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Storia

GAP: memorie e protagonisti del patriottismo rivoluzionario

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Pietro Nenni

“Tutti insieme ci ricolleghiamo alla tradizione Garibaldina perché rappresentiamo le stesse forze di progresso che un secolo fa si unirono a Garibaldi”

Fu con queste parole che il socialista Pietro Nenni volle specificare la natura del Fronte democratico popolare in un discorso di apertura della campagna elettorale tenuto a Milano il 14 Marzo 1948. In quel contesto segnato dalle difficoltà del dopoguerra, lo spirito repubblicano e socialista era il naturale complemento dell’ideale patriottico che aveva animato la lotta partigiana contro il nazifascismo. Il Fronte democratico popolare, ovvero l’alleanza politico-elettorale dei comunisti e socialisti per le elezioni del ’47 e del ’48, aveva come simbolo l’effige di Garibaldi rivendicando in questo modo la continuità ideologico-spirituale tra le camicie rosse e il “Blocco del popolo” che si presentava alle elezioni. Il PCI, dal canto suo, aveva organizzato le Brigate Garibaldi dal cui comando generale nacquero i GAP, ovvero i gruppi di azione patriottica, unità partigiane che erano destinate a svolgere azioni militari di sabotaggio e attentati contro le forze occupanti. I GAP romani (tra cui Carlo Salinari e Carla Capponi), in particolare, diventarono famosi per l’attentato di Via Rasella, in cui  persero la vita trentatré soldati tedeschi, e che causò la rappresaglia nazista con l’eccidio delle Fosse Ardeatine. L’immaginario della sinistra dell’epoca era fortemente pervaso da un’idea patriottica che era tanto distante dallo sciovinismo nazionalista, quanto lontano dalle influenze di orbita occidentale. La storiografia comunista ha definito la Resistenza come il “Secondo Risorgimento” per il suo forte contenuto simbolico e per la necessità di dare una fisionomia autonoma alla lotta di indipendenza nazionale che, in un paese diviso e colto dall’imminente sconfitta nella seconda guerra mondiale, non poteva non essere la base fondamentale di riscatto nazionale dopo il ventennio e contro l’idea di Patria che veniva veicolata dal fascismo. Le riluttanze ideologiche, tuttavia nelle file del PCI, rispetto alla rievocazione del termine patriottismo nelle unità partigiane non mancarono, infatti come ebbe a dire la partigiana Carla Capponi del reparto “Carlo Pisacane”: “Quando il partito ci diede il nome GAP, qualcuno di noi chiese che “gruppi di azione patriottica” venisse cambiato in “gruppi di azione partigiana”. Era una forma di settarismo. Quel patriottica ci sembrava nazionalismo, volevamo una definizione più di classe, più rivoluzionaria. Però ci convincemmo: la nostra era una guerra di liberazione nazionale, e la combattevano tutti. Era una riaffermazione del vero patriottismo, dell’unità popolare”. A fronte di alcune resistenze di ordine psicologico/ideologico, d’altro canto era prevalente una impostazione che riteneva indispensabile rivendicare la difesa della patria e un concetto progressivo di patriottismo come elemento di sodalizio nazionale delle forze social-comuniste. Non solo Nenni, dunque, ma anche protagonisti assoluti della Resistenza come Palmiro Togliatti, Lelio Basso, Concetto Marchesi e in particolare Pietro Secchia facevano propria l’idea patriottica di liberazione nazionale contro le forze reazionarie, con il preciso intento di sottolineare le differenze con il nazionalismo aggressivo e di rimarcare la complementarietà tra il sentimento nazionale e l’internazionalismo.

L’idea di emancipazione dei popoli e di indipendenza nazionale, d’altronde, promanavano già dalle tesi leniniste sulla questione coloniale, in cui si asseriva la necessità di sostenere tutti i movimenti di indipendenza nazionale contro il giogo coloniale delle forze imperialiste, e dalle idee sostenute da Friedrich Engels secondo cui l’indipendenza nazionale era la “condicio sine qua non” dell’internazionalismo socialista e della risoluzione in chiave socialista di ogni questione interna. La visione social-comunista di indipendenza nazionale, al netto delle possibili accuse di retorica propagandistica, si nutriva in effetti di un’idea di internazionalismo proletario visto come elemento ideologico di contrapposizione al nazionalismo e al cosmopolitismo borghese. Il socialista Lelio Basso, nell’ambito del cosiddetto Tribunale Russell (tribunale internazionale istituito al fine di svolgere inchieste relative ai crimini di guerra ) mise in evidenza il tema sottolineando che in assenza di indipendenza economica di fatto è annullata l’indipendenza politica di un paese e che in assenza di una politica economica indipendente dall’influenza dei grandi complessi multinazionali la vita economica e sociale di un paese è irrimediabilmente compromessa e sacrificata sull’altare degli interessi economici dei “patrioti del loro portafoglio” come ebbe a dire Togliatti con riferimento ai cartelli internazionali. Il patriottismo declinato in senso difensivo, come rivendicazione di possesso delle proprie risorse produttive, come esplicitazione della capacità di autodeterminazione dei popoli, come applicazione dell’internazionalismo e quindi come espressione delle particolarità e delle tradizioni di ciascun popolo e come difesa dalle aggressioni imperialiste, fu senza dubbio la linea guida dei partiti socialisti e comunisti che presero parte alla lotta contro l’hitlerismo e la RSI e, benché con alcune differenze dottrinarie, fu il lume ispiratore di altre formazione partigiane, come le Brigate Mazzini, che rispondevano al Partito Repubblicano e a “Giustizia e libertà” in modo prevalente. Il partigiano siciliano, Pompeo Colajanni, nome di battaglia “Nicola Barbato” descrive il legame sentimentale tra Resistenza, Fasci siciliani dei lavoratori e Risorgimento siciliano in questi termini: “Portai il nome di Nicola Barbato nel fuoco della lotta liberatrice perché essa costituiva un tramite tra la Sicilia e la Nazione in lotta per la libertà, tra il Risorgimento e la Resistenza collegati dal grande moto popolare dei fasci dei lavoratori non solo cronologicamente.”

«I partigiani del Sud vengono da lotte antiche, sono i nipoti dei “picciotti” e gli eredi dei La Masa, e dei Corrao […] dei carbonari e dei giacobini della repubblica partenopea, eredi, ma anche vendicatori degli uomini del glorioso gennaio 1848, delle squadre contadine poi deluse e tradite dalla conquista regia dei fasci siciliani, che posero in termini moderni l’antica rivendicazione dei vespri: “buon governo e libertà”.

Nelle parole di Colajanni riecheggia il riferimento al Risorgimento siciliano e ai suoi protagonisti: il generale La Masa e Giovanni Corrao furono non solo protagonisti assoluti delle vicende siciliane del ’48, ma ebbero un ruolo fondamentale per il successo della spedizione dei mille e nella influenza politica delle masse. Giovanni Corrao, in particolare, era un popolano carismatico di notevoli doti militari che seguì Garibaldi sia nel 1860 che nel ’62 in occasione della sventurata spedizione dell’Aspromonte che, presentandosi al grido “O Roma o morte!”, venne frenata dall’esercito piemontese. In questa occasione, il Corrao aveva rinunciato alla divisa da colonnello dell’esercito piemontese per la sua avversione nei confronti delle politiche sabaude nei confronti della Sicilia e per assecondare la sua indole da democratico, radicale e repubblicano che non poteva rimanere sorda alla nuova chiamata alle armi del generale nizzardo per la liberazione di Roma dal Papa e dai francesi. Dopo il fallimento della spedizione garibaldina, Corrao tornò a Palermo dove mantenne attivi 400 dei suoi “picciotti” che l’avevano seguito sull’Aspromonte. Le sue intenzioni di ritorno in armi furono esplicitate in una lettera a Crispi dove scrisse che era pronto ad entrare in azione nel caso in cui “Garibaldi e i suoi si mettessero sul banco per essere processati”. Tuttavia, la sua coerenza ideologica, la sua tenuta morale nonché la sua capacità carismatica d’influenza sugli ambienti popolari e radicali, non potevano non essere invisi allo Stato sabaudo. Morì in un agguato nel 1863 e la documentazione relativa agli atti istruttori dell’inchiesta scomparve dagli archivi del Tribunale di Palermo, anche se secondo una tesi storiografica, supportata dalla testimonianza del compagno d’armi Edoardo Pantano, l’omicidio si dovette a una collusione tra la polizia e gli ambienti mafiosi che avevano colto perfettamente i rapporti di forza instauratosi dopo l’unificazione accomodandosi dalla parte governativa. Lo spirito laico-rivoluzionario del garibaldinismo di cui Corrao era uno dei massimi esponenti, ci testimonia l’origine risorgimentale della storia del patriottismo di sinistra che, tuttavia, venne ben presto rimpiazzato dal nazionalismo nascente dello Stato liberale e dalle missioni coloniali dell’ex repubblicano Francesco Crispi. Felice Cavallotti, poeta garibaldino e co-fondatore dell’estrema sinistra storica insieme ad Agostino Bertani, commenterà in questo modo il trasformismo di molti democratici: “Quando io parlo di democrazia, ossia del grande partito popolare che ebbe da Mazzini l’idea, da Garibaldi il metodo e dalla coscienza insorgente delle classi diseredate il sentimento dei bisogni nuovi, non mi occupo e non parlo della combriccola che ha trovato comodo aggrapparsi a quel nome per ammantare puerili ambizioni o per nascondere pudicamente connubi”.

Il rapporto di continuità simbolica ed ideologica tra i patrioti del Risorgimento e i partigiani della Resistenza fu un “leitmotiv” ricorrente tra i dirigenti e gli storici comunisti. In particolare con il costituente e senatore del PCI, Pietro Secchia il quale, oltre a mettere in evidenza la forte vocazione sociale dei protagonisti del Risorgimento, era altresì assertore di un patriottismo popolare contrapposto al nazionalismo borghese, e perciò, internazionalista: “Il nostro internazionalismo allarga e rafforza il sentimento nazionale perché unisce tutti i popoli che lottando per la pace lottano per conservare la loro libertà, la loro indipendenza o per conquistarla completamente.”[1]Tale impostazione venne ulteriormente ribadita da Togliatti che rivendicava il fatto che il terreno nazionale fosse la base per la lotta di emancipazione sociale e per la solidarietà internazionale tra i lavoratori. Se, dunque, i comunisti insistevano sul concetto di patriottismo accordato all’internazionalismo proletario, i socialisti d’altro canto rafforzavano l’idea del patriottismo come sinonimo della libertà dei popoli nella lotta sia contro il “cosmopolitismo borghese” sia contro il nazionalismo espansionista. Carlo Rosselli, antifascista e teorico del socialismo liberale e di un’idea socialistica non necessariamente imparentata col marxismo, nonché custode dell’idea mazziniana di patriottismo tendente all’umanità, era d’altro canto fervido oppositore del nazionalismo che aveva trasfigurato il Risorgimento e i suoi protagonisti per ragioni propagandistiche, rievocando un concetto originale di internazionalismo che “per esistere deve salire dal basso verso l’alto, farsi positivo, vivere prima nella personalità singola, nella classe, nella patria”[2]. La coesistenza di diverse anime del CLN nella lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, naturalmente aveva dato luogo a rivalità e a tentativi di egemonizzazione dell’esperienza resistenziale in modo particolare dal Pci le cui brigate furono di fatto le più numerose e militarizzate. Il responsabile militare del Pci in Piemonte, Remo Scappini disse a tal proposito: “Senza esitazioni condurre immediatamente una lotta spietata contro i tedeschi e i fascisti […] facendo del nostro partito il fattore predominante nella lotta per la liberazione dell’Italia da tutti i nemici stranieri e nostrani, assicurando al partito e alla classe operaia un ruolo decisivo nel futuro riordinamento politico e sociale del paese.”[3]. Il patriottismo veniva dunque declinato in un’ottica difensiva, ovvero di difesa delle tradizioni popolari e del lavoro, dall’idea amorfa di espansione del dominio imperialista e dalle corporazioni internazionali le quali, come disse il presidente cileno Salvador Allende nel 1972, “per le loro attività non rispondono a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di nessun Parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l’interesse collettivo”.

Il patriottismo nella sua versione democratica  e nelle sue applicazioni eterogenee, quindi, si presentava non solo come propulsore necessario per un sentimento collettivo di aspirazione alla libertà nazionale contro il nazifascismo, ma come rivendicazione di conflitto contro gli squilibri di potere prodotti dalla prevaricazione degli interessi monopolistici rispetto agli interessi della collettività. Dopo il ‘43, infatti, le attenzioni dell’opposizione social-comunista si concentrarono sui nuovi assetti geopolitici che vedevano protagoniste le forza anglo-americane interessate a fomentare tanto le spinte indipendentiste della Sicilia a seguito dello sbarco, quanto la “normalizzazione” dell’Italia all’interno dei nuovi disegni di egemonizzazione strategica dell’Europa in funzione antisovietica. Come sostiene lo storico Nicola Tranfaglia infatti: «Gli obiettivi immediati delle forze alleate in Sicilia furono dunque: a) mantenere l’ordine conservando nello stesso tempo buoni rapporti con la popolazione; b) ripristinare un tessuto sociale affidabile e conforme agli interessi anglo-americani, come si venivano delineando nel quadro strategico internazionale; c) stroncare le forze di sinistra prima di un loro troppo profondo radicamento sociale». A testimonianza di ciò, nel 1944, Girolamo Li Causi, partigiano e primo segretario del PCI siciliano, tenne un comizio a Villalba dove il dirigente comunista denunciò apertamente la funzione parassitaria dei gabellotti e la rete di connessione mafia-latifondo a difesa delle strutture agrarie preesistenti alla riforma del 1950 apertamente ostacolata dai settori conservatori dell’amministrazione americana. In tale occasione, il capomafia Calogero Vizzini si presentò con un bastone in mano al centro di Piazza Duomo dove si teneva il comizio con la presenza di un presidio di mafiosi davanti la sezione della Democrazia cristiana il cui segretario era Beniamino Farina nipote di Vizzini. Dopo le parole del dirigente comunista, si scatenò un agguato in cui lo stesso Li Causi rimase ferito al ginocchio da un colpo di pistola.

Girolamo Li Causi

Un altro partigiano siciliano delle Brigate Garibaldi, Placido Rizzotto, socialista, segretario della Camera del Lavoro di Corleone nonché dirigente delle lotte contadine contro il latifondo e le mafie, venne assassinato da un gruppo di mafiosi guidati da Luciano Liggio la sera del 10 Marzo 1948. Delitto che si inserisce nel mezzo di altri due assassini a danno del mezzadro socialista Epifanio Li Puma e del segretario della Camera del Lavoro di Camporeale Calogero Cangelosi.

Placido Rizzotto

In Sicilia, dunque, la “rivoluzione” era strettamente connessa alla risoluzione della questione meridionale e al superamento della tradizionale alleanza tra mafiosi gabellotti e aristocrazia latifondista che, di fatto, impedirono la modernizzazione democratica della Sicilia con il ferreo contributo dello Stato sabaudo, come avvenne in occasione della repressione dei fasci siciliani dei lavoratori nel 1894 già rievocati dal partigiano Colajanni che decise il nome di battaglia “Nicola Barbato” in onore di uno dei capi dei fasci siciliani. Se in Sicilia le lotte dei partigiani siciliani (Colajanni, Li Causi, Buttitta, ecc.) erano dirette a contrapporsi alle forze reazionarie-conservatrici nelle rivendicazioni contadine, in una visione complessiva dell’ordinamento Italiano, le forze progressive della Liberazione si ponevano come alfieri di una nuova costituzione sociale. L’attenzione dei costituenti del ’48, dunque, aveva ben inteso il monito espresso da Carlo Pisacane (“Che sia un Re, un Presidente, un Triumvirato a capo del governo, la schiavitù del popolo non cessa se non cambia costituzione sociale”) e il lavoro di rielaborazione etico-giuridica da essi espresso, fu focalizzato nell’obiettivo del superamento democratico delle preesistenti forme di Stato, e nel tentativo di coniugare l’uguaglianza sostanziale con i tradizionali diritti liberali.

Seppur con alterne fortune e coi limiti dell’esperienza Italiana, confinata entro i limiti di una sovranità incompiuta a causa dell’incombenza di organizzazioni internazionali (NATO e UE) che formalizzano l’istituzione di oligarchie economiche/politiche, sia attraverso le riforme elettorali-istituzionali, sia mediante politiche austeritarie/deflazionistiche, le vicende patriottiche dello “Stivale” ci consegnano un retaggio politico-ideologico tuttora valido e di universale applicazione in quelle guerre che sono asimmetriche per definizione: le guerre di liberazione. Nella febbrile ostentazione folkloristica “resistenziale” dei settori della sinistra liberal, ci si dimentica che la rinnovata dimensione democratica dello Stato sociale, poté realizzarsi solamente con l’idea fiduciosa di associazione tra lotta armata per l’indipendenza nazionale e rivendicazione economica e politica di massa, e non con la difesa astratta di principi formali o disapplicati. Se, dunque, il comunista siciliano, Concetto Marchesi, rievocava la sacralità della difesa della Patria, e la necessità di “costituire il popolo italiano”, sovviene spontanea la questione: in che misura i partiti di massa sono stati in grado di costituire il popolo italiano? In assenza di una risposta compiuta, è tuttavia ancora possibile la risposta positiva che Albert Camus riteneva implicita nella dimensione rivelatrice della rivolta: l’espressione di una frontiera dopo cui non è possibile stare sotto la sferza del padrone, una rivendicazione di integrità, una risposta combattente: «Una volta, e fu l’ultima al principio dell’estate, distribuirono trecento lire a ciascuno di noi. “Chi li manda questi soldi?” uno domandò. Il furiere rispose: “Non so, credo gli americani”. Quegli allora ribatté: “Non siamo al servizio degli americani”, e restituì i soldi. Alcuni lo imitarono.»[4]


[1] Discorso pronunciato a Foggia, il 30 novembre 1952, in occasione della campagna per il tesseramento e il reclutamento al partito, riportato in “Chi sono i comunisti. Partito e masse nella vita nazionale“, Mazzotta editore, 1977, p. 131

[2] Da «Giustizia e Libertà»: 18 gennaio 1935

[3] R. Scappini, “Considerazioni sulla situazione generale del Piemonte, 30 Settembre 1943“, in P. Secchia, “Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione“, cit., p. 122

[4] Angelo Del Boca, Dizionario del partigiano anonimo, “Storie della Resistenza”, Sellerio editore Palermo, cit., p. 59

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Economia Storia

Maastricht e tutto il resto

Articolo di Wynne Godley, ottobre 1992

segnalato da Valerio Macagnone, segretario ESC

Moltissime persone in Europa si sono rese conto improvvisamente di quanto il Trattato di Maastricht potrebbe interessare direttamente le loro vite e quanto poco ne conoscano i contenuti. La loro legittima ansia ha spinto Jacques Delors a fare una dichiarazione secondo la quale il punto di vista della gente comune, in futuro, dovrebbe essere consultato. Avrebbe potuto pensarci prima.
Sebbene io sostenga il passaggio verso l’integrazione politica in Europa, credo che le proposte di Maastricht, così come sono, presentino gravi carenze, e inoltre credo che la discussione pubblica di queste proposte sia stata curiosamente, se non quasi completamente, limitata. Con il rifiuto danese, il quasi rifiuto della Francia, e la sopravvivenza del meccanismo di cambio messa in questione a causa dei saccheggi da parte dei mercati valutari, credo sia giunto il momento di fare alcune riflessioni.

L’idea centrale del Trattato di Maastricht è che i Paesi della CE dovrebbero muoversi verso l’unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma qual è il resto della politica economica da approntare? Poiché il trattato non propone alcuna nuova istituzione eccetto quella di una banca europea, chi sponsorizza tale trattato probabilmente crede che non occorra fare di più. Ma questo sarebbe corretto solamente nel caso in cui le economie moderne fossero dei sistemi soggetti ad una auto-regolazione i quali, di conseguenza, non avrebbero assolutamente bisogno di alcuna gestione.
Sono spinto a concludere che tale punto di vista – cioè che le economie siano organismi che si auto-regolano e che quindi mai e in nessun caso ci sia la necessità di una gestione di quest’ultime – ha effettivamente determinato la modalità con la quale è stato inquadrato il Trattato di Maastricht. Stiamo parlando della visione estrema ed esplicita, che da qualche tempo costituisce la “saggezza convenzionale” in Europa (ma non negli Stati Uniti o in Giappone), per cui i governi non siano in grado di raggiungere, e quindi non dovrebbero cercare di raggiungere, nessuno dei tradizionali obiettivi di sviluppo di una politica economica, come ad esempio la crescita e la piena occupazione. Tutto ciò che si può legittimamente fare, secondo quel punto di vista, è controllare l’offerta della moneta e il pareggio del bilancio. C’è voluto un gruppo in gran parte composto da banchieri (il Comitato Delors), per giungere alla conclusione che una banca centrale indipendente è l’unica istituzione sovranazionale necessaria per gestire una Europa integrata e sovranazionale.
Ma c’è molto di più. Bisognerebbe sottolineare fin da subito che la creazione di una moneta unica in Europa, a queste condizioni, porrebbe fine alle sovranità dei suoi Stati membri e quindi al loro legittimo diritto di agire indipendentemente sulle rispettive questioni principali del proprio Paese.
Come l’onorevole Tim Congdon ha sostenuto in modo molto convincente, il potere di emettere la propria moneta, attraverso la propria banca centrale, è ciò che principalmente definisce l’indipendenza di una nazione. Se un Paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia. Quest’ultimi, ovviamente, non subiscono una svalutazione ma non hanno, allo stesso tempo, il potere di finanziare il proprio disavanzo attraverso la creazione di denaro, devono rispettare la regolamentazione imposta da un organo centrale per ottenere altri metodi di finanziamento e non possono cambiare i tassi di interesse. Dato che gli enti locali non sono, quindi, in possesso di nessuno degli strumenti di politica macroeconomica, la loro scelta politica è limitata a questioni minori e puramente enfatiche. Penso che quando Jacques Delors pone enfasi sul principio di ‘sussidiarietà’, in realtà vuol dire che ci sarà consentito prendere decisioni in merito a un “maggior numero” di questioni relativamente importanti, più di quanto avremmo mai potuto immaginare. Forse ci permetterà di avere i “cetrioli con i capelli ricci”, dopo tutto. Come saremo fortunati!
Quel governo dovrebbe anche determinare il punto fino a dove qualsiasi “buco” tra la spesa e la tassazione è finanziato facendo intervenire la banca centrale e quanto verrebbe finanziato mediante un prestito e a quali condizioni. Come i governi decidono circa le sopracitate (e altre) questioni e la qualità della leadership che possono implementare, renderà possibile, in interazione con le decisioni degli individui, delle imprese e degli stranieri, determinare per esempio: i tassi di interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione, il tasso di crescita e il tasso di disoccupazione. Il governo centrale di quello Stato sovrano potrà anche profondamente influenzare la distribuzione del reddito e della ricchezza, non solo tra individui ma anche tra intere regioni e assistere, si spera, quelle colpite dai cambiamenti strutturali.
Semplificare il discorso quando parliamo dell’uso dei suddetti strumenti è quasi impossibile e questo per via di tutte loro inter-dipendenze atte a promuovere il benessere di una nazione e a proteggerlo dagli attacchi di varia natura a cui sarà inevitabilmente sottoposto. Avrebbe difatti solo un significato limitato, per esempio, dire che i bilanci devono essere sempre in pareggio. Un bilancio in pareggio, per esempio con la  spesa e la tassazione entrambe al 40 per cento del PIL, avrebbe un impatto completamente diverso (e molto più espansivo) di un bilancio in pareggio al 10 per cento del PIL. Per farsi un’idea della complessità e dell’importanza delle decisioni macroeconomiche di un governo, uno potrebbe ad esempio domandarsi quale sia la proposta più adeguata circa la politica fiscale, monetaria e dei tassi di scambio di un Paese in procinto di produrre una grande quantità di petrolio e che deve confrontarsi con una quadruplicazione del prezzo del petrolio stesso. Sarebbe giusto non fare nulla? E non bisognerebbe mai dimenticare che nei periodi di crisi profonda, potrebbe anche essere adeguato per un governo centrale commettere un peccato contro lo Spirito Santo di tutte le banche centrali e invocare la ‘tassa da inflazione’ – deliberatamente appropriandosi di risorse riducendo, attraverso l’inflazione, il valore reale della ricchezza monetaria di una nazione. È stato, dopo tutto, per mezzo del tasso d’inflazione che Keynes propose di pagare la guerra.
Dico questo non per suggerire che la sovranità non dovrebbe essere ceduta per la nobile causa dell’integrazione europea, ma per affermare che se tutte le funzioni precedentemente descritte sono estranee ai singoli governi queste funzioni devono semplicemente essere assunte da qualche altra autorità. L’incredibile lacuna nel programma di Maastricht è che, sì contiene un progetto per l’istituzione e il modus operandi di una banca centrale indipendente ma, non esiste alcun progetto analogo, in termini comunitari, di un governo centrale. Eppure, ci dovrebbe semplicemente essere un sistema di istituzioni che soddisfi tutte quelle funzioni a livello comunitario e che sono attualmente esercitate dai governi centrali dei singoli Paesi membri.
La controparte per la rinuncia alla sovranità dovrebbe essere che le nazioni componenti dell’UE si costituiscano in una federazione a cui è affidata la loro sovranità. E il sistema federale, o di governo, come sarebbe meglio denominarlo, eserciterebbe tutte quelle funzioni, che ho brevemente descritto sopra, in relazione ai suoi Stati membri e con il mondo esterno.
Consideriamo due esempi importanti di ciò che un governo federale, responsabile di un bilancio federale, dovrebbe fare.
I Paesi europei sono attualmente bloccati in una grave recessione. Allo stato attuale, se consideriamo anche che le economie di Stati Uniti e Giappone stanno anch’esse vacillando, è molto poco chiaro quando avrà luogo un significativo recupero. Le responsabilità politiche di questa situazione stanno diventando evidenti. Tuttavia, l’interdipendenza delle economie europee è già così grande che nessun singolo Paese, con l’eccezione della Germania, si sente in grado di perseguire politiche espansive per proprio conto, perché ogni Paese che cercasse di espandersi dovrà presto confrontarsi con i vincoli di un bilancio dei pagamenti. La situazione attuale sta gridando ad alta voce per un rilancio economico coordinato, ma non esistono né le istituzioni, né un quadro di pensiero concordato che porterebbe a questo risultato, ovviamente, desiderabile. Si deve francamente riconoscere che se la depressione davvero volgesse al peggio – ad esempio, se il tasso di disoccupazione tornasse al 20-25 per cento degli anni Trenta – gli Stati membri dell’UE prima o poi eserciteranno il loro diritto sovrano di dichiarare il periodo di transizione verso un’integrazione, un disastro, e ricorreranno allo scambio reciproco di protezione e controlli – una economia di assedio, se vuoi. Ma questo equivarrebbe a un ritorno al periodo intercorso tra le due guerre.
Se ci fosse una vera unione economica e monetaria, dove il potere di agire in modo indipendente degli Stati membri fosse stato effettivamente abolito, una reflazione ‘coordinata’, di cui c’è così urgente bisogno ora, potrebbe solo essere intrapresa da un governo federale europeo. Senza tale governo, l’UEM impedirebbe un’azione efficace da parte dei singoli Paesi e non cercherebbe assolutamente di mettere a posto le cose.
Un altro ruolo importante che un governo centrale deve svolgere è quello di procurare una rete di sicurezza per il sostentamento delle regioni che si trovino in difficoltà a causa di problemi strutturali – a causa del declino di alcune industrie, per esempio, o a causa di qualche negativo cambiamento economico-demografico. Attualmente questo avviene nel corso naturale degli eventi, senza che nessuno se ne accorga, perché gli standard comuni dei servizi pubblici (per esempio, la sanità, l’istruzione, le pensioni e i sussidi per la disoccupazione) e un comune (si spera, progressivo) onere di tassazione sono entrambi generalmente istituiti da governi con sovranità monetaria. Di conseguenza, se una regione subisse un insolito grado di declino strutturale, il sistema fiscale genererebbe automaticamente i trasferimenti netti a favore di essa. In extremis, una regione che produrrebbe nulla non morirebbe di fame perché sarebbe titolare di pensioni, indennità di disoccupazione e il reddito dei dipendenti pubblici.

Ma cosa succederebbe, se un intero Paese – una potenziale ‘regione’, in una comunità completamente integrata – subisse una grave battuta d’arresto strutturale? Finché è uno Stato sovrano, potrebbe svalutare la propria moneta. Potrebbe quindi comunque implementare con successo politiche di piena occupazione se i cittadini accettassero il taglio necessario ai loro redditi reali. Con una unione economica e monetaria, questa strada sarebbe ovviamente sbarrata, e questa prospettiva sarebbe gravissima a meno che ci fosse la possibilità di adottare disposizioni federali di bilancio che abbiano una funzione redistributiva. Come è stato chiaramente riconosciuto nella relazione MacDougall, pubblicata nel 1977, ci deve essere un quid pro quo (controcambio) per abbandonare la possibilità di svalutare in termini di redistribuzione fiscale. Alcuni scrittori (come Samuel Brittan e Sir Douglas Hague) hanno fortemente suggerito che l’UEM, abolendo il problema della bilancia dei pagamenti nella sua forma attuale, risolverebbe davvero il problema, qualora esistesse, della persistente incapacità di competere con successo nei mercati mondiali. Ma, come il professor Martin Feldstein ha sottolineato in un importante articolo dell’Economist (13 giugno), questo argomento è alquanto pericoloso e sbagliato. Se un Paese o una regione non ha alcun potere di svalutare, e se questo Paese non è il beneficiario di un sistema di perequazione fiscale allora, un processo di declino cumulativo e terminale sarebbe inevitabile e condurrebbe, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà e fame. Sono d’accordo con la posizione di coloro (come Margaret Thatcher) che, di fronte a una perdita di sovranità, desiderano immediatamente scendere dal treno UEM (Unione Economica Monetaria). Simpatizzo anche con coloro che cercano l’integrazione europea ma, sotto la giurisdizione di una Costituzione federale, con un bilancio federale molto più grande di quello di un bilancio comunitario. Quello che trovo assolutamente sconcertante è la posizione di coloro che mirano a una unione economica e monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (a parte una nuova banca centrale), e che alzano con orrore le mani quando le parole ‘federale’ o ‘federalismo ‘ vengono pronunciate. Quest’ultima è la posizione attualmente adottata dal governo e dalla maggior parte di coloro che prendono parte alla discussione pubblica.


Fonte: Maastricht and All That di Wynne Godley articolo dell’ottobre 1992, Tradotto da Davide Provenzale

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Storia

Risorgimento, socialismo e questione meridionale

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Il 27 Maggio 1860, il generale Garibaldi, dopo aver escogitato uno stratagemma diversivo che disorienta la colonna guidata dal colonnello Von Mechel, penetra a Palermo e affronta le truppe borboniche al Ponte dell’ammiraglio dove grazie a un’azione congiunta dei volontari del colonnello Tüköry e la compagnia guidata da Giacinto Carini riesce vittoriosamente a superare le difese regie e a sormontarle riuscendo ad arrivare a Piazza della Fieravecchia (oggi Piazza della Rivoluzione) e a stabilire il proprio quartier generale al palazzo Pretorio dove organizzerà la direzione politica della sua dittatura già proclamata a Salemi. Garibaldi è perfettamente consapevole della necessità dell’appoggio popolare alla causa e del decisivo contributo dei volontari siciliani per la sua spedizione e a lungo aveva esitato, arrivando a sconsigliare l’azione immediata al patriota siciliano Rosolino Pilo. Il retroscena della spedizione dei mille (1089 per la precisione) vede come protagonisti i patrioti siciliani (La Masa, Pilo e Crispi) i quali erano persuasi della bontà della impresa in ragione della situazione storica siciliana. La Sicilia, infatti, è in fermento, e l’ala repubblicana dei patrioti risorgimentali è convinta di far partire il moto unitario fomentando l’insurrezione popolare al Sud contro il regime dei Borbone (come testimonia altresì l’episodio infelice della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane). La rivoluzione indipendentista del 1848 (orientata all’unione confederale), le rivolte tra il ’49 e il ’60 e i moti del 1820 e del 1837, d’altro canto, testimoniano l’insofferenza storica dei siciliani nei confronti dei Borbone e delle loro politiche austeritarie e repressive. Esemplari le parole di Karl Marx nel suo scritto “La Sicilia e i siciliani”del 1860: “[…] attualmente, l’oppressione politica, amministrativa, e fiscale schiaccia tutte le classi della popolazione; e queste ingiustizie sono sotto gli occhi di tutti. Ma quasi tutte le terre sono ancora nelle mani di un numero relativamente piccolo di latifondisti o baroni. […]. Ora la Sicilia è di nuovo insanguinata, e l’Inghilterra è la distaccata spettatrice di queste nuove orge dell’infame Borbone, e dei suoi non meno infami favoriti, laici o clericali, gesuiti o uomini d’arme.[…] Non un grido di indignazione si leva in tutta Europa. Nessun capo di governo e nessun parlamento chiede la messa al bando di quell’idiota assetato di sangue di Napoli.”

Dopo la repressione della rivolta della Gancia del 4 Aprile 1860 guidata da Francesco Riso, conclusasi con un insuccesso a causa di una denuncia della polizia segreta, l’attività cospirativa e di rivolta continuò nelle campagne circostanti Palermo dando modo a Crispi, Pilo e La Masa di convincere Garibaldi dell’intervento in Sicilia.

La Sicilia, dunque, è vista come la scintilla necessaria per il processo unitario nel Sud Italia, d’altronde non poteva ignorarsi il malcontento popolare derivante delle condizioni economiche dell’agricoltura siciliana che era stazionaria e retrograda, secondo quanto sostenuto dall’economista catanese Alessio Scigliani nel 1837, infatti, gli investimenti volti a migliorare i canali di irrigazione, la strumentazione e le tecniche colturali erano pressoché nulli e la maggioranza degli agricoltori, benché fittavoli, versavano in condizioni di povertà a causa dell’elevato livello delle imposte. Una situazione socio-economica di carattere feudale con un tasso di analfabetismo di circa il 90% in cui venivano tenuti intatti i diritti medievali del possesso della terra e dove esistevano notevoli carenze infrastrutturali (all’appuntamento dell’Unità nazionale la Sicilia arriverà senza un metro di strada ferrata) tanto che nei giorni della battaglia di Milazzo fu Garibaldi ad autorizzare la società Adami e Lemmi alla progettazione del primo tronco ferroviario siciliano. Antonio Gramsci a tal riguardo scriverà: “le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borboni nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l’agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale; non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione per la sua speciale conformazione, possedeva.”[1]A fronte della stagnante situazione siciliana, i proclami del socialista Garibaldi per la distribuzione della terra ebbero seguito quando, dopo la presa di Palermo concretizzatasi dopo tre giorni di combattimento a cui prese parte la popolazione insorta, il 2 Giugno 1860 il generale emetterà un decreto con cui provvede alla ripartizione delle terre demaniali (beni comunali o statali) in favore di coloro che non erano in possesso di poderi e che accettavano di militare, inoltre emanerà provvedimenti per l’abolizione dei dazi sulle derrate di prima necessità, l’abolizione della tassa sul macinato e la soppressione delle congregazioni religiose dei Gesuiti e dei Liguorini i cui beni vennero devoluti alle università siciliane. Venne inoltre nominata una commissione per l’accertamento delle opere d’arte onde evitare che venissero trafugate e venne abolito il titolo di eccellenza e il baciamano. Tuttavia, se da un lato l’attività riformista del generale provocò gli entusiasmi dei ceti popolari, dall’altro provocò accanimenti e confusioni e infine la prevalenza delle ragioni dei “galantuomini” siciliani quando si trattò di tutelare l’ordine pubblico.

Intanto da Torino, Cavour, sospettoso come sempre nei riguardi di Garibaldi e Crispi, mandò un emissario, Giuseppe La Farina, il cui obiettivo era di screditare l’operato garibaldino, fomentare animosità e chiedere l’annessione immediata al Piemonte, ma ciò non avvenne per risolutezza dello stesso Garibaldi che continuò a essere inviso al ministro piemontese anche dopo, come risulta evidente dai rapporti epistolari del conte coi suoi emissari. In una lettera a Costantino Nigra, prima dell’incontro di Teano tra il re e il generale nizzardo, scrisse: “Il re si è deciso a marciare su Napoli per ridurre alla ragione Garibaldi e gettare a mare quel nido di rossi repubblicani e di demagoghi socialisti che si è formato intorno a lui”. Il conte di Cavour, liberale e autoritario al tempo stesso, uomo politico cinico e sottile che aveva commentato il ’48 francese esortando a rispettare l’ordine materiale e morale della civiltà contro le aggressioni dei “soldati dell’anarchia”, acerrimo nemico di Mazzini, era convinto dal canto suo che i problemi sociali delle classi meno agiate dovessero essere risolti entro i confini della “vera scienza economica” e secondo un sistema di carità legale sul modello britannico, ed era chiaramente avverso alle posizioni repubblicane e democratiche che venivano accusate indiscriminatamente di “comunismo” onde poter serrare le file contro le pretese più radicali del Partito d’Azione. Tuttavia Mazzini, nel frattempo, e insieme a lui Agostino Bertani (fondatore dell’estrema sinistra storica), Cattaneo e Alberto Mario, volevano evitare l’annessione pura e semplice per subordinarla all’Unità con Roma capitale, mentre Garibaldi dava prova del suo lealismo nei confronti di Vittorio Emanuele II il quale, tuttavia, subiva notevolmente l’ascendente di Cavour e delle sue trame che miravano a tutelare la ragione “liberale” e i rapporti strategici con la Francia. L’assenza di compattezza del fronte democratico (Garibaldi, Pisacane e Felice Orsini si erano distaccati da Mazzini), i tatticismi cavouriani, la mancanza di una visione sistematica del socialismo (ancora nella sua fase embrionale) e di una piattaforma strategica della rivoluzione nazionale (nonostante i saggi di Pisacane) furono fattori che naturalmente contribuirono a determinare l’egemonizzazione da parte del partito moderato del progetto unitario e a ragione Vittorio Emanuele II poté dire di avere in tasca il Partito d’azione.

In questo contesto (quello repubblicano), tra i più grandi esponenti del dibattito risorgimentale quelli che, tra i primi introdussero il tema del socialismo e dell’importanza della questione agraria accanto a quella nazionale, discostandosi da Mazzini il quale era fedele al principio della collaborazione tra classi e all’idea dell’assoluta preminenza della questione unitaria e dell’indipendenza, vanno certamente ricordati Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane. Il primo, sotto l’influenza di idee proudhoniane, propugnava la necessità della riforma del latifondo, un’idea di uguaglianza illuministica che pone in essere una legge agraria progressiva, un’idea di proprietà fondata sul lavoro e la lotta contro i privilegi feudali. In effetti, il pensiero del Ferrari è un radicalismo egualitario a carattere precapitalistico che prende in considerazione la questione della redistribuzione della ricchezza con il solo riferimento alla proprietà terriera, pensiero che ovviamente risente della sua formazione settecentesca ma anche dei limiti oggettivi della realtà sociale italiana. D’altro canto, il Ferrari sosteneva che all’obiettivo unitario bisognava anteporre la questione della libertà intesa non in termini formali ma come rivoluzione dell’ordinamento sociale nel passaggio dall’assolutismo feudale al socialismo. Scriverà infatti: “La libertà, la sovranità, l’indipendenza non sono che menzogne là dove il ricco schiaccia il povero, là dove il povero non può nulla se non si affanna a procacciar delizie ai ricchi”[2]. Carlo Pisacane, d’altro canto, è un convinto assertore della rivoluzione sociale, dell’equivalenza tra dominio austriaco e Regno sabaudo, e riteneva che il corso della storia potesse modificarsi con l’indispensabile concorso della rivoluzione delle idee e sosteneva la democratizzazione effettiva dell’istruzione, dei mezzi di lavoro e dell’esercito. Pisacane auspicava una rivoluzione senza un effettivo sviluppo dell’economia capitalistica ritenuto fonte di miseria e regresso da un lato, e di concentrazione di profitti in mano a pochi dall’altro, e si discostava dal Ferrari per la priorità accordata all’indipendenza nazionale e per il suo intento di coniugare rivoluzione sociale e rivoluzione nazionale, e, dunque di animare la lotta per l’indipendenza con l’ideale socialista: “Questo primo sentimento di disgusto, per lo stato presente, che già comincia a palesarsi nel popolo, è il germe della futura rivoluzione italiana, germe che i pensatori dovrebbero svolgere, elaborare, discutere, formulare, renderlo popolare e farne la bandiera di un partito”.[3]

