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Geopolitica

Pescherecci italiani aggrediti dai libici: il silenzio italiano si traduce in “Mare Vostrum”

articolo di Giuseppe Matranga, socio fondatore ESC

Appena sei giorni fa (06.05.2021) l’ennesimo triste evento che coinvolge le autorità libiche e i pescherecci siciliani di Mazzara del Vallo: resta ferito il comandante Giuseppe Giacalone, a seguito di alcuni colpi di fucile sparati da una motovedetta libica, appartenente all’autorità di Tripoli (ovvero non quella di Haftar, che si era già resa protagonista del sequestro di altrettanti pescatori alcuni mesi fa, bensì quello di Al-Sarraj, in teoria l’unico riconosciuto dal governo italiano).

In questo breve articolo, vogliamo mettere in luce diversi aspetti che hanno, a tratti, del tragi-comico, primo su tutti però, riteniamo doveroso denunciare il totale quanto assordante silenzio che ha coinvolto indiscriminatamente tutte le testate informative nazionali, in merito al fatto, nonché la totale inespressione delle nostre autorità nazionali, tra i quali regna sovrana la figura del gigante della politica estera Luigi Di Maio, colui che, appena pochi mesi fa, aveva simpaticamente confuso la Libia con il Libano.

Facendo riferimento all’intervista intercorsa tra il comandante Giuseppe Giacalone e l’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana), vengono fuori diverse informazioni da non sottovalutare e che dovrebbero forse far indignare ogni cittadino italiano, da Lampedusa a Bolzano.
Innanzitutto, il comandante protagonista della faccenda è il padre di uno dei pescatori mazzaresi, che erano stati indebitamente detenuti per circa tre mesi dalle autorità del governo parallelo libico capeggiate dal Generale Haftar (uno di quelli che prima era con Geddafi e poi si trasformò in rivoluzionario al momento della sua caduta), il quale “reo di vivere di pesca” si era recato presso le acque internazionali interposte tra la Sicilia e la costa Libica, mare pescoso nel quale in teoria non vi è alcuna giurisdizione nazionale, tranne nel caso in questione. Infatti, ormai da alcuni anni, la Libia, unica al mondo, ha deciso e sancito autonomamente che le sue acque territoriali arrivino a 40 miglia nautiche dalla costa e non alle classiche e globalmente riconosciute 12 miglia, così che ogni qual volta un qualsiasi natante travalichi l’ideale confine, questo diviene oggetto di contesa da parte delle motovedette libiche (le quali in gran parte sono state donate gentilmente dallo Stato italiano e riportano ancora sbiadita sul fianco la scritta “Guardia Costiera”).

In questo caso al superamento delle 40 miglia, probabilmente allertati da preziosissimi radar (che identificano prontamente i pescherecci italiani ma mai i barconi dei migranti che spesso divengono bare del mare), sopraggiunge una motovedetta libica che intima al comandante mazarese di seguirla fino alla costa. Il comandante, conscio dell’esperienza del figlio sequestrato, si rifiuta di ottemperare all’ordine indebitamente impartito e inverte la rotta in direzione di Mazzara del Vallo. Durante quei concitati minuti vengono addirittura esplosi dei colpi di fucile da parte dei guardacoste, che colpiscono la cabina di pilotaggio col solo comandante Giacalone all’interno che, da “buon padre di famiglia”, aveva ordinato al resto dell’equipaggio di recarsi sotto coperta per proteggerne l’incolumità.

Tali colpi d’arma da fuoco oltre a crivellare le pareti della cabina, infrangono uno dei vetri e procurano diverse ferite alla testa del comandante, il quale in pochi istanti, mostrando la maglia sporca di sangue, si rivolge agli offensori chiedendo di cessare il fuoco. Essi rispondono rivelandosi dispiaciuti di aver cagionato danno alla persona e per soccorrerlo gli propongono di seguirli in porto in modo da poterlo portare in ospedale.

Se non sembrasse già così una barzelletta, sappiate che l’intero dialogo si è svolto in lingua italiana, poiché uno dei componenti dell’equipaggio libico era stato prontamente e gratuitamente addestrato a Messina, e sotto gli occhi della Marina Italiana che era presente a poca distanza con una motovedetta e un elicottero del tutto inermi e passivi.

Detto ciò, il comandante risponde con un classico “rifiuto l’offerta e vado avanti”, supponendo che quello potesse essere l’ennesimo tranello per l’ennesimo sequestro, e continua a dirigersi in direzione della Sicilia.

Fortunatamente le ferite riportate non erano gravi. Ma al suo rientro in porto egli non trova né un’ambulanza a soccorrerlo né uno straccio di autorità portuale ad aspettarlo.

Che dire! Che il governo italiano avesse perso il suo smalto in merito alle politiche internazionali era già abbastanza palese. Che però facesse del tutto finta di nulla, girandosi dall’altra parte, innanzi ad un’aggressione militare ai danni dei propri cittadini lavoratori, è tutta un’altra storia.

Restiamo comunque in attesa di un qualche vagito da parte del Ministero degli Affari Esteri in merito alla faccenda, aspettando che un altro po’ d’acqua passi sotto i ponti e che prima o poi qualcuno, degno di questo ruolo, possa risedersi su quello scranno e riportare una sorta di equilibrio nel Mediterraneo che ci circonda da tempo immemore e che un tempo era stato una risorsa per tutta la penisola italica.

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Economia Geopolitica

Dominio di Marco D’Eramo

Recensione di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

“Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato.”

L’esito della rivoluzione neoliberale può essere perfettamente compreso alla luce di questa battuta di Gordon Gekko nel film “Wall street” di Oliver Stone. Un esito che nasce da una storia abilmente narrata con la spinta suggestiva di nuove idee e di parole d’ordine vecchie e nuove, con la capacità strategica di usare a proprio vantaggio le elaborazioni teoriche avversarie, con la capacità di camuffamento verbale e con la forza finanziaria e mediatica di plasmare un immaginario collettivo che, in preda all’amnesia permanente dell’evoluzione storica della democrazie occidentali, non possiede gli strumenti culturali per poter operare i paragoni tra le diverse fasi della storia del pensiero umano e dei poteri costituiti. Marco d’Eramo, nel suo ultimo lavoro, mette in evidenza la forza delle idee, la straordinaria macchina di egemonizzazione del pensiero globale, ovvero la forza necessaria di legittimazione dei poteri statuali che operano nella nostra contemporaneità che se da un lato, intonano le dolci note della liberaldemocrazia nelle sue forme istituzionali e nell’esaltazione dell’individualità dei singoli, dall’altro lavorano incessantemente per forgiare la mente e imbolsire il carico di vita gregaria dell’Homo consumericus di cui il genio acuminato di Frank Zappa tesseva le “lodi”: “Il nostro sistema scolastico cresce ragazzi ignoranti e lo fa con stile: ignorantoni funzionali. Non forniscono loro gli elementi per studiare la logica e non danno alcun criterio per giudicare la differenza tra il bene e il male in qualsiasi prodotto o situazione. Vengono preparati per funzionare come macchine acquirenti senza testa, a favore dei prodotti e dei concetti di un complesso multinazionale che per sopravvivere ha bisogno di un mondo di fessi.”

La storia degli 8248 “think tanks” ovvero degli apparati ideologici che fungono da serbatoi di pensiero e la loro azione combinata coi finanziamenti delle fondazioni (Olin, Bradley, Heritage, Koch, ecc.) che con le loro raccomandazioni hanno influenzato l’azione politica di una ampia fetta della politica conservatrice a stelle e strisce dagli anni ’50 in poi, è la storia di una controrivoluzione che, al campanello d’allarme del comunismo sovietico e della sua poderosa forza d’ispirazione nelle democrazie semi-sovrane dell’Europa post-bellica, ha reagito con studio, pazienza e progressivo infiacchimento delle forze protagoniste dell’avanzamento socialdemocratico. L’impressionante movimento di denaro che ha sconvolto la democrazia statunitense agevolando e sostenendo le teorie neoliberiste negli ambienti accademici e mediatici, è un movimento che interessa e influenza la politica occidentale con il preciso scopo di instillare la statofobia presso gli ambienti culturali di rilievo onde poterne neutralizzare la capacità di influenza progressiva e riconfigurare i poteri pubblici verso nuovi fini (accumulazione di capitale e redistribuzione in senso regressivo). Uno Stato minimo e forte nella misura in cui la sua azione è diretta alla tutela degli interessi dominanti. Naturalmente il “dominio” aveva bisogno delle sue leggi, ma soprattutto aveva bisogno che queste leggi fossero ammantate da un’aura di imparzialità scientifica e di apparente impermeabilità alle ideologie. In definitiva, l’epoca della restaurazione neoliberale doveva apparire post-ideologica e lontana dalle zavorre del “pensiero”: “È quindi un’ideologia che, al pari di tutte le ideologie, si presenta come non-ideologica, a-ideologica, scientifica, a colpi di equazioni e formule matematiche.”[1]È un dominio che applica l’analisi costi-benefici sia ai rapporti economici, sia ai rapporti sociali, e che sperimenta una rivoluzione antropologica in cui la società è vista come un immenso gioco non cooperativo in cui gli individui-agenti razionali hanno come solo scopo la massimizzazione dei profitti.

La rivoluzione (da “revolutio” che indica il moto di ritorno di un pianeta alla sua posizione d’origine) dunque necessitava di nuovi dispositivi culturali e, nello stesso tempo, di un certo rigurgito di anti-democraticismo che rievocasse taluni aspetti retrivi dello Stato liberale, dei suoi schemi concettuali e dei suoi corollari di visione censitaria del vivere sociale, e nello stesso tempo se ne discostasse generando nuovi paradigmi come il target ideale della libera concorrenza e del governo per il mercato. Una rivoluzione invisibile, lontana dalla percezione collettiva che nel frattempo è stata anestetizzata dagli aspetti più teatrali e risibili dei mantra neoliberisti (il “get rich or die tryin’” del self-made man) e che ha introiettato il retroterra culturale di questo dominio alla stessa stregua dell’accettazione di una legge naturale. Dunque, negli States, mentre Christopher Lasch, autore de “La cultura del narcisismo”, organizzava convegni di divulgazione del pensiero di Antonio Gramsci dando un’originale interpretazione del populismo (“Il populismo è la voce autentica della democrazia”), d’altra parte, e con intenti finalisticamente opposti a quelli di Lasch, Michael Joyce, l’attivista conservatore a capo della Olin Foundation, tesaurizzava il pensiero gramsciano sull’egemonia finanziando l’accademico Alan Bloom come testa di ponte del pensiero conservatore/neoliberale all’interno dell’Università di Chicago. Un’operazione che mirava a contrastare e abbattere l’influenza della “New Left” negli ambienti accademici e che apriva la strada alle teorie neoliberiste di Milton Friedman, mentre in Italia, Federico Caffè, “l’ultimo baluardo” del keynesismo Italiano ammoniva il PCI sulle scelte di politica economica operate dal partito nel corso degli anni ’70 che, al tramonto del XX secolo, fecero colare a picco l’obiettivo economico-sociale dei costituenti e quanto fu sostenuto in sede di assemblea costituente dal demolaburista Meuccio Ruini, il quale replicando a Luigi Einaudi e alle ipotesi di “terza via”, disse: “Non pochi vanno affannosamente alla ricerca della terza strada. La troveranno? Non lo so. Questo so: che si avanza la forza storica del lavoro.”[2]

Nel contesto operativo della strategia portata avanti dai “Chicago boys”, le cui consulenze economiche furono particolarmente gradite al Cile di Pinochet, era necessario procedere al reclutamento di esponenti delle forze avversarie che, nell’arena agonistica della socialdemocrazia, portavano avanti le istanze della classe lavoratrice, e indebolire i residui retaggi di keynesismo nei partiti di centro-sinistra, per cui se negli States Jimmy Carter riteneva inopportuno l’intervento pubblico ai fini della risoluzione dei problemi sociali, dall’altro lato, la “Lady di ferro”, Margaret Thatcher, poteva tranquillamente sostenere che il suo più grande successo era il “New Labour” di Tony Blair. In effetti, ciò che accadde alle “sinistre” del mondo occidentale, si può spiegare alla luce dell’applicazione di un antico stratagemma bellico cinese: “Se vuoi fare qualcosa, fa in modo che il tuo avversario lo faccia per te (ovvero uccidere con una spada presa a prestito)”.

Il libro di Marco d’Eramo, dunque, ci spiega che i marines studiano l’ideologia e la sua forza rappresentativa e narrativa, mentre nelle sedi dei partiti riformisti e negli ambienti del ceto artistico-intellettuale del nostro Paese (ma non solo, ovviamente) il solo riferimento al vocabolario di classe, tanto in voga nel ‘900, e al suo tentativo impervio di contestualizzazione alla post-modernità, fa piovere accuse di paleo-socialismo su chi si azzarda a utilizzare le categorie del pensiero marxiano, socialista o cattolico-sociale in senso ampio, perché si sa: alla fine conveniva buttare via l’acqua sporca col bambino. Dunque, serviva un nuovo linguaggio culturale che riflettesse l’aziendalizzazione dei vari rami dell’amministrazione pubblica e che, attraverso anglicismi e neologismi mettesse in evidenza le nuove necessità da parte degli organismi pubblici di essere competitivi e all’altezza della sfida globale, e servivano i toni fatalistici utili a corroborare il sentimento di ineluttabilità dell’unico mondo unito dalle complesse reti di connessione economica. Il campo della politica viene così egemonizzato dalle logiche mercatistiche, tanto che come osservava acutamente Lasch “I partiti politici sono ormai specializzati nel pubblicizzare e vendere i loro uomini perché il pubblico li consumi, e persino la disciplina di partito si è gravemente allentata”[3] e ciò determina nuove modalità operative fondate sulle indagini di mercato atte a registrare, manipolare e banalizzare le opinioni del consumatore-elettore.

Di fronte alla lucida analisi retrospettiva dell’autore di “Dominio”, alla descrizione della trasformazione dei rapporti di forza e alla finanziarizzazione dell’economia che acuiscono la loro accelerazione in tempi pandemici (la “guerra invisibile” di cui parla l’autore), il discorso politico attende con la consueta lentezza una riorganizzazione delle forze popolari private delle loro “élite”, sapientemente reclutate al fine di aumentare la potenza di fuoco dei dominanti, i quali sanno dell’importanza strategica di creare vuoti e spazi invisibili. Invero, sanno dell’importanza delle parole e del silenzio, della guerra visibile e di quella invisibile e sanno cogliere il suggerimento che arriva dalla storia, ovvero sanno perfettamente che, come direbbe il re di Prussia Federico il Grande, “il cittadino non deve accorgersi che il re fa la guerra”. L’invisibilità e la proiezione inconscia degli schemi ideologici neolib sono quindi stati il “cavallo di Troia” delle nuove élite globaliste (“gli americani hanno colonizzato il nostro subconscio” direbbe uno dei protagonisti del film “Nel corso del tempo” di Wim Wenders) che agevolmente hanno potuto introiettare l’idea del credito al consumo, dei mutui trentennali e dell’uomo in quanto capitale umano che rivendica a sé il titolo di proprietà.

