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Geopolitica

Il sacco di Washington e il momento Alarico

Editoriale Geopolitico scritto da Pietro Salemi, Vicepresidente di ESC, in collaborazione con Valerio Macagnone, Segretario di ESC.

Tra il 24 e il 27 agosto del 410 d.c. i Visigoti, guidati da Alarico I, entrarono a Roma e ne violarono l’aurea di intangibile capitale dell’Impero, dando luogo a quello che fu conosciuto come “Sacco di Roma”.  

Molti dei simboli della Città Eterna vennero saccheggiati e vandalizzati, destando comprensibile shock e sconcerto nell’intero mondo antico.  

Dopo qualche giorno I barbari lasciarono Roma e desistettero dall’occupazione militare della capitale imperiale. Tuttavia  l’Impero di Occidente da quel giorno non sarà più lo stesso, dovendo poggiare, per la sua sopravvivenza, sull’accordo militare di questo o quel sovrano barbaro. Solo 66 anni dopo, un’inezia per gli intervalli storici dell’antichità, l’Impero Romano d’Occidente crollò definitivamente con la deposizione di Romolo Augusto, da parte di Odoacre.  

Com’è noto, la proiezione globale di potenza da parte degli Stati Uniti è stata, almeno à partire dalla fine degli anni ’70 del’ 900, paragonata a quella dell’Impero Romano, tanto da far parlare di “pax americana” per l’ordine mondiale scaturente dalla caduta del muro di Berlino e del collasso dell’URSS.  

L’impero americano fondato sull’alleanza tra la Spada e la Moneta ha, tuttavia, iniziato ad accusare alcune batoste e battute d’arresto.  

Sotto il profilo della “spada”, l’11 settembre, le logoranti guerre asimmetriche in Iraq, Afghanistan, Siria, da ultimo sfociate nel terrorismo jihadista dell’Isis, la crisi Ucraina con  l’annessione russa della Crimea, sono certamente segnali che minano l’idea di una pax americana in cui i marines siano in grado di svolgere il ruolo di “poliziotto globale”.  

Sotto il profilo dell’egemonia economica internazionale, si registrano nel conto delle recenti passività storiche, la crisi subprime 2007-08 (che raggiunse ben presto proporzioni globali), il progressivo “decoupling” da una Cina ormai troppo scomoda per essere una controllabile “fabbrica del mondo”, l’avvio di una politica internazionale e finanziaria di rilancio del Commonwealth da parte del Regno Unito e, se non altro, una gestione poco efficace della pandemia da covid-19 che vede negli Stati Uniti, uno dei paesi di gran lunga più colpiti.  

A differenza della Roma tardoimperiale, gli USA non hanno solo problemi di gestione dell’Impero, ma hanno anche dei credibili rivali con proiezioni Imperiali: su tutti, Russia e Cina.  

Sotto altro verso, infatti, la (ri)emersione delle potenze asiatiche impone un ripensamento profondo del pivot geopolitico statunitense: da quello euro-atlantico tipico della prima guerra fredda, a quello mediorientale (tipico della pax americana a cavallo tra anni ’90 e primi 2000), fino ad arrivare al tentativo, ancora non del tutto compiuto, di spostare il baricentro dell’azione geopolitica nel pacifico per cercare di ingabbiare il gigante cinese.  

Più di recente, altri elementi contribuiscono a tendere agli States la cd. trappola di Tucidide. Tra gli altri:  

  • il costituirsi di un asse, pur di natura congiunturale, tra Russia e Cina, che segna un isolamento statunitense nel tripolarismo a geometrie variabili  che si prefigura; 
  • il recentissimo accordo Ue-Cina, con cui Merkel e Macron si sono affrettati a garantire ponti reciproci per gli investimenti cinesi in Europa ed europei in Cina; 
  • gli accordi Merkel-Putin per un asse Germania-Russia nei settori dell’energia, della materie prime e della tecnologia, sino ad arrivare alle più recenti intese in materia vaccinale.  
  • Il rafforzamento dell’asse franco-tedesco in ambito diplomatico-militare grazie al Trattato di Aquisgrana del 2019, tramite cui, a fronte del sostegno tedesco all’interventismo militare francese e dell’acquisto di titoli francesi, la Germania ottiene l’appoggio della Francia alla candidatura tedesca al Consiglio di sicurezza dell’ONU e la copertura dell’industria militare francese. 

Peraltro, alle difficoltà sullo scacchiere internazionale si sommano anche fratture di non poco momento sul piano interno.  

Senza alcuna pretesa di esaustività, com’è noto, gli Stati Uniti sono segnati da profonde e taglienti disuguaglianze economiche, etniche e territoriali (in particolare, tra Stati costieri ed entroterra e, simmetricamente, tra centri urbani e periferie), problemi di razzismo mai sopiti, democrazia elitaria (per voler essere, accomodanti), svuotamento culturale ed esaltazione fanatica dell’autodifesa e delle armi da fuoco (che mettono in crisi il concetto stesso di Stato come monopolista della forza legittima).  

Alla luce di tutto ciò, l’assalto a Capitol Hill e al cuore democrazia a stelle strisce da parte dei “barbari” pro-Trump, segna un momento di epifania collettivo, non troppo dissimile per magnitudo al Sacco di Roma del 410 d.c. 

Una sorta di “momento Alarico” che mostra plasticamente tutta la fragilità dell’Impero  che non può più essere circoscritta alla fisiologica difficoltà nella gestione della periferia, ma al contrario mostra di sgretolarsi al centro, nella sua Capitale e nei suoi luoghi simbolo.  

È vero, al contrario, dell’Impero Romano d’Occidente, gli Stati Uniti sono ancora capaci di esprimere una forza militare senza uguali. Proprio per questo, va tenuta presente (e temuta) la possibilità che la reazione imperiale a quanto accaduto nella sua capitale sia muscolare e finalizzata a impartire una dimostrazione di potenza al di fuori dei propri confini. 

 Tuttavia, ogni impero si fonda, in una certa misura, su un insieme di credenze e rappresentazioni comunemente accettate che conferiscono alla potenza egemone quella (presunta) superiorità di modello da cui scaturisce l’indispensabile componente consensualistica in base alla quale i principi che orientano l’azione del “dominus” sono in qualche maniera percepiti come giusti (o inevitabili) per i sottoposti.  

Con l’assalto al Campidoglio e le becere razzie da “turisti della democrazia”  attuate dai novelli “barbari” (coacervo di razzisti, suprematisti vari, no Vax, Qanon, Terrapiattisti ecc.), si sgretola proprio questo insieme di credenze. 

Dal momento Alarico al definitivo collasso dell’Impero, passò qualche anno, ma in un certo senso, il destino era già manifesto. 

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