale dove l’apatia politica non solo non è scoraggiata, ma è pienamente tollerata se non promossa. Eppure, se si osserva la storia d’Italia, nel contesto dello Stato liberale dell’ottocento le battaglie dei democratici e dei radicali, erano mirate alla realizzazione della democrazia all’interno della cornice statale con l’estensione del suffragio (“il suffragio universale è alla base della giustizia sociale” scrisse Garibaldi al repubblicano Giovanni Bovio[2]), le battaglie dei socialisti e comunisti nel dopoguerra, prendevano in considerazione paritaria la questione nazionale e la questione sociale rimarcando la necessità dell’indipendenza economica da monopoli e oligopoli. Tutte queste battaglie per la giustizia sociale muovevano da premesse strutturali opposte a quelle odierne: Sovranità popolare, socialismo e comunità (quindi partecipazione), d’altra parte l’attuale sistema ordoliberale europeo o neoliberale in senso ampio, costruisce i sistemi normativi a partire dalle seguenti premesse strutturali: individualismo, consumismo e filosofia della competizione. Ogni riferimento alla sovranità nazionale e popolare è stigmatizzato in nome di una non meglio precisata sovranità europea o globale in cui dovrebbero introdursi le istituzioni “europee o globali” di controllo democratico. L’unico esercizio di sovranità consentito è quello del consumatore, un attore svincolato da ingerenze nazionali il cui unico principio guida è la ricerca del “comfort” temporaneo.

D’altra parte, torna di rilievo il tema della comunità che, secondo il sociologo Ferdinand Tonnies, implica un rapporto di vicinanza dal punto di vista linguistico, sentimentale, storico e delle consuetudini che palesa come la struttura comunitaria, a differenza di quella societaria fondata sullo scambio di utilità, possa esistere solo nella misura in cui esistano questi vincoli di appartenenza e di partecipazione spontanea. Pertanto, alla domanda “esiste una comunità europea?” si può efficacemente rispondere che risulta difficile credere a un rapporto comunitario se è proprio il TUE all’articolo 3 a ricordarci che l’Unione instaura un mercato interno fondato sulla forte competitività. Uno stato di competizione costante che di fatto fa cadere in oblio il principio di comunità. È interessante quanto ci fa notare l’antropologo Marco Aime in tema: “Quando i governi si riferiscono all’UE come a una comunità, lo fanno in modo retorico, proiettando su un’alleanza politico-economica tratti e valori auspicati, tipici della comunità tradizionale. Quando gli abitanti di Lampedusa o di Canazei parlano della loro comunità, invece, si riferiscono a una realtà di fatto”[3].

Ebbene, al di là della ricostruzione fiabesca di un villaggio globale in cui, in virtù del semplice principio dell’interdipendenza economica (trascurando il fatto che il diritto internazionale è governato dai rapporti di forza) si verrebbe a instaurare la provvidenziale armonia universale, in nome di un sovranazionalismo democratico (trascurando il fatto le organizzazioni internazionali di carattere economico funzionano con una governance tipica delle società di capitali), resta un piano di analisi che mette in luce che una comunità esiste là dove è presente uno Stato nel cui ordinamento si segue una precisa idea di bene comune e di economia al servizio del bene comune. Non è un caso che la nostra Costituzione prefiguri un modello di Stato-comunità in contrapposizione allo Stato-apparato: un modello in cui il popolo è reso partecipe delle decisioni sovrane della politica attraverso le istituzioni rappresentative e i corpi intermedi, e in cui il popolo è votato al progresso materiale o spirituale della società (art. 4 Cost.). Non è un caso che le limitazioni di sovranità di cui parla l’art. 11 della Costituzione siano preordinate esclusivamente (e in condizioni di parità con gli altri Stati) alla costituzione di organismi che tutelino la pace e non la “concorrenza”. Tutto ciò ci suggerisce che lo scontro tra Stato-comunità e organismi internazionali, non può essere banalizzato entro le categorie dialettiche post-moderne, ma deve essere posto sotto i riflettori di un’attenzione pubblica che metta in rilievo il conflitto tra una costruzione sociale che riconosce contemporaneamente l’iniziativa personale e un principio di comunità, e un ordinamento che tutela la concorrenza in funzione del “benessere del consumatore” e operare di conseguenza una scelta: una scelta che divide coloro che esistono solo come consumatori e coloro che, rievocando una meditazione di Marco Aurelio, decidono di essere cittadini dell’universale città umana.


[1] Zygmunt Bauman, “Intervista sull’identità”, cit., p. 51

[2] Giuseppe Garibaldi, “Lettere e proclami”, Edizioni librarie siciliane, cit., p. 159

[3] Marco Aime, “Comunità”, cit., p. 8

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Costituzione Storia

22 Dicembre 1947: l’approvazione della Costituzione

Articolo scritto da Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Il 22 Dicembre 1947 veniva approvata la Costituzione della repubblica italiana e si apriva così il trentennio glorioso, i trent’anni della ricostruzione di un Paese che aveva preso una decisione netta e inequivocabile rispetto al passato: serviva un taglio netto rispetto alle tendenze totalitarie ma soprattutto serviva un’”economia nuova”, come disse il comunista e costituente Renzo Laconi, in cui, a dispetto della concezione negativa dello Stato nel corso dell’età liberale, si assegnasse un ruolo attivo nello Stato nella riduzione delle disuguaglianze e nella difesa dell’individuo come centro di rapporti sociali.

Il primato assegnato alla dignità dell’individuo e alla centralità del lavoro, dunque, si accompagnano a una concezione dello Stato diversa sia dal Fascismo, in cui il fine dell’uomo è riassunto nell’espressione “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, una concezione finalistica che implica un’organizzazione totalitaria della vita collettiva in cui in cui la libertà e i fini della persona umana derivano dallo Stato stesso, e sia dal Liberalismo dove la contrapposizione tra Stato e individuo porta una delimitazione delle funzioni statali in modo da annularne le finalità sociali e redistributive (Stato minimo).

La continuità ideologica del momento resistenziale con la nascita della Costituzione si evince soprattutto da questo: la volontà di superamento tanto del modello di collettività elitario prefascista previsto dallo Statuto Albertino, quanto del modello totalitario.

Oggi ricorre un momento di memoria necessario: la rievocazione di un modello, quello costituzionale, dove il sodalizio tra le posizioni cattoliche-dossettiane e le posizioni social-comuniste, aveva realizzato una idea di Stato sociale che, sebbene non enunciato formalmente dalle norme costituzionali, emergeva sostanzialmente dalle norme che disciplinano i rapporti economici e dalle sedute dell’assemblea costituente. In tale contesto fu proprio Giuseppe Dossetti a dettare la linea di questa nuova forma di Stato quando affermava “la precedenza sostanziale della persona umana (intesa nella completezza dei suoi valori e dei suoi bisogni non solo materiali ma anche spirituali) rispetto allo Stato e la destinazione di questo al servizio di quella”.

Rivendicare la portata progressiva e democratica della Costituzione significa soprattutto questo: trascendere gli aspetti formali della democrazia e risaltarne gli aspetti sostanziali di conquista sociale in termini di difesa del lavoro e delle rivendicazioni delle classi popolari.

Esiste un’eredità culturale che ha donato benessere, libertà e pace. Un patrimonio di valore universale che aspetta soltanto di essere colto e portato a nuova vita.

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Costituzione

Riders: sentenza storica a Palermo

Articolo scritto da Valerio Macagnone, Segretario di ESC

L’universo della “gig economy”, ovvero dell’economia dei lavoretti, ci offre un’adeguata rappresentazione della situazione in cui versa il mercato del lavoro italiano, sempre più caratterizzato da sacche di lavoro precario e sottopagato, e sempre più invischiato in una spirale deflazionistica al quale non corrisponde un’adeguata offerta politica in grado di costruire un’articolazione programmatica a tutela dei lavoratori, e a cui i sindacati, salvo rare eccezioni, non sanno reagire con i mezzi di difesa più opportuni.

Un esempio eclatante di “gig economy” su cui si sono sollevati interessanti contrasti giurisprudenziali in ordine alla qualificazione giuridica del rapporto di lavoro, è quello dei riders, ovvero dei fattorini che mediante mezzi di locomozione, come biciclette e motorini, si occupano di svolgere l’attività di consegna a domicilio dei prodotti offerti dagli esercizi commerciali attraverso un sistema che suddivide l’attività lavorativa in tre fasi (ritiro, tragitto e consegna), ognuna delle quali è procedimentalizzata seguendo dei comportamenti determinati dall’azienda food delivery.

Tale sistema prevede l’uso di parametri di valutazione dell’attività lavorativa del rider basato sugli algoritmi della piattaforma digitale utilizzata dalla società datoriale. In particolare, è previsto che i riders siano valutati sulla base di un “punteggio di eccellenza” che incide sulle scelte delle fasce orarie (“slot”) da parte del lavoratore il quale potrà avere accesso prioritariamente alle sessioni lavorative degli orari migliori in ragione di un maggiore punteggio. Ai fini della determinazione del punteggio l’efficienza incide nella misura del 35%, l’attività in ”alta domanda” nella misura del 35%, il feedback dell’utente nella misura del 15%, l’esperienza nella misura del 10% e infine il feedback dei partner nella misura del 5%. Chiaramente ci sono anche i parametri che concernono la valutazione negativa come nel caso di riscontro al ribasso degli ordini in “alta domanda” o di giudizio negativo da parte dei consumatori.

Inoltre i riders vengono assunti con contratti di lavoro autonomo, sono soggetti a basso reddito e le loro prestazioni di lavoro seguono dei meccanismi ripetitivi che li porta a incrementare la quantità delle loro prestazioni per ottenere un miglior giudizio di produttività ed accedere a fasce di orario migliori. Un meccanismo assillante di competizione al ribasso che ricorda molto quanto ci diceva Gaber in uno dei suoi brani:

“Questo ingranaggio così assurdo e complicato/ così perfetto e

travolgente/ quest’ingranaggio fatto di ruote misteriose/ così spietato e massacrante/quest’ingranaggio come un mostro sempre in moto/

che macina le cose che macina la gente”.

Dopo la recente presa di posizione da parte della Suprema Corte Tedesca che ha esteso la disciplina del lavoro subordinato ai riders della multinazionale “Foodora”, la giurisprudenza italiana ha segnato un passo in avanti nel percorso interpretativo riguardante il rapporto di lavoro tra le aziende di food delivery e i fattorini: il Tribunale di Palermo in una recente pronuncia (sezione lavorosentenza 20 novembre 2020n3570),dove il lavoratore ricorrente, in sede di impugnazione del licenziamento chiedeva una diversa qualificazione del rapporto di lavoro, ha statuito che in relazione alle concrete modalità di prestazione dell’attività lavorativa, emerge chiaramente che il lavoro svolto dal rider è da considerarsi fittiziamente autonomo, dal momento che l’organizzazione e la gestione produttiva è unicamente effettuata dalla parte datoriale nell’interesse esclusivo dell’azienda: risulta decisivo, alla luce di quanto esposto dal giudice di primo grado, il fatto che, è proprio la piattaforma, sulla scorta dell’algoritmo, a determinare le assegnazioni delle consegne in modo del tutto indipendente dalla volontà del lavoratore, e sulla base della geolocalizzazione del rider che, per poter essere selezionato, dovrà trovarsi nei pressi dei luoghi di ritiro della merce. Inoltre, in base a suddetto orientamento giurisprudenziale, poiché il punteggio può subire delle riduzioni nelle ipotesi di rifiuto di turni lavorativi, l’eventuale riduzione può essere annoverata come una sanzione atipica che sottoporrebbe il rider al potere latamente disciplinare del datore di lavoro. Alla luce di ciò e sulla scorta del carattere continuativo del rapporto di lavoro e dell’intento punitivo col quale la società ha disposto disattivazione dell’account in seguito alle rivendicazioni sindacali da parte del lavoratore riguardanti precedenti blocchi dell’account e la mancata fornitura dei DPI (dispositivi di protezione individuale), il giudice, ha riconosciuto la presenza del vincolo di subordinazione ai sensi dell’art. 2094 c.c., e ha stabilito l’inefficacia del licenziamento essendo del tutto assimilabile a un licenziamento orale, condannando la società alla reintegrazione del rider e al pagamento delle differenze retributive.

Una pronuncia che permetta al lavoratore di tornare al lavoro a tempo pieno e indeterminato e con il riconoscimento della retribuzione prevista per la mansione di ciclofattorino di cui al VI livello del CCLN Terziario.

Una sentenza, dunque, che può essere un apripista interessante per un settore segnato dalla precarietà esistenziale, ma che ci offre la cifra di come la digitalizzazione del lavoro possa avere effetti alienanti per i lavoratori e per una società che ha bisogno di un urgente recupero del principio lavorista della nostra Costituzione.

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Ambiente e Beni Comuni

L’esproprio di oggi: il caso Mondello Italo-belga

Articolo scritto il 14 luglio 2020, da Pietro Salemi, Vice-presidente di ESC

Questo è ciò che resta ai palermitani delle proprie coste.

Su sollecitazione dell’amico Guido Bonfardeci, faccio un piccolo punto su quello che è da ritenersi un insopportabile saccheggio ai nostri danni. La società Italo-belga già dal 1910 ha messo le tende, anzi le capanne, sul magnifico litorale di Mondello. Sono 39mila i metri quadri di costa dati in concessione alla Italo-belga per un canone annuo pari a 42.000€, a fronte di un fatturato che (secondo dati 2013, gli ultimi che ho avuto modo di trovare) ammonta a 7 milioni di euro annui.Per dare un’idea dello scandalo ai nostri danni, proprio 7 milioni di Euro l’anno è ciò che percepisce la Sicilia come concessioni totali per i suoi 920 km di demanio marittimo dati in concessione. A conti fatti, qualora si passasse ad un gestione diretta da parte dell’ente pubblico, solo la litoranea di Mondello garantirebbe gli stessi introiti per le casse pubbliche. La speculazione privata ai danni dei cittadini non è certo peculiarità solo siciliana, ma qui raggiunge livelli intollerabili, se è vero, com’è vero che la Toscana realizza 16 milioni di € (più del doppio della Sicilia) per concessioni su un totale in km di poco più di un terzo rispetto alle coste siciliane. L’ingiustizia è almeno tripla:- la privatizzazione selvaggia della costa che toglie al cittadino la godibilitá della spiaggia, condannandolo a stiparsi a strati nei pochi cm lasciati liberi;- la fuga con un bottino milionario da parte di una multinazionale privata che paga concessioni di fatto irrisorie;- la mancata percezione di tali utili da parte dell’ente pubblico.

Ps: la concessione è stata rinnovata proprio il 20 maggio scorso da Totò Cordaro, l’assessore regionale al Territorio e ambiente, fino al 31 dicembre 2033. 🤙🏽

Pps: Ecco una petizione da sottoscrivere per chi è interessato a mettere almeno un po’ di pressione su questo tema al decisore pubblico. Non servirà a niente ma almeno contiamo quanti siamo a non accettare più quest’ingiustizia ai nostri danni e a proporre fattivamente soluzioni alternative e rispettose dei principi costituzionali: http://chng.it/CvTq4rMX47#giùlemanidallenostrecoste#cosepubbliche

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Costituzione

Libertà è partecipazione: il partito e lo Stato sociale

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

La società neoliberale è strutturata mediaticamente in modo da far credere che la libertà sia una sorta di prodotto assicurativo preconfezionato contro gli aleatori rischi di fascismo e che il securitarismo sia l’unica ambizione popolare possibile in un contesto dove gli squilibri nella distribuzione del reddito non vengono tenuti in minima considerazione se non come arma retorica priva di contenuto. La realtà storica, invece, ci dice che la libertà per i ceti più deboli è stata una conquista ottenuta dai partiti socialisti e popolari con una lotta intelligente che alla base aveva disciplina, conoscenza, divulgazione e difesa della coesione organizzativa. Il partito in ambito socialistico, durante il corso della Prima Repubblica, rappresentava il necessario mezzo di integrazione delle masse popolari nelle istituzioni politiche, dacché il passaggio dallo Stato monoclasse/liberale, a base sociale ristretta, allo Stato pluriclasse/sociale, richiedeva appunto la presenza di corpi intermedi che con un apparato organizzativo solido mantenevano la coesione di azione e intenti tra elettori ed eletti. La creazione di una identità collettiva di classe è stato, quindi, l’obiettivo a cui miravano i partiti a vocazione popolare che, dopo la fase di transizione totalitaria rappresentata dal fascismo, introdussero un nuovo quadro istituzionale/normativo democratico e nuovi istituti atti a garantire il progresso sociale e un benessere diffuso. La convergenza di ambizioni ha avuto la sua consacrazione nella Costituzione che prefigura una nuova forma di Stato il cui scopo era quello di superare definitivamente le criticità emerse nel corso dell’età liberale. Lo Stato sociale, dunque, conosciuto anche come Welfare state ovvero Stato del benessere, si distingue dallo Stato liberale, basato sul principio della libertà negativa, per l’enunciazione di una nuova formula di equilibrio in cui spetta proprio agli organi pubblici l’intervento nel campo economico. Tale intervento si manifesta principalmente in due modi: 1) governo del ciclo economico attraverso politiche di stampo keynesiano volte a contrastare gli effetti negativi del ciclo economico con incremento della spesa pubblica al fine di supportare la domanda interna ed evitare la disoccupazione; 2) adozione di norme giuridiche finalizzate a ottenere da una parte, sul piano regolativo, una sostanziale riduzione delle disuguaglianze di reddito tra individui e tra gruppi con una disciplina del rapporto di lavoro subordinato volta a tutelare il soggetto con minore potere contrattuale, ovvero il lavoratore, ad esempio con la limitazione della libertà di licenziamento o ancora con il diritto a un’equa retribuzione, e, d’altra parte, sul piano redistributivo, un sostanziale trasferimento di risorse finanziarie da determinate categorie ad altre attraverso il prelievo fiscale onde poter attuare politiche assistenziali e previdenziali in favore di inabili al lavoro, disoccupati e dei lavoratori infortunati o malati. La Costituzione, quindi, nella sua vocazione umanistica, mette proprio in evidenza la necessità di tutelare non soltanto le “libertà negative” (libertà dallo Stato) ovvero tutte quelle libertà per le quali è dovere da parte dello Stato omettere qualsiasi forma di intervento che crei ostacolo alla libertà individuale (ad esempio, l’art. 21 Cost: Libertà di espressione, o ancora, art. 33 Cost.: libertà di arte/scienza/insegnamento) ma, nell’intenzione di superare i limiti del liberalismo e di tutelare i diritti positivi, pone il principio fondamentale dell’eguaglianza sostanziale previsto dal secondo comma dell’art. 3 della Costituzione: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Tale principio, introdotto per volontà del socialista Lelio Basso, trasferisce sul piano sostanziale l’enunciazione formale di eguaglianza di cui al primo comma dello stesso articolo, ed esplicita il carattere interventista dello Stato sociale. L’esistenza dello Stato del benessere diventa quindi la condizione preliminare per la rivendicazione di entrambe le posizioni giuridiche attive: libertà e diritti positivi. Ma se da una parte le libertà negative, retaggio del costituzionalismo liberale, richiedono un’astensione dello Stato dalle scelte dell’individuo, i diritti positivi si caratterizzano per la pretesa di soddisfazione nei confronti dello Stato il quale si impegna a porre in essere tutti gli interventi opportuni a che sia garantiti i diritti sociali (lavoro, istruzione, casa, assistenza e salute). Si può dunque parlare, in quest’ultimo caso, di libertà mediante lo Stato, e come osserva Piero Calamandrei “Se si guarda alla loro finalità, è legittimo l’allineamento di questi nuovi diritti sociali accanto ai tradizionali diritti politici del cittadino in un’unica categoria di diritti di libertà; perché la loro proclamazione deriva, come si è visto, dall’aver riconosciuto che l’ostacolo alla libera esplicazione della persona morale nella vita della comunità può derivare non solo dalla tirannia politica, ma anche da quella economica: sicché i diritti che mirano ad affrancare l’uomo da queste due tirannie si pongono ugualmente come rivendicazioni di libertà”.

Piero Calamandrei

Dunque, appare evidente che mediante gli interventi correttivi del Welfare state vengono a realizzarsi delle compensazioni modificative dei risultati ottenuti dalle forze del mercato e di conseguenza l’individualismo liberale viene superato in favore di un sistema ad economia mista basato sulla solidarietà sociale. L’individuo e lo Stato non vengono più considerate come entità astratte in contrapposizione tra di loro, ma nel contesto della democrazia pluralista e sociale, l’individuo può definire la propria personalità pienamente partecipando alla vita sociale ed economica del Paese. Lo Stato interventista/keynesiano, pertanto, è stato il frutto di un compromesso politico dove accanto alle libertà liberali, si tengono in considerazione le disuguaglianze prodotte dalle dinamiche del mercato che vengono quindi corrette in funzione di un pieno equilibrio democratico tra le diverse istanze sociali e le diverse categorie presenti all’interno di una democrazia pluralista. Tuttavia, nonostante le nobili intenzioni dei costituenti abbiano trovato una valida ma parziale traduzione empirica nel trentennio postbellico, la narrazione attualmente dominante nel mondo mediatico, televisivo e letterario, tende a dare una rappresentazione erronea dello Stato e delle sue funzioni costituzionali, proiettando l’attenzione dell’opinione pubblica su dibattiti estremamente polarizzati e molto spesso irrazionali in cui lo sfondo comune, rappresentato dall’ordinamento giuridico sovranazionale, non viene messo minimamente in discussione se non attraverso proclami a cui non viene data alcuna parvenza di solidità. In questo scenario, dove i titoli inseguono la piazza (i social network) e si ha una prevalenza delle forze regressive (già profetizzate dal costituente socialista Gustavo Ghidini) il vero progressismo, ovvero quello che mira a ottenere l’avanzamento dei ceti più deboli della società in una cornice di dirigismo statale, è tuttora neutralizzato da una “sfilata cinematografica” di retoriche opposte e divisive ma solidamente unite dalla volontà di non mettere in discussione i capisaldi dell’ideologia neoliberale (Stato minimo, concorrenza e individualismo). Il concetto di libertà viene distorto e assolutizzato in maniera impropria, e d’altra parte prende campo la deriva punitivista della destra securitaria che, pur rivolgendo “prosaicamente” la propria offerta politica alla fasce sociali che più sono state colpite dalla crisi, continua ad adottare politiche regressive sotto il profilo economico. In questo contesto storico fortemente contrassegnato dalla crisi economica, culturale e sociale, la Costituzione può tornare ad essere la bussola con la quale orientarsi in futuro e rappresentare la base necessaria per un orizzonte di progresso materiale e spirituale, in cui può tornare in auge il concetto di democrazia progressiva in forza del quale l’antinomia tra individualismo e collettivismo viene definitivamente risolta in favore di un sistema in cui un regime giuridico di giustizia sociale è condizione preliminare e arricchimento della libertà individuale: come sosteneva il filosofo Bontadini “Il personalismo perciò deve evitare, se non vuole corrompersi speculativamente, di opporsi al “socialismo”, deve accettare l’eliminazione dell’antinomia”, e in tal senso, occorre necessariamente tornare a marciare nella direzione tracciata dalla nostra carta costituzionale.