Un lavoro certosino di ripescaggio delle idee, che correttamente l’autore definisce “armi”, citando William Simon, non può restare indifferente alla capacità dei dominanti di creare una strategia “leninista” a sostegno dei loro interessi di classe, perché è solo in questo modo che ci si avvede della funzione della cultura in chiave contro-egemonica e della sua capacità di elaborare nuove frontiere di competizione politica e un nuovo immaginario simbolico a connotazione marcatamente popolare. D’altronde se è possibile scegliere diversamente dal dominio della libertà, allora è possibile essere eretici (dal greco “haìresis” che significa scelta) fino ad allora, per citare il Signor G, “ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà”[4].


[1] Marco D’Eramo, “Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”, cit., p. 57

[2] Meuccio Ruini, Discussione generale del progetto di Costituzione della Repubblica Italiana, 12 Marzo 1947

[3] Christopher Lasch, “L’io minimo, Politica come consumo”, cit., p. 32

[4] Giorgio Gaber, “L’America” dall’album “E pensare che c’era il pensiero”

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Geopolitica

Il sacco di Washington e il momento Alarico

Editoriale Geopolitico scritto da Pietro Salemi, Vicepresidente di ESC, in collaborazione con Valerio Macagnone, Segretario di ESC.

Tra il 24 e il 27 agosto del 410 d.c. i Visigoti, guidati da Alarico I, entrarono a Roma e ne violarono l’aurea di intangibile capitale dell’Impero, dando luogo a quello che fu conosciuto come “Sacco di Roma”.  

Molti dei simboli della Città Eterna vennero saccheggiati e vandalizzati, destando comprensibile shock e sconcerto nell’intero mondo antico.  

Dopo qualche giorno I barbari lasciarono Roma e desistettero dall’occupazione militare della capitale imperiale. Tuttavia  l’Impero di Occidente da quel giorno non sarà più lo stesso, dovendo poggiare, per la sua sopravvivenza, sull’accordo militare di questo o quel sovrano barbaro. Solo 66 anni dopo, un’inezia per gli intervalli storici dell’antichità, l’Impero Romano d’Occidente crollò definitivamente con la deposizione di Romolo Augusto, da parte di Odoacre.  

Com’è noto, la proiezione globale di potenza da parte degli Stati Uniti è stata, almeno à partire dalla fine degli anni ’70 del’ 900, paragonata a quella dell’Impero Romano, tanto da far parlare di “pax americana” per l’ordine mondiale scaturente dalla caduta del muro di Berlino e del collasso dell’URSS.  

L’impero americano fondato sull’alleanza tra la Spada e la Moneta ha, tuttavia, iniziato ad accusare alcune batoste e battute d’arresto.  

Sotto il profilo della “spada”, l’11 settembre, le logoranti guerre asimmetriche in Iraq, Afghanistan, Siria, da ultimo sfociate nel terrorismo jihadista dell’Isis, la crisi Ucraina con  l’annessione russa della Crimea, sono certamente segnali che minano l’idea di una pax americana in cui i marines siano in grado di svolgere il ruolo di “poliziotto globale”.  

Sotto il profilo dell’egemonia economica internazionale, si registrano nel conto delle recenti passività storiche, la crisi subprime 2007-08 (che raggiunse ben presto proporzioni globali), il progressivo “decoupling” da una Cina ormai troppo scomoda per essere una controllabile “fabbrica del mondo”, l’avvio di una politica internazionale e finanziaria di rilancio del Commonwealth da parte del Regno Unito e, se non altro, una gestione poco efficace della pandemia da covid-19 che vede negli Stati Uniti, uno dei paesi di gran lunga più colpiti.  

A differenza della Roma tardoimperiale, gli USA non hanno solo problemi di gestione dell’Impero, ma hanno anche dei credibili rivali con proiezioni Imperiali: su tutti, Russia e Cina.  

Sotto altro verso, infatti, la (ri)emersione delle potenze asiatiche impone un ripensamento profondo del pivot geopolitico statunitense: da quello euro-atlantico tipico della prima guerra fredda, a quello mediorientale (tipico della pax americana a cavallo tra anni ’90 e primi 2000), fino ad arrivare al tentativo, ancora non del tutto compiuto, di spostare il baricentro dell’azione geopolitica nel pacifico per cercare di ingabbiare il gigante cinese.  

Più di recente, altri elementi contribuiscono a tendere agli States la cd. trappola di Tucidide. Tra gli altri:  

  • il costituirsi di un asse, pur di natura congiunturale, tra Russia e Cina, che segna un isolamento statunitense nel tripolarismo a geometrie variabili  che si prefigura; 
  • il recentissimo accordo Ue-Cina, con cui Merkel e Macron si sono affrettati a garantire ponti reciproci per gli investimenti cinesi in Europa ed europei in Cina; 
  • gli accordi Merkel-Putin per un asse Germania-Russia nei settori dell’energia, della materie prime e della tecnologia, sino ad arrivare alle più recenti intese in materia vaccinale.  
  • Il rafforzamento dell’asse franco-tedesco in ambito diplomatico-militare grazie al Trattato di Aquisgrana del 2019, tramite cui, a fronte del sostegno tedesco all’interventismo militare francese e dell’acquisto di titoli francesi, la Germania ottiene l’appoggio della Francia alla candidatura tedesca al Consiglio di sicurezza dell’ONU e la copertura dell’industria militare francese. 

Peraltro, alle difficoltà sullo scacchiere internazionale si sommano anche fratture di non poco momento sul piano interno.  

Senza alcuna pretesa di esaustività, com’è noto, gli Stati Uniti sono segnati da profonde e taglienti disuguaglianze economiche, etniche e territoriali (in particolare, tra Stati costieri ed entroterra e, simmetricamente, tra centri urbani e periferie), problemi di razzismo mai sopiti, democrazia elitaria (per voler essere, accomodanti), svuotamento culturale ed esaltazione fanatica dell’autodifesa e delle armi da fuoco (che mettono in crisi il concetto stesso di Stato come monopolista della forza legittima).  

Alla luce di tutto ciò, l’assalto a Capitol Hill e al cuore democrazia a stelle strisce da parte dei “barbari” pro-Trump, segna un momento di epifania collettivo, non troppo dissimile per magnitudo al Sacco di Roma del 410 d.c. 

Una sorta di “momento Alarico” che mostra plasticamente tutta la fragilità dell’Impero  che non può più essere circoscritta alla fisiologica difficoltà nella gestione della periferia, ma al contrario mostra di sgretolarsi al centro, nella sua Capitale e nei suoi luoghi simbolo.  

È vero, al contrario, dell’Impero Romano d’Occidente, gli Stati Uniti sono ancora capaci di esprimere una forza militare senza uguali. Proprio per questo, va tenuta presente (e temuta) la possibilità che la reazione imperiale a quanto accaduto nella sua capitale sia muscolare e finalizzata a impartire una dimostrazione di potenza al di fuori dei propri confini. 

 Tuttavia, ogni impero si fonda, in una certa misura, su un insieme di credenze e rappresentazioni comunemente accettate che conferiscono alla potenza egemone quella (presunta) superiorità di modello da cui scaturisce l’indispensabile componente consensualistica in base alla quale i principi che orientano l’azione del “dominus” sono in qualche maniera percepiti come giusti (o inevitabili) per i sottoposti.  

Con l’assalto al Campidoglio e le becere razzie da “turisti della democrazia”  attuate dai novelli “barbari” (coacervo di razzisti, suprematisti vari, no Vax, Qanon, Terrapiattisti ecc.), si sgretola proprio questo insieme di credenze. 

Dal momento Alarico al definitivo collasso dell’Impero, passò qualche anno, ma in un certo senso, il destino era già manifesto. 

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Geopolitica

Il caso dei 18 pescatori italiani prigionieri in Libia

Articolo scritto il 27 novembre 2020, da Vincenzo Randazzo e Andrea Casabona, soci fondatori ESC

88. È il numero dei giorni dal quale sono detenuti in Libia i diciotto pescatori italiani che, giorno 1 settembre 2020, sono stati fermati in acque libiche dalla Marina del generale Haftar durante una battuta di pesca. Stando alla versione del governo di Bengasi, i pescatori italiani sarebbero sconfinati in acque libiche. Va ricordate che la Libia ha rivendicato in passato una zona di pesca di 62 miglia, a differenza dell’Italia, che non ha dichiarato una vera e propria zona di pesca ma con una legge del 2006 ha previsto l’istituzione di zone di protezione ecologica. Tale spartizione fu confermata da un accordo fra il governo italiano ed il governo libico nel 2008 ma non venne mai ufficializzata da accordi comunitari. Il nodo principale resta quindi la pesca, a parte la delimitazione della piattaforma continentale, compreso il punto dove si incontrano le piattaforme di Italia, Libia e Malta, che la Corte internazionale di giustizia, nella sentenza del 1985, ha lasciato indeterminato. Tornando al sequestro del peschereccio, a parte le vacue rassicurazioni del governo alle famiglie dei prigionieri, le istituzioni italiane hanno dimostrato il loro totale immobilismo e la loro irrilevanza geopolitica. Le ragioni di tale stasi sono ascrivibili alla perdita del ruolo chiave che l’Italia aveva svolto in Libia sino al 2011, anno in cui con un vile golpe USA e Francia destituirono e uccisero il colonnello Gheddafi. Da quel momento in poi, i governi italiani che si sono avvicendati nel corso di questi anni (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte) hanno seguito la via di una sterile alleanza con l’anello debole della catena, Fayez Al-Serraj, capo del governo riconosciuto di Tobruk. Nel frattempo, dunque, si è lasciato che Francia e Turchia divenissero protagoniste sulla scena libica dopo aver stretto una alleanza con chi esercita maggior controllo nel paese nordafricano, ovvero il generale Khalifa Haftar, che presiede il governo non riconosciuto di Bengasi. Allo stato attuale, dunque, risulta assai complesso per le autorità italiane agire per la liberazione dei propri cittadini in mancanza di accordi chiari e strategici con quest’ultimo. Nel corso della storia repubblicana, la diplomazia italiana si è resa protagonista di successi geopolitici all’interno dell’area nordafricana (nonostante il nostro paese fosse stretto nelle morse del patto atlantico). Questa classe dirigente ha mortificato anche quei pochi ma importanti risultati e ad oggi si dimostra totalmente incapace di tutelare diciotto cittadini, la cui unica colpa era quella di svolgere il proprio lavoro. Nell’ambito del recupero della nostra sovranità nazionale, riteniamo come ESC, che sia necessario prendere a modello le azioni di statisti quali Mattei, Moro e Craxi, superando l’irrilevanza cui ci ha condannato l’UE anche in materia di politica estera. Vale la pena ricordare in conclusione che grazie alla strategia geopolitica di Enrico Mattei nel 1957 furono installate le piattaforme energetiche dell’ENI in Libia e venne battuta sul tempo la concorrenza angloamericana. L’Italia, inoltre, concluse un importantissimo accordo commerciale in ambito petrolifero con l’URRS sotto la sua presidenza dell’ENI. Insomma questa strategia ad ampio raggio mirava ad una indipendenza energetica che, dapprima fu sabotata dalla NATO, e poi definitivamente accantonata dall’avvento dell’Unione Europea.
Ora l’insostenibile leggerezza geopolitica dell’Italia costa la libertà a 18 concittadini: a loro e alle loro famiglia va la nostra solidarietà, auspicando che la diplomazia italiana possa attivarsi efficacemente, garantendo un loro immediato rientro a casa.