Nei fatti, tuttavia, l’incameramento dell’esito del processo risorgimentale da parte dell’ala moderata con a capo Cavour e Vittorio Emanuele II si concretizzò anche grazie al prezioso e generoso contributo dell’ala repubblicana che, d’altro canto, pagava le proprie ingenuità, le divisioni e la transizione verso il pragmatismo cavouriano, nonostante l’ammirevole volontarismo, il magnifico impegno di Mazzini e il socialismo istintivo di Garibaldi. L’incameramento e la cooptazione di molti uomini garibaldini e mazziniani che andarono a comporre l’ala “sinistra” del partito piemontese dando così vita al trasformismo nella sua fase originaria, determinarono il successo sabaudo e la direzione delle politiche post-unitarie in senso liberal-liberista e in senso repressivo come nel caso della rivolta del sette e mezzo di Palermo del 1866, dove la rivolta coinvolse diversi ex mazziniani, garibaldini e anarchici come Francesco Bonafede Oddo il quale prese parte alla Prima Internazionale e fu di fatto uno dei principali organizzatori dell’insurrezione in quanto segretario del Comitato rivoluzionario. L’insurrezione, definita come “l’ultima fiammata del Risorgimento”, anche se presentava una direzione ibrida e amorfa, si concluse dopo sette giorni e mezzo con l’intervento dell’esercito guidato da Cadorna ma le cause della rivolta (colera, fiscalismo gravoso, misure poliziesche, coscrizione obbligatoria e l’incapacità sabauda) rimasero irrisolte e un anno dopo degli anonimi fissarono a Monte Pellegrino un’enorme bandiera rossa in modo che fosse visibile dalla città e dal mare.

Nel 2021, a 160 anni dall’unità, l’immagine dei protagonisti del Risorgimento si fa sempre più sbiadita, mentre prendono campo tesi revisionistiche molto spesso tendenziose e volte a denigrare l’unificazione Italiana in modo impietoso e con l’obiettivo, non tanto velato, di istigare “separatismi” improbabili. Se da un lato, l’approccio critico è necessario ai fini della comprensione di questioni rilevanti e irrisolte come quella meridionale, dall’altro non si può non concordare con Alessandro Barbero quando sostiene che, per quanto riguarda certo revisionismo (neoborbonico, indipendentista, ecc.), se non sono i fini ad essere immondi lo sono i mezzi ma, come diceva Jean-Paul Sartre, sono i mezzi a qualificare il fine. Il tema del Mezzogiorno d’Italia e del necessario inserimento nella coscienza collettiva delle criticità, le iniquità e gli errori palesi delle politiche post-unitarie della destra storica e le disuguaglianze conseguenti, non può obnubilare la memoria del percorso unitario in cui l’immenso sforzo e il sacrificio del meridione, dove il sentimento nazionale unitario e repubblicano era vivido, diedero un contributo decisivo alla causa garibaldina. La rivendicazione meridionalista può trarre giovamento da una corretta analisi dei fatti storici che rifugge dai sensazionalismi e dagli errori uguali e contrari della retorica storiografica da un lato, e del revisionismo denigratorio dall’altro. D’altronde fu proprio lo storico meridionalista Gaetano Salvemini a sottolineare che “chi confronta le condizioni dei poveri in Italia nel 1860 con quelle del 1900, passa dalla notte, se non ad un meriggio abbagliante, ad una aurora abbastanza promettente. In altre parole il Risorgimento italiano non riuscì utile ai soli ricchi: anche i poveri cominciarono a diventare meno poveri. Esso non fu una rivoluzione tradita: fu un rinnovamento, assai faticoso e penoso, quale era possibile in una patria quale era l’Italia.”[4] Come d’altronde è innegabile che fu proprio nei due decenni del miracolo economico e del modello economico dirigista che lo storico divario Nord-Sud conosce un momento di attenuazione grazie anche al parziale rimedio della Cassa per il mezzogiorno e ai relativi investimenti strategici.

In definitiva, parole d’ordine come solidarietà nazionale ed equità territoriale sono senza dubbio necessarie per dare concretezza e sostanza allo spirito unitario, che negli ultimi 30-40 anni di storia repubblicana, è stato progressivamente indebolito a causa dell’avvento dei regionalismi, delle retoriche secessioniste e della disapplicazione dell’obiettivo costituzionale della perequazione.

Nel 1880 Garibaldi scrisse “tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita” riferendosi alla piemontesizzazione che, come ebbe modo di dire in un’altra lettera del 1863 agli elettori napoletani motivando la rassegnazione del mandato, provocò il “vituperio della Sicilia” alla quale il generale era legato per ragioni ideali arrivando a definirla “la mia seconda terra d’adozione […] in essa furono offesi il diritto e l’onore, compromessa la salute di tutta l’Italia”[5]. Pensare un’altra Italia è la vera sfida della politica contemporanea perché solo integrando le ragioni dei “meno ricchi” che si può pensare di rinsaldare l’unità nazionale e d’altronde, il Risorgimento, con i suoi pregi e i suoi limiti, e il suo patrimonio di idee e ideali sommerso, è ancora lì a insegnare a un presente imbevuto di consumismo, teatrocrazia e falsi miti, che la storia può muoversi in senso progressivo o regressivo in ragione dei rapporti di forza che si vengono a instaurare. Sta a noi Italiani del XXI secolo trarre giovamento da questa lezione.


[1] Antonio Gramsci, “La Questione meridionale”, cit., p. 5

[2] Giuseppe Ferrari, “La Federazione repubblicana”, cit., p. 155

[3] Carlo Pisacane, “Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49”, Ed. Avanti!, cit., p. 333

[4] Gaetano Salvemini, “Scritti sul Risorgimento, cit., p. 471

[5] Giuseppe Garibaldi, “Lettere e Proclami”, Edizioni librarie siciliane, cit., p. 249

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Storia

Ruggero Settimo: L’ammiraglio rivoluzionario

Editoriale storico scritto da Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Il 12 Gennaio 1848, Palermo dava avvio alla Primavera dei popoli e ai moti di ribellione contro gli assolutismi dell’epoca, introducendo nella storia i semi della democrazia fondata sulla sovranità popolare e il costituzionalismo fondato sulla centralità del Parlamento. In occasione di questa ricorrenza, vogliamo ricordare uno dei personaggi più emblematici del ’48 siciliano: Ruggero Settimo.

