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Sociologia Politica

L’egemonia di Gramsci e i partiti senza popolo del tardo capitalismo

Saggio di Jacopo D’Alessio, socio ESC

La realtà oggettiva dell’essere sociale è la stessa nella sua immediatezza tanto per il proletariato quanto per la borghesia.

Gyorgy Luckàcs
Gyorgy Luckàcs

Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere). Dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente.

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

1. Introduzione. I Partiti popolari moderni fino alla Prima Repubblica e l’essere sociale

            Dopo la comparsa, negli anni ’30 del secolo XIX, di sparpagliate leghe operaie, il socialismo si diffonde attraverso movimenti sempre più radicati e, grazie anche ad una consistente letteratura, riesce a fissarsi inoltre a livello simbolico durante la Prima Internazionale del 1865. Da questo momento in poi, nei diversi paesi europei nacquero partiti fondati su principi di organizzazione collettiva, l’unica adeguata a rappresentare l’avvento della nuova società di massa agricolo-industriale. Difatti, alla domanda conclusiva che Gramsci si pone ne Il Risorgimento, riguardo il fallimento parziale di quella esperienza politica, il filosofo risponde offrendo al lettore una definizione sintetica ma già piuttosto esaustiva di partito popolare post-unitario:

La verità è che il programma di Pisacane era altrettanto indeterminato da quello di Mazzini. […] 1) perché programmi concreti in realtà non esistettero mai in quegli anni, ma appunto solo tendenze generali più o meno fluttuanti; 2) perché appunto in quel periodo non esistettero partiti selezionati e omogenei, ma solo bande zingaresche fluttuanti e incerte […] 3) che tale programma fosse condiviso dalle grandi masse popolari e le avesse educate a insorgere simultaneamente in tutto il paese (Gramsci 2000: 146-147)[i].

Dunque, attribuiamo al partito dei Gramsci, dei Togliatti, dei Nenni, e dei Basso, la funzione moderna di aver creato: 1) un progetto pragmatico che esisteva al di là dei singoli attori partecipanti (programmi concreti); 2) la scelta di persone di valore e una disciplina di vita che rendeva il partito unito nelle idee, sotto principi inoltre di umiltà e di uguaglianza (partiti selezionati e omogenei); 3) la missione di rendere quel progetto il fulcro di maggiore condivisone possibile con il popolo (condiviso dalle grandi masse popolari), soltanto ora più omogeneo rispetto al passato, e quindi potenzialmente soggetto di trasformazioni politiche-sociali radicali (educate a insorgere). Storicamente, quest’ultima funzione, che serviva per selezionare i militanti e perseguire obiettivi di consenso all’esterno del partito, prese il nome di egemonia.

A – Ricapitolando, se il soggetto politico rimaneva il centro dell’organizzazione e della prassi, quest’ultimo si trovava sempre ad operare contemporaneamente in un contesto oggettivo che lo trascendeva, attraverso: 1) un progetto super partes; 2) e dei blocchi sociali esterni; ovvero, nell’ambito di un essere sociale che lo ricomprendeva entro di sé.

Eppure, dalla fine della Prima Repubblica in poi non è stato più così. Se ad esempio il Partito Democratico ha rinnegato il suo legame con i lavoratori per intercettare solo il consenso degli istituti di credito e della grande distribuzione, entrambi distanti dai disagi delle classi subalterne, Forza Italia è stato invece il partito per eccellenza del man self made di impronta thatcheriana, incentrato unicamente sul personalismo del leader. In tutti e due i casi ci troviamo in presenza di partiti post-moderni, definiti così in quanto tale atteggiamento viene assunto da tutti quegli organismi chiusi che riproducono la loro soggettività identica a se stessa nell’intento di proiettare il proprio interesse di classe particolare sulla società presa nel suo insieme. Per questa ragione, si assiste da parte loro ad un crollo simbolico della realtà medesima che non riesce più ad essere riconosciuta e descritta come tale, per essere sostituita con un proprio surrogato fantasma, o allucinazione (Jameson 1989)[ii]. Va da sé che il ricorso frequente al governo tecnico e il pilota automatico di Bruxelles rappresentino la fase più avanzata dell’attuale metamorfosi dei partiti verso l’esclusione, sia pur ancora non scritta ma ormai codificata, delle masse popolari dalla costruzione dei progetti politici nell’ambito delle attuali post-democrazie europee e occidentali.

B – Di conseguenza, esattamente all’opposto dei partiti delle origini, quelli post-moderni hanno avuto progressivamente sempre meno bisogno di cercare una propria legittimazione: 1) tanto che fosse dovuta a progetti al di sopra degli interessi di gruppi sociali specifici e di leader individuali; 2) quanto quella di un impegno strategico per la costruzione di un autentico consenso di massa. In conclusione, tali partiti sono composti da nomenclature che si auto-riproducono per partenogenesi al di fuori di rapporti di forza reali.

