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Sociologia Politica

Sovranismo, Patria e Marxismo

articolo di Gery Bavetta, socio ESC

Quante volte abbiamo sentito dire che i concetti di Nazione e quello di Patria, la difesa dello Stato sovrano e dei confini, così come la salvaguardia della cultura e dell’identità di un popolo siano valori di destra?
Tale luogo comune assai radicato, in realtà poco o nulla ha che vedere con la teoria marxista-leninista, improntata anch’essa alla sovranità dello Stato,orientata parimente verso gli ideali di patria, lavoro, di cultura e di identità del popolo.
Chi sostiene il contrario a mio avviso, non ha mai aperto un libro di Marx o di Lenin, che spiegano ben altra cosa, ovvero che quando si parla di tutto ciò bisogna ragionare soprattutto in termini di classe sociale, capire cioè quale sia la classe sociale dominante nel momento in cui si parla di patria, nazione, popolo e sovranità, ovvero chi controlla politicamente il potere statale: la borghesia o il proletariato?

Spesso la classe sociale borghese fa leva sul nazionalismo e sul patriottismo per ricompattare le proprie forze nei momenti di crisi, ma lo fa solo ed esclusivamente nel proprio interesse di classe.

Stalin in  “Il Marxismo e la questione nazionale” uno dei suoi maggiori e importanti testi teorici fa riferimento a quello di cui stiamo parlando: “Stretta da tutte le parti, la borghesia della nazione oppressa si mette naturalmente in movimento. Essa fa appello ai fratelli del basso popolo e incomincia ad inneggiare alla «patria spacciando la propria causa particolare come causa di tutto il popolo. Essa recluta il suo esercito di compatrioti, nell’interesse della… patria. E il basso popolo non resta sempre sordo agli appelli e si raccoglie intorno alla bandiera della borghesia: le persecuzioni contro la borghesia opprimono anche il popolo e suscitano il suo malcontento. Così incomincia il movimento nazionale. La forza del movimento nazionale dipende dalla misura in cui vi partecipano i larghi strati della nazione, il proletariato e i contadini. Il proletariato si metterà o no sotto la bandiera del nazionalismo borghese, secondo il grado di sviluppo delle contraddizioni di classe, secondo la sua coscienza e organizzazione. Un proletariato cosciente ha la propria bandiera provata, e non ha motivo di mettersi sotto la bandiera della borghesia”.

Quello citato da Stalin, sarà ovviamente un movimento borghese affabulatore e al tempo stesso ingannatore delle masse lavoratrici, poiché non mira ai loro interessi e alle loro rivendicazioni, ma usa il nazionalismo per unire il proletariato sotto la bandiera della borghesia.
Al ricorrere delle predette condizioni, al di là dei proclami, non si perseguirà l’interesse di tutto il popolo ma quello esclusivo di una sola classe sociale, la grande borghesia, che farà leva sui sentimenti comuni per portare poi avanti, però, i soli propri obiettivi.

La lotta di classe deve necessariamente essere una lotta nazionale, unendo i proletari in un partito politico. Sebbene non lo sia per il contenuto, la forma che riveste la lotta dei proletari contro la borghesia è all’inizio nazionale. Il proletariato di ciascun paese deve sbrigarsela innanzitutto con la sua propria borghesia.(Marx ed Engels; Manifesto del Partito Comunista).

Ma per meglio comprendere l’importanza di uno “Stato sovrano” oggi, bisogna prima spiegare cosa sia lo “Stato” nell’analisi marxista-leninista.
Lo Stato per Marx non è altro che l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe sull’altra.
Fermiamoci un attimo ora; proviamo a capire cosa accade invece oggi nello scenario politico italiana.
I partiti di destra che in questa fase sono percepiti dall’elettorato come sovranisti e patriottici in Italia sono Fdl e con la leadership di Salvini (dopo l’abbandono almeno nei proclami ufficiali, delle vecchie aspirazioni secessioniste e le invettive contro il sud e i meridionali), parzialmente la Lega.
Entrambe le forze abusano di questi due termini, sovranismo e patria, mortificandoli finendoli per confinare a slogan, al fine di espandere il proprio consenso elettorale.

A un osservatore non superficiale però non potrà sfuggire come i loro, in realtà, non siano altro che “patriottismo” e “sovranismo” “di cartone: concetti cioè solo di facciata, legati più alla grande borghesia che non ai lavoratori italiani e ai ceti popolari, assai poco vicini alla difesa dei diritti sociali, di contro schierati dalla parte del capitale italiano e straniero.

Non per niente se da una parte infatti, tali forze non fanno nulla per contrastare le grandi manovre di delocalizzazione delle grandi aziende italiane o anche il banale trasferimento all’estero delle loro sedi legali e fiscali (per ottenere significativi risparmi in termini di manodopera e sopratutto nel secondo caso, di tassazione), non preoccupandosi che in Italia però una massa significativa di persone rimanga senza lavoro; dall’altra, queste stesse forze politiche, permettono alle multinazionali straniere di operare in Italia, non rispettando i diritti dei lavoratori e usufruendo spesso di tassazioni irrisorie, con una conseguente perdita significativa di gettito fiscale per il nostro Paese.

E’ evidente che tali forze non possano seriamente definirsi sovraniste o patriottiche, quando nei fatti contribuiscono alla svendita della propria nazione agli interessi del capitale (italiano o straniero che sia) o di organismi sovranazionali che rispecchiano ormai gli interessi delle élite finanziarie come l’Unione Europea o interessi egemonici militari e geopolitici di un ristretto novero di nazioni capeggiati dagli Usa come accade per la Nato.

Ipotizziamo ora che ci sia un partito di destra veramente sovranista, che anziché tutelare il capitale straniero tuteli quello italiano, la situazione anche in quel caso però cambierebbe di poco, perché i lavoratori sarebbero sempre e comunque schiacciati dalle stesse logiche borghesi. Se la proprietà di Amazon anziché essere statunitense fosse italiana, cambierebbe forse la situazione dei suoi dipendenti in Italia? Assai improbabile: il problema rimane sempre legato ai rapporti di dominio e di proprietà di una classe sociale sull’altra, a prescindere dalla nazionalità.

Il tema dello stato sovrano rimane perciò legato alla classe sociale che lo guida, ossia la borghesia o il proletariato. Ovvero, Elkan/Agnelli, oppure la compagine lavorativa della Fiat, Benetton o i quadri, gli ingegneri e gli operai delle sue aziende.
Ovviamente in questa fase storica è ancora il grande capitalismo a far da guida e a star vincendo il conflitto di classe, come disse W. Buffet , uno degli uomini più ricchi al mondo: “è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”.

La direzione politica di una o dell’altra classe sarà dunque fondamentale nella direzione di uno stato sovrano, socialista o capitalista.
Ora, la parola sovranità nazionale, per ritornare al concetto, dovrebbe essere una delle parole chiave di un partito comunista.
Quando un partito comunista disserta di sovranità nazionale, infatti, lo fa perché rivendica il ruolo dirigente, politico e rivoluzionario della classe lavoratrice che deve porsi politicamente alla guida dello stato sovrano per fare il socialismo: non è possibile fare il socialismo senza essere sovrani delle proprie politiche.

La differenza tra un sovranismo di destra e un sovranismo di sinistra sta dunque proprio nella classe sociale che ne guida i processi di costituzione.
Quando la destra si rifà alla sovranità nazionale, in realtà sta servendo un potere politico ed economico dominato dalla ricca borghesia nazionale ( o nazionalizzata sotto falsa veste, perché il capitale è oggi nei fatti assai internazionalizzato e globalizzato) e lo fa a discapito della classe lavoratrice nazionale che invece continuerà a rimanere sfruttata.
Marx ha affermato che: lo Stato non è un elemento neutrale rispetto alla lotta di classe, ma sarà lo strumento di dominio con cui una classe al potere ne opprime un altra.

In definitiva non basta uno stato sovrano per fare il socialismo, ma è altresì vero che non è possibile fare il socialismo senza uno stato sovrano.

Lo “stato sovrano nazionale borghese” dove la direzione politica è determinata dai capitalisti, non ha nulla a che vedere con lo “stato sovrano nazionale proletario” dove la direzione politica è dettata dalla classe lavoratrice.

Lanciando uno sguardo alla politica internazionale, quando osserviamo la Corea del Nord che esalta se stessa, in realtà sta esaltando lo Stato sovrano socialista e ciò non ha nulla a che vedere con i nazionalismi di destra, che sono ben altra cosa e che guardano a un processo di sfruttamento dove la borghesia è al potere. 

La prassi politica interna alla Corea del Nord seppur differente da quella che fu dell’Unione Sovietica, comunque non dovrà essere vista nell’ottica di una deviazione o di una visione alterata del marxismo-leninismo o di quei principi, bensì ne è la sua più naturale essenza, cioè quella di adattare la teoria rivoluzionaria alla prassi,ossia all’azione, esaltando in maniera positiva la difesa della patria dall’imperialismo e quello della propria cultura e dei diritti dei lavoratori a difesa dalla globalizzazione, salvaguardando i propri confini dal capitalismo e dalle ingerenze straniere: questo fa uno stato sovrano socialista.

Cuba per cambiare esempio, è uno stato sovrano nazionale, così come lo furono l’Unione Sovietica e i paesi del Socialismo reale.

All’interno di queste nazioni si tutelavano innanzitutto i diritti dei lavoratori dal capitalismo, ma si difendevano anche e sopratutto così come la propria lingua, la propria storia e cultura, ma contestualmente anche quelle delle proprie minoranze etniche e linguistiche .
Se osserviamo i processi storici dalla rivoluzione d’ottobre in avanti, abbiamo una serie di stati sovrani nazionali, che mirano a costruire il socialismo dentro la propria nazione e che puntano nella lotta contro il capitalismo su scala mondiale, unendosi e formando una collaborazione tra “stati sovrani”, che viene chiamato internazionalismo.

L’internazionalismo non ha nulla a che vedere con la globalizzazione, sono due concetti netti e contrapposti. L’internazionalismo punta infatti al rapporto di collaborazione tra nazioni, per cui è un rapporto “inter-nazionale”, che non può esistere appunto senza gli stati sovrani nazionali socialisti. L’internazionalismo comunista ambisce quindi ad avere un mondo unito in stati sovrani nazionali sotto la direzione politica della classe lavoratrice; la globalizzazione economica attuale, invece, non è altro che la visione “apparente” di un mondo cosmopolita sotto la direzione dei capitalisti e della grande finanza internazionale, che riducono tutto a merce e profitto, distruggendo il lavoro e i diritti sociali.

La conquista del potere politico per i lavoratori, attraverso il controllo dello Stato, in definitica è una condizione fondamentale e necessaria dentro un processo rivoluzionario che miri a costruire il socialismo.

Patriottismo e sovranismo sono, concludendo, concetti organici all’ideologia comunista: lasciare queste importanti questioni alle forze politiche borghesi significa non essere rivoluzionari, né tanto meno essere comunisti.

Come disse il CHE: “Patria o Muerte !!!”

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Economia

Biden lancia “Buy American”

Articolo di Giuseppe Matranga, socio fondatore ESC

In tutto il Paese troppe aziende stanno per chiudere i battenti a causa della crisi che dobbiamo affrontare. Hanno bisogno di un aiuto urgente. Ecco perchè oggi agirò per sostenere loro e i loro lavoratori”, ha cinguettato su Twitter il presidente Usa.

Foto tratta da Affaritaliani.it

A quanto sembra, anche il lato più arcobaleno della politica d’oltreoceano, quella cosiddetta antisovranista e noborder, si è accorta che favorire il mercato dei prodotti interni non è poi così male. Qualcuno provi a spiegarlo alla nostra geniale quanto progressista classe politica che, anche in ottemperanza alle regole altrettanto vantaggiose di matrice europea, investe i fondi pubblici in forniture di beni stranieri o in infrastrutture costruite con beni e macchine straniere. Certo una qualche differenza ci sarà. Nel caso americano, quello perseguito da Biden, e in perfetta continuità con l’atteggiamento del suo predecessore Trump, la spesa pubblica viene immessa nel territorio nazionale fornendo sí beni e servizi a vantaggio della collettività, ma anche la parte finanziaria, ovvero il denaro, rimane dentro il territorio nazionale, favorendo la creazione di ricchezza, l’aumento dei salari e di lavoro nei territori di spesa e arricchendo, così, più volte l’intera economia nazionale attraverso quello che viene chiamato “moltiplicatore”. Nel caso nostrano, ahi noi, la spesa pubblica troppo spesso viene direzionata verso beni e servizi di importazione, conseguentemente la collettività ottiene si dei benefici, ma la componente finanziaria va a disperdersi immediatamente fuori dai nostri confini nazionali, senza generare ricchezza e senza moltiplicarsi. Beh ci sarà da chiedersi come mai ad esempio la “Police” americana utilizza solo automobili Ford e Dodge, mentre noi, obbligati dalle generose norme europee, vediamo le nostre forze dell’ordine a bordo di Seat, BMW, Toyota, etc. e non più Fiat, Alfa Romeo, come accadeva una volta.

Autarchia? No, semplice buon senso e volontà di aiutare i lavoratori.