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Costituzione Economia

Draghi, il PUL e la democrazia che non ci possiamo permettere

Articolo scritto da Pietro Salemi, vice-presidente di ESC

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea

Chi avesse perso gli ultimi giorni di politica, potrebbe stupirsi. Chi ne ha seguito, con occhio vigile e critico, gli ultimi 30 anni, prova molta amarezza e poco stupore. E’ bene, comunque ricapitolare le ultime convulsioni della Repubblica.

Conte ha definitivamente lasciato Chigi e ha tenuto una conferenza stampa su un tavolino in mezzo alla strada.

La Lega di Salvini offre il sostegno a Draghi, dichiarando che sull’Unione Europea e sull’Euro aveva scherzato.

I 5Stelle, come sempre, sono passati dal No, al ni, al Sí a Draghi e si accodano, perciò, non solo a Renzi, ma anche a Berlusconi, Salvini, Zingaretti, Bonino e Calenda ed altri centristi vari. Nel frattempo, si mette in scena un voto della base tramite la piattaforma Rousseau. Una consultazione a babbo morto, posto che l’ex-Goldman Sachs ha già ricevuto l’endorsment dall’intero gotha del MoVimento (ex-)populista.

LeU ci pensa: in realtà Speranza e Bersani scalpitano per entrare, mentre a Fratoianni non è piaciuto com’è iniziata la cosa e gli viene forte andare al governo con Salvini (mentre con Forza Italia, alla fine, non c’è problema).

Unica cosa davvero sconcertante: quasi tutte queste forze chiedono un governo politico (sic!), forse non capendo che la formula del governo “tecnico” serviva proprio da foglia di Fico per i casi, come questo, di commissariamento della politica.

Dicevo, “quasi”, perché in tutto quell’agglomerato che va da Forza Italia al PD, va bene davvero tutto purché si faccia il governo di San Mario Draghi da Goldman Sachs.

Non manca più nessuno, neanche i liocorni. Anzi no, manca Giorgia Meloni che nel frattempo nega l’appoggio a Draghi e si mette comoda in poltrona a mangiare i famosi “pop corn” di renziana memoria, offrendo eventualmente un’astensione benevola.

Dal punto di vista del profilo politico del Governo Draghi, si deve solo constatare che sarà semplicemente (e a gran richiesta) il governo dei mercati, presieduto da un banchiere, con un prestigioso curriculum nelle alte sfere della finanza mondiale. Per ciò stesso sarà un governo estremamente politico, anche al netto di qualsiasi distribuzione di dicasteri: si dovrà scegliere se confermare o abolire il reddito di cittadinanza, quota 100, il turn over nella P. A., la cassa integrazione covid, il divieto di licenziamento, le restrizioni alla libertà di circolazione e alle aperture delle attività commerciali, i ristori alla aziende colpite dalla pandemia e via di seguito. Al netto di ciò, dovranno anche effettuarsi scelte strategiche in merito al Recovery plan: non tanto e non solo nell’allocazione dei fondi del Recovery, quanto più nelle scelte più dolorose che dovranno compiersi per ottenere quei fondi, sia in termini di maggiore contribuzione dell’Italia al bilancio UE, sia in termini di riforme richieste dalla Commissione per l’erogazione delle tranche.

Non deve stupire che su tali questioni politiche dirimenti possano trovarsi convergenze tra tutte queste forze così apparentemente eterogenee. Infatti, eccettuati i temi etici e i diritti civili, su cui ancora esiste una certa contrapposizione (almeno di facciata e sempre a favore di telecamera) lungo l’ormai obsolescente crinale destra/sinistra, l’affinità delle ricette economiche e sociali è pressoché totale. Siamo di fronte a correnti di un medesimo partito (il Partito Unico Liberal-Liberista) che ben possono trovare la quadra attorno ad un leader carismatico come SuperMario Draghi, domatore di mercati.

Pur senza avere poteri di preveggenza, non è difficile immaginare il core dell’agenda di Draghi: accanto alle solite riforme richieste dalla UE (P. A., giustizia civile e fisco), si procederà allo sblocco dei licenziamenti e alla fine della cassa integrazione covid e della politica dei ristori alle imprese e, infine, alla rimozione delle misure simbolo della breve stagione populista del Governo Conte I (reddito di cittadinanza e quota 100). Se resterà tempo a sufficienza, Draghi procederà anche in prima persona a quello che viene visto come un efficientamento e snellimento della macchina pubblica, attraverso l’ulteriore privatizzazione dei servizi e del patrimonio pubblico. Più in generale, sotto il profilo politico e internazionale, il Governo Draghi è la plastica rappresentazione dell’abdicazione della classe politica italiana al “vincolo esterno”, in chiave atlantista ed europeista.