Ora, però, l’analisi del presente articolo vuole indagare questo aspetto più nel profondo e quindi si applica anche alla galassia sovranista costituzionale e neo-socialista con particolare riguardo ai due partiti più noti dell’area: Ialexit con Paragone e Riconquistare l’Italia. Difatti, se il Partito Democratico, in virtù di una precedente eredità storico-egemonica ereditata dal PCI, oppure Forza Italia, grazie alla disponibilità di ingenti risorse finanziarie private, hanno scelto coscientemente di rinunciare a ricomprendere le contraddizioni esterne entro una traiettoria egemonica, perché appunto non ne traevano più alcun beneficio, esiste tuttavia anche un ampio spettro di partiti di estrazione popolare persuasi invece di essere sufficienti a se stessi. Tutto ciò in una paradossale prospettiva auto-referenziale (o allucinatoria) dove è venuta a mancare del tutto la mediazione fuori di sé. Dunque, obiettivo finale dell’articolo sarà di mettere in luce proprio l’assenza, da parte dei partiti costruiti dal basso, di una riflessione sulla posizione che hanno concretamente assunto nell’ambito dell’essere sociale.

2. La polemica sul Risorgimento

        La propaganda socialista italiana di fine 800 è fittissima e si dirama con una serie di manifesti e di riviste come la La plebe,del redattore Enrico Bignani, apparsa a Lodi nel 1862: ovvero, ben trent’anni prima che venisse fondato il Partito dei Lavoratori Italiano nel 1892 (Pisano 1985)[iii]. Secondo Turati, infatti, il soggetto politico non ha ragion d’essere se non si rivolge, guida, e contribuisce a costruire un proprio interlocutore specifico, storico sociale, che sarà individuato in quell’epoca nel proletariato dei grandi agglomerati urbani del triangolo industriale di Milano, Genova, e Torino. Ma il partito non si limitava a parlare semplicemente ai lavoratori. Li andava a cercare; li incontrava direttamente nelle officine; li persuadeva; sentiva il dovere di conquistarli. Così che tale processo di incontro tra avanguardia proletaria e piccolo borghese, con il popolo, raggiunge il suo punto più alto circa sessant’anni dopo, durante il famoso Biennio rosso, che consisterà nell’occupazione delle fabbriche di Torino tra il 1921 e il 1922.

Guardando a ritroso, è proprio la mancanza di tale convergenza con le masse a diventare l’oggetto   polemico di Antonio Gramsci (2000)[iv] nei confronti dei leader del Risorgimento, autori più che altro di una ‘conquista regia’ da parte dei Savoia e perciò di una ‘mancata rivoluzione popolare’ come l’aveva descritta il Cuoco. Gramsci, d’altronde, aveva avuto davanti a sé almeno due casi esemplari, praticamente identici, che dimostravano la validità della sua tesi. Da una parte, l’impresa storica di Robespierre, quando i giacobini nel 1789 erano riusciti a conquistare Parigi, nella misura in cui compresero di poter raggiungere tale obiettivo solo incrociando il consenso degli abitanti della capitale con quello delle masse rurali provenienti dal resto del paese (Gramsci 2000)[v]. Dall’altra, c’era stato il recente modello della Rivoluzione d’Ottobre, nella quale Lenin (2017)[vi], per sconfiggere i Menscevichi, aveva intuito che il partito comunista avrebbe dovuto cucire insieme gli interessi degli operai delle grandi città occidentali, come Mosca e Pietroburgo, con quelli dei contadini che vivevano in Siberia, nella parte  più orientale della Russia.

Lenin (pseudonimo di Vladimir Il’ič Ul’janov)