“Siciliani, voi siete grandi! Voi avete, in pochi giorni, fatto molto di più per l’Italia, nostra patria comune, che non tutti noi con due anni di agitazione, di concitamento generoso nel fine, ma incerto e diplomatizzante nei modi.”

Fu con queste parole che Giuseppe Mazzini, in un proclama da Londra, elogiò la rivoluzione siciliana del 1848. Tra i protagonisti dei moti che portarono all’indipendenza dal Regno borbonico e all’ondata della Primavera dei popoli occupa un posto di primo rilievo l’ammiraglio Ruggero Settimo. Dopo la carriera nella marina borbonica durante la quale combatté a fianco degli inglesi ottenendo importanti vittorie contro la flotta napoleonica fino alla conquista di Malta, il palermitano Ruggero Settimo diverrà uno degli esponenti di spicco delle rivoluzioni liberali contro l’assolutismo dei borbone: prima nel 1820-21, quando fu componente del governo provvisorio che dichiarò l’indipendenza da Napoli, poi nel 1848 quando, dopo la vittoria conseguita dall’insurrezione popolare, guidata da Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, fu posto a capo del governo del Regno di Sicilia. Il nuovo regno aveva come bandiera il tricolore italiano con la trinacria (simbolo di libertà dall’epoca pre-romana) nella banda bianca, e si poneva come obiettivo l’unione confederale degli Stati Italiani. È infatti Ruggero Settimo a dichiarare in un proclama: “[…] questa Sicilia che tende all’Italia ansiosamente le braccia, che fa parte dell’Italiana famiglia, e combatterà per essa, e con essa, conservando quella dignità con la quale i popoli si uniscono in federazione fra loro, serbando illesa la propria essenza, le proprie istituzioni.” Il 25 marzo 1848, con l’atto di inaugurazione del Parlamento, venne proclamata l’indipendenza e in seguito Ruggero Settimo venne nominato all’unanimità Presidente del Consiglio dall’Assemblea. Il 10 Luglio fu nominato Tenente Generale dell’esercito Nazionale Siciliano e il Parlamento siciliano promulgò un nuovo Statuto che introdusse principi democratici e liberali consacrando il principio della sovranità popolare all’articolo 3 (“La sovranità risiede nella universalità dei cittadini siciliani”). Una Costituzione, pertanto, che introduceva un modello ultrademocratico per l’epoca, che presentava contenuti più liberali dello stesso Statuto Albertino e tendente all’estensione del suffragio. Dopo i sedici mesi di governo rivoluzionario e la restaurazione borbonica, Ruggero Settimo riparò a Malta da dove rientrerà nell’Ottobre del 1860 dopo aver ricevuto un invito da Giuseppe Garibaldi: «[…] una voce malinconica s’innalza dalle moltitudini: “Non compare Ruggero Settimo!” il padre del popolo siciliano, il veterano dell’indipendenza patria […] Oh, venite uomo della Sicilia a completare il giubilo del vostro popolo». Dopo il rientro in patria e l’annessione al Regno d’Italia Ruggero Settimo fu nominato senatore e in seguito Presidente del Senato, carica che continuò a ricoprire fino alla morte avvenuta il 2 Maggio 1863.

Ruggero Settimo: l’ammiraglio rivoluzionario. [Palermo, Piazza Castelnuovo]

“Quali sono i nomi più solenni fra i nostri guerrieri? Lo saprà la Sicilia, lo saprà il mondo intero fra poco; per ora si consenta da ognuno il silenzio, la parola non potrebbe essere adeguata al merito, d’altronde tutti combattono non per la gloria soltanto, ma per un senso più nobile e dignitoso, per l’amore della patria, che sa ricompensare il sangue sparso, il sudore, le lacrime, rivolgendo il suo tacito e riconoscente linguaggio alla coscienza de’ prodi.”

[Ruggero Settimo, 26 Gennaio 1848]

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Costituzione Storia

22 Dicembre 1947: l’approvazione della Costituzione

Articolo scritto da Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Il 22 Dicembre 1947 veniva approvata la Costituzione della repubblica italiana e si apriva così il trentennio glorioso, i trent’anni della ricostruzione di un Paese che aveva preso una decisione netta e inequivocabile rispetto al passato: serviva un taglio netto rispetto alle tendenze totalitarie ma soprattutto serviva un’”economia nuova”, come disse il comunista e costituente Renzo Laconi, in cui, a dispetto della concezione negativa dello Stato nel corso dell’età liberale, si assegnasse un ruolo attivo nello Stato nella riduzione delle disuguaglianze e nella difesa dell’individuo come centro di rapporti sociali.

Il primato assegnato alla dignità dell’individuo e alla centralità del lavoro, dunque, si accompagnano a una concezione dello Stato diversa sia dal Fascismo, in cui il fine dell’uomo è riassunto nell’espressione “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, una concezione finalistica che implica un’organizzazione totalitaria della vita collettiva in cui in cui la libertà e i fini della persona umana derivano dallo Stato stesso, e sia dal Liberalismo dove la contrapposizione tra Stato e individuo porta una delimitazione delle funzioni statali in modo da annularne le finalità sociali e redistributive (Stato minimo).

La continuità ideologica del momento resistenziale con la nascita della Costituzione si evince soprattutto da questo: la volontà di superamento tanto del modello di collettività elitario prefascista previsto dallo Statuto Albertino, quanto del modello totalitario.

Oggi ricorre un momento di memoria necessario: la rievocazione di un modello, quello costituzionale, dove il sodalizio tra le posizioni cattoliche-dossettiane e le posizioni social-comuniste, aveva realizzato una idea di Stato sociale che, sebbene non enunciato formalmente dalle norme costituzionali, emergeva sostanzialmente dalle norme che disciplinano i rapporti economici e dalle sedute dell’assemblea costituente. In tale contesto fu proprio Giuseppe Dossetti a dettare la linea di questa nuova forma di Stato quando affermava “la precedenza sostanziale della persona umana (intesa nella completezza dei suoi valori e dei suoi bisogni non solo materiali ma anche spirituali) rispetto allo Stato e la destinazione di questo al servizio di quella”.

Rivendicare la portata progressiva e democratica della Costituzione significa soprattutto questo: trascendere gli aspetti formali della democrazia e risaltarne gli aspetti sostanziali di conquista sociale in termini di difesa del lavoro e delle rivendicazioni delle classi popolari.

Esiste un’eredità culturale che ha donato benessere, libertà e pace. Un patrimonio di valore universale che aspetta soltanto di essere colto e portato a nuova vita.