Proprio per la sua capacità di rappresentare meglio di chiunque altro i vincoli euroatlantici in Italia, Draghi ha già raccolto il placet dello spread, di Confindustria e della finanza tutta, mentre i giornalisti (dalla carta stampata alla TV), in totale sollucchero, si lanciano ormai in operazioni agiografiche e di culto della personalità talmente spericolate, da far apparire Chuck Norris come uno di noi.

Come tutti i più recenti epifenomeni covid, anche il PUL c’era già, solo che ora è più evidente.

Quest’orgia neoliberista attorno alla figura di chiaro profilo tecnocratico di Draghi ha, comunque, il merito di consegnarci un momento verità: è, infatti, proprio nei momenti di crisi più profonda che i vari attori politici rivelano la propria anima più profonda e la composizione di classe che rappresentano. In quest’ultimo senso, si può solamente registrare che il démos, il “fronte popolare”, quello dei lavoratori, di chi vive del proprio lavoro, non è della partita.

Non è purtroppo un’assenza casuale. L’aspetto, forse più preoccupante, è infatti la retorica anti-popolare e, in ultima istanza, anti-democratica che si registra in questi giorni. Da un lato, politica e media mainstream acclamano la nascita di un “governo dei migliori”, in greco aristocrazia; dall’altro, la narrazione dominante è permeata dalla perniciosa idea secondo la quale i fini pubblici sono pre-determinati rispetto al fluire di una politica che è chiamata alla semplice applicazione, tecnica appunto. Tali fini verrebbero così a essere liberamente determinati impersonalmente dai mercati ed esplicitati per bocca della istituzione UE (il cd. “Bruxelles consensus”), di guisa che non resterebbe che avere governanti abbastanza “competenti” da fare bene i compiti per casa.

Le stesse elezioni si rivelano, in quest’ottica, un ingombrante impaccio cui, talvolta, è necessario porre rimedio per vie traverse per evitare che mantenere la superstizione della democrazia diventi troppo costoso. Lo stesso svolgersi della democrazia rappresentativa, nelle sue forme elettorali e parlamentari, è oggetto del trascendente “giudizio dei mercati”, cui è necessario conformarsi, di dritto o di rovescio. Così, vuoi per non perdere la fiducia degli investitori, vuoi per lo spread, vuoi per rafforzare la lealtà alla UE, vuoi per la pandemia, il ritorno al voto e all’espressione della volontà popolare viene vista, nel discorso pubblico, come qualcosa da rifuggire come la peste.

Abbiamo toccato quello che è certamente un punto di minimo storico nell’intensità della democrazia-costituzionale italiana. Pur nel rispetto delle forme, si sono create smagliature sempre più ampie tanto a livello di rispetto della cd. Democrazia formale, quanto di quella sostanziale. Sotto il primo profilo, si pensi alla prassi dell’abuso delle decretazione d’urgenza, alla perdita di centralità del parlamento (di recente menomato persino nella sua composizione numerica), al fenomeno del trasformismo, al ricorso sempre più strutturale a governi tecnici e del Presidente, ad una fisarmonica dei poteri del Presidente della Repubblica ormai parecchio dilatata. Sotto l’aspetto sostanziale, basti tener presente che i diritti fondamentali (e segnatamente quelli sociali), nei quali la democrazia trova la sua linfa vitale, sono ad oggi validi solo a “bilancio invariato” ed entro i limiti del vincolo esterno.

L’avvento messianico di Mario Draghi al governo lascia presagire che lo sforzo di deformazione della democrazia che le élite del Paese stanno producendo da anni rischia di essere ormai anelastico: sembra proprio che la democrazia non ce la possiamo più permettere. Tutto ciò è ovviamente avvenuto anche e soprattutto per la compiacenza delle forze politiche che pretenderebbero di rappresentare gli interessi delle fasce più deboli della popolazione. Avendo perduto financo la capacità di leggere la conflittualità degli interessi in gioco, a queste forze non resta che unirsi al coro: “Draghi o muerte!”.

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Stato, comunità e democrazia (consumatori o cittadini?)

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Nello scenario odierno ricorre con una certa metodicità l’appello progressista a nuovi processi di identificazione individuale e collettiva che mettano da parte parole come “Stato” e “comunità” viste come un retaggio di un passato anacronistico destinato a non vedere nuova luce. Si costruiscono e distruggono comunità virtuali a ritmi incessanti, si promuovono nuove identità al fine di rassicurare l’individuo e inserirlo in gruppi dove esiste un ancoraggio precario. Tuttavia, come sosteneva il sociologo Zygmunt Bauman “la fiducia è stata bandita dal luogo ove ha dimorato per la maggior parte della storia moderna. Ora vaga qua e là alla ricerca di nuovi approdi, ma nessuna delle alternative a disposizione è riuscita fino a questo momento a eguagliare la solidità e l’apparente naturalezza dello Stato-nazione”.[1]

A fronte di questa evidenza le forze progressiste in Italia e, in senso lato, nel “mondo occidentalizzato”, non riescono a offrire una soluzione allo scontro con le forze globali e stentano a riconoscere il patriottismo costituzionale come un’opzione realistica. Si esercitano forze di resistenza contro le rivendicazioni di sovranità con etichette calunniose e si ostenta snobismo per l’istintiva ricerca di comunità associandola a primitivismi intellettuali. Tuttavia, fin quando la sinistra liberale e antagonista continuerà ad utilizzare le categorie di resistenza (riferite esclusivamente ai rigurgiti neofascisti e non alla globalizzazione) per analizzare la realtà contingente nel continente europeo, andrà incontro a pesanti ridimensionamenti del proprio consenso elettorale, fornendo un assist, più o meno coscientemente, alle destre più reazionarie ed estreme, che, se da un lato parlano, ingannevolmente, di “sovranismo” dall’altro fanno l’occhiolino alle élite dominanti per la conservazione delle attuali relazioni di potere.

Fin quando non si capirà, dunque, che la dimensione privilegiata per le lotte sociali (redistribuzione della ricchezza, previdenza, assistenza e sanità pubbliche, nazionalizzazione delle fonti produttive) è rappresentata dalle istituzioni statali e quindi dallo Stato inteso come luogo in cui si cristallizza una tensione pluralistica e conflittuale e allo stesso tempo produttiva di un ordinamento in cui “libertà” e “uguaglianza” non si sopprimono reciprocamente, e fin quando non si capirà che difendere la “democrazia”, non significa semplicemente difenderne gli aspetti formali (elezioni, multipartitismo, ecc.) ma anche e soprattutto gli aspetti sostanziali (uguaglianza e sovranità popolare), si cadrà vittime di una rappresentazione strumentale e tendenziosa, che tende a svilire tutti i fenomeni politici dal “basso” che rivendicano un ruolo attivo dello Stato nei processi economici (finanza funzionale).

D’altra parte è proprio la Costituzione italiana del ‘48 a contemplare l’attuazione del principio di uguaglianza sostanziale (art. 3 comma 2) che richiede espressamente che lo Stato assolva un compito di indirizzo, coordinamento e programmazione al fine di realizzare un ordinamento orientato ai principi di utilità e benessere sociale, al contrario di quanto avviene nell’ordinamento ordoliberale dove lo Stato assolve una funzione di regolazione della concorrenza. È evidente, pertanto, che si tratta di due concezioni della sovranità che definiscono diverse funzioni dello Stato e che rispondono a due filosofie di organizzazione dei rapporti sociali ed economici in conflitto tra di loro: da una parte l’esercizio della sovranità popolare indirizzato al “Welfare”, dall’altra il modello ordoliberale europeista che tende a disciplinare lo Stato dissolvendone le funzioni sociali e a ridurlo all’incarico di intermediario coloniale e di terzo regolatore.

Non può eludersi quindi che la difesa della democrazia, non passa dal moralismo contabile o dal semplice formalismo dei meccanismi elettorali, ma tenendo conto dell’integrazione degli interessi popolari nell’arena delle contese elettorali. Fu proprio il filosofo del diritto Norberto Bobbio in una delle sue opere (“Il futuro della democrazia”) a mettere in evidenza l’obiettivo del neoliberalismo: dapprima la sconfitta del socialismo nella sua versione collettivistica, in seguito la sconfitta della socialdemocrazia keynesiana e in definitiva la sconfitta della democrazia tout court, il tutto con un’offensiva portata avanti con l’astuta arma retorica degli sprechi, della burocratizzazione, della corruzione e delle inefficienze. Un processo, quello dell’offensiva diffamatoria, che ricorda l’atteggiamento semplicistico con cui viene affrontata la questione meridionale in Italia, benché i dati offerti dai Conti pubblici territoriali ci rappresentano una realtà lontana dalla pretesa uniformità di trattamento in tema di investimenti pubblici, e che allontana dalla comprensione del fenomeno della “meridionalizzazione” dell’Italia nel contesto dell’Unione europea.

L’attacco allo Stato-benessere con la sua cornice giuridica di protezione sociale e di repressione delle rendite finanziarie, è in definitiva un attacco alla democrazia partecipativa, perché spoglia i cittadini delle rivendicazioni più radicali, fornendogli nello stesso tempo, l’anestetico sociale della libertà dei consumi e un habitus psicologico conservatore. Lo Stato sociale così si trasforma in una repubblica impoverita e depauperata dei suoi strumenti di intervento atti a garantire la democratizzazione degli interventi pubblici, e la democrazia rappresentativa si trasforma in una democrazia elettorale dove l’apatia politica non solo non è scoraggiata, ma è pienamente tollerata se non promossa. Eppure, se si osserva la storia d’Italia, nel contesto dello Stato liberale dell’ottocento le battaglie dei democratici e dei radicali, erano mirate alla realizzazione della democrazia all’interno della cornice statale con l’estensione del suffragio (“il suffragio universale è alla base della giustizia sociale” scrisse Garibaldi al repubblicano Giovanni Bovio[2]), le battaglie dei socialisti e comunisti nel dopoguerra, prendevano in considerazione paritaria la questione nazionale e la questione sociale rimarcando la necessità dell’indipendenza economica da monopoli e oligopoli. Tutte queste battaglie per la giustizia sociale muovevano da premesse strutturali opposte a quelle odierne: Sovranità popolare, socialismo e comunità (quindi partecipazione), d’altra parte l’attuale sistema ordoliberale europeo o neoliberale in senso ampio, costruisce i sistemi normativi a partire dalle seguenti premesse strutturali: individualismo, consumismo e filosofia della competizione. Ogni riferimento alla sovranità nazionale e popolare è stigmatizzato in nome di una non meglio precisata sovranità europea o globale in cui dovrebbero introdursi le istituzioni “europee o globali” di controllo democratico. L’unico esercizio di sovranità consentito è quello del consumatore, un attore svincolato da ingerenze nazionali il cui unico principio guida è la ricerca del “comfort” temporaneo.

D’altra parte, torna di rilievo il tema della comunità che, secondo il sociologo Ferdinand Tonnies, implica un rapporto di vicinanza dal punto di vista linguistico, sentimentale, storico e delle consuetudini che palesa come la struttura comunitaria, a differenza di quella societaria fondata sullo scambio di utilità, possa esistere solo nella misura in cui esistano questi vincoli di appartenenza e di partecipazione spontanea. Pertanto, alla domanda “esiste una comunità europea?” si può efficacemente rispondere che risulta difficile credere a un rapporto comunitario se è proprio il TUE all’articolo 3 a ricordarci che l’Unione instaura un mercato interno fondato sulla forte competitività. Uno stato di competizione costante che di fatto fa cadere in oblio il principio di comunità. È interessante quanto ci fa notare l’antropologo Marco Aime in tema: “Quando i governi si riferiscono all’UE come a una comunità, lo fanno in modo retorico, proiettando su un’alleanza politico-economica tratti e valori auspicati, tipici della comunità tradizionale. Quando gli abitanti di Lampedusa o di Canazei parlano della loro comunità, invece, si riferiscono a una realtà di fatto”[3].

Ebbene, al di là della ricostruzione fiabesca di un villaggio globale in cui, in virtù del semplice principio dell’interdipendenza economica (trascurando il fatto che il diritto internazionale è governato dai rapporti di forza) si verrebbe a instaurare la provvidenziale armonia universale, in nome di un sovranazionalismo democratico (trascurando il fatto le organizzazioni internazionali di carattere economico funzionano con una governance tipica delle società di capitali), resta un piano di analisi che mette in luce che una comunità esiste là dove è presente uno Stato nel cui ordinamento si segue una precisa idea di bene comune e di economia al servizio del bene comune. Non è un caso che la nostra Costituzione prefiguri un modello di Stato-comunità in contrapposizione allo Stato-apparato: un modello in cui il popolo è reso partecipe delle decisioni sovrane della politica attraverso le istituzioni rappresentative e i corpi intermedi, e in cui il popolo è votato al progresso materiale o spirituale della società (art. 4 Cost.). Non è un caso che le limitazioni di sovranità di cui parla l’art. 11 della Costituzione siano preordinate esclusivamente (e in condizioni di parità con gli altri Stati) alla costituzione di organismi che tutelino la pace e non la “concorrenza”. Tutto ciò ci suggerisce che lo scontro tra Stato-comunità e organismi internazionali, non può essere banalizzato entro le categorie dialettiche post-moderne, ma deve essere posto sotto i riflettori di un’attenzione pubblica che metta in rilievo il conflitto tra una costruzione sociale che riconosce contemporaneamente l’iniziativa personale e un principio di comunità, e un ordinamento che tutela la concorrenza in funzione del “benessere del consumatore” e operare di conseguenza una scelta: una scelta che divide coloro che esistono solo come consumatori e coloro che, rievocando una meditazione di Marco Aurelio, decidono di essere cittadini dell’universale città umana.


[1] Zygmunt Bauman, “Intervista sull’identità”, cit., p. 51

[2] Giuseppe Garibaldi, “Lettere e proclami”, Edizioni librarie siciliane, cit., p. 159

[3] Marco Aime, “Comunità”, cit., p. 8