Tuttavia, tale presa di distanza dall’élite liberale non discendeva solo da un’analisi storica, come soleva fare il Croce, quanto piuttosto teorica. Sostiene a ragione Costanzo Preve (2012)[vii] che Croce e Gentile condividevano con Gramsci la corrente neo-idealista ma, rispetto agli altri due filosofi, quest’ultimo l’aveva declinata per mezzo del materialismo storico, dando luogoinfinead una propria impostazione originale del marxismo. Non si trattava infatti di pensare nemmeno ad un soggetto ideale come quello gentiliano nella sua accezione pura. Diversamente, per Gramsci, l’idea di soggetto hegeliano diventava immanente, e perciò si calava all’interno dei rapporti sociali fra gli uomini: quindi nella storia. Dunque, mentre per Gramsci il soggetto politico, nonostante partisse da una condizione scissa rispetto alla totalità popolare, l’avrebbe dovuta ricomprendere con il fine di trasformare se stesso, insieme a quella, nella nazione italiana, la classe liberale, al contrario, era stata solamente capace di contemplarla dall’esterno, identificando l’essere sociale nella mera cosa in sé (cioè che ha solo senso in se stessa) kantiana: un oggetto incomprensibile all’intelletto e perciò estraneo anche alla propria influenza d’azione (Gramsci 2000)[viii]. Per dirla con la Fenomenologia dello Spirito, gli eroi della Destra Storica erano stati portatori di una ‘coscienza infelice’ che rimandava ad una visione della realtà solo parzialmente corretta in quanto viziata dal proprio punto vista. Prendiamo l’esempio del Moderato Crispi, l’avvocato siciliano che sarà giacobino soltanto nella sua volontà determinata di fare unita l’Italia. Mentre rimarrà totalmente incapace di negare la soggettività piccolo borghese che lo connotava, tanto da realizzare al governo un’alleanza con i latifondisti del Mezzogiorno a scapito dei contadini, pur di non mettere a repentaglio la conquista piemontese (Gramsci 2000)[ix].

Allora, per quale motivo i Moderati non furono in grado di uscire dalla loro egoità?

Perché la classe dirigente del Risorgimento si percepiva come un soggetto politico artefice del proprio destino, specchio di quelle costituzioni liberali che, dalla Rivoluzione Francese fino al ’48, erano state gradualmente imposte ai sovrani di mezza Europa mediante la loro promozione in parlamento. Fu grazie alla conquista del potere attraverso i moti di inizio secolo, e nonostante la Restaurazione del Congresso di Vienna, che la grande borghesia italiana del 1860 era stata in grado di fondare una propria etica soggettiva. Ed è solo verso quest’ultima che i liberali (anche piccolo-boerghesi) rispondevano nel realizzare i propri interessi di classe, rispetto ai quali venivano ancora esclusi il suffragio universale, i diritti del lavoro, e i partiti: istanze popolari che non riuscivano a trovare una loro collocazione in quella Weltanschauung (Hobsbawn 2016)[x]. Di conseguenza, come dicevamo, lo sbaglio dei liberali fu quello di proiettare le leggi di un Io legislatore parcellizzato sull’interesse complessivo dell’intera nazione. Ovvero, si trattava di un’idea particolare che, in maniera contraddittoria, avrebbe voluto raggiungere ingiustamente il piano universale.

D’altronde, neanche il Partito d’azione riuscì a dare luogo ad una rivoluzione popolare. Se si faceva eccezione per una certa parte più autenticamente progressista, come Garibaldi e il Pisacane, nemmeno proletariato e piccola borghesia erano stati in grado di raggiungere da soli (in modo automatico e deterministico) la consapevolezza della propria condizione alienata, così da superarla per ricomprendere in sé le leggi che informavano i rapporti di forza fuori di loro.

Perché il Partito d’Azione fosse diventato una forza autonoma e, in ultima analisi, fosse riuscito ad imprimere al moto del Risorgimento un carattere più marcatamente popolare e democratico avrebbe dovuto contrapporre all’attività empirica dei Moderati un programma organico di governo che riflettesse le rivendicazioni essenziali delle masse popolari, in primo luogo dei contadini. […]. (Gramsci 2000: 89)[xi].

Francesco Crispi

3. Il concetto di egemonia in Gramsci

          Quindi, per fare luce a pieno su tale fallacia, ci deve venire in aiuto anche un secondo scritto di Gramsci, Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. Il fallimento era sopraggiunto perché l’auto-coscienza dell’Io, estranea ai liberali, era stata possibile solo attraverso l’elaborazione collettiva prodotta dall’ingresso nella storia del partito popolare post-unitario. Non prima di allora. Gramsci infatti aveva imparato da Hegel il processo di costruzione della soggettività moderna, per cui non si poteva avere una classe dirigente cosciente della sua ideologica unilateralità mediante la mera conferma di un’identità cristallizzata, quanto piuttosto grazie alla negazione di quella solitudine egoica (Gramsci 2000: 118-119)[xii]. Soltanto negando se stesso, infatti, il soggetto politico poteva rendersi conto di non essere affatto dissimile dalla cosa in sé, percepita, nell’immediatezza, esterna e posta lontana nel mondo fenomenico. Mentre il processo di sviluppo del partito, che ambiva a diventare egemone, doveva includerla ora al proprio interno come parte necessaria del suo progetto per trasformarla. In altre parole, allo stesso modo di Lenin, anche la rivoluzione dei socialisti italiani avrebbe avuto l’obiettivo di convogliare entro la propria guida gli interessi degli operai del nord Italia con quelli dei contadini meridionali, prigionieri del latifondo. Soltanto per mezzo di questo ampio consenso esterno al partito, i socialisti avrebbero potuto conquistare in seguito anche il potere legale nelle istituzioni attraverso il partito medesimo, e non il contrario:

Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere). Dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente. […] Dalla politica dei Moderati appare chiaro che ci può e ci deve essere una attività egemonica anche prima dell’andata al potere e che non bisogna contare solo sulla forza materiale che il potere dà per esercitare una direzione ufficiale (Gramsci 2000: 87)[xiii].

In altre parole, non avrebbe avuto senso entrare nelle stanze del governo in assenza dell’appoggio  dei lavoratori, pena la realizzazione di un progetto politico condotto avanti da un volgare e astratto dover essere, lontano perciò da rapporti di forza sostanziali, con un partito che sarebbe rimasto chiuso in una mera logica formale. Di conseguenza, possiamo sostenere che i partiti popolari dei Turati e dei Gramsci respingevano pienamente quella rigida soggettività, padrona in casa propria del cogito ergo sum, che si poneva come non contraddittoria ma identica a se stessa. Semmai, era intervenuto un principio di castrazione paterna, da parte di quella stessa classe dirigente illuminata, che fu in grado di interrompere il corto-circuito autoerogeno dell’Io borghese per diventare a tutti gli effetti il soggetto aperto e inclusivo nazional-popolare del moderno partito di massa.

Difatti, potremmo porci la seguente domanda. Come doveva apparire all’avvocato Turati, che non era di certo un proletario, quella vasta massa di operai analfabeti che non erano in grado di accogliere i complessi messaggi del marxismo, se non alla stregua di un non-Io fichtiano, radicalmente dicotomico rispetto al soggetto politico?

Eppure, all’opposto di Crispi, il primo leader del PSI, proprio per riuscire a raccogliere il consenso di quella moltitudine, nel 1896 aveva bandito un concorso a conclusione del quale si sarebbero potuti premiare i migliori opuscoli per ladiffusione delle idee socialiste (Pisano 1985)[xiv]. Dopo quattro anni dalla sua fondazione, la propaganda fu ritenuta strategica nell’organizzazione di partito. E, pertanto,si dovevano scovare anche i conferenzieri più abili che fossero riusciti a coniugare insieme una comunicazione adatta alle classi incolte, insieme a dei contenuti altrettanto significativi. Viceversa, per la classe dirigente del Risorgimento, il popolo rappresentò sempre quell’incomprensibile non-Io (o cosa in sé kantiana), che in un primo momento era rimasto estraneo alla Costituzione dello Statuto Albertino, ma che invece avrebbe fatto il suo ingresso nella Storia, dapprima, durante il Biennio rosso, e successivamente con la Resistenza, quando la sovranità popolare fu collocata all’interno del primo articolo della Costituzione del ’48.

4. Il post-moderno della Seconda Repubblica e la sua scissione dall’essere sociale

            Il postmoderno invece è l’ideologia del tardo capitalismo che, dopo il crollo delle grandi narrazioni, inclusa quella socialista, è riuscito in circa quarant’anni a spoliticizzare del tutto le masse popolari, riportandole indietro nel tempo fino all’Ottocento. Quest’ultime sono attualmente persuase infatti di costituire monadi isolate e indipendenti, mettendosi a vaneggiare il mito, solo in apparenza sepolto, del Robinson Crusoe, e hanno sostituito gli ideali dei precedenti ismi con l’unica finalità consumistica del mercato (Jameson 1989)[xv]. Il punto da considerare qui però è che anche il partito popolare, nonostante la buona fede, è composto oggi, come del resto accadeva in passato, dello stesso tessuto sociale spoliticizzato che ha finito per introiettare le logiche del grande capitale. Questo perché, come si è visto, soggetto politico e cosa in sé non sono affatto distinti l’uno dall’altro all’interno dell’essere sociale, anche se il primo, nella sua immediatezza, si illude di esserlo.  

La realtà oggettiva dell’essere sociale è la stessa nella sua immediatezza tanto per il proletariato quanto per la borghesia. Ma ciò non toglie che, a causa della diversa posizione che queste due classi occupano nello stesso processo economico, siano fondamentalmente diverse le categorie specifiche della mediazione attraverso le quali esse portano alla coscienza questa immediatezza (Luckàcs 1991: 198)[xvi].

Se pensiamo ad esempio alla sinistra post ’89 come Lotta comunista, che si è rinchiusa in una dimensione d’avanguardia iper-intellettualistica e incomunicabile verso l’esterno, oppure ai CARC (Comitati di Appoggio alla Resistenza del Comunismo), eterodiretti da un partito clandestino (Nuovo PC) che si eclissa di proposito dalla sfera pubblica per nascondere il suo progetto, ci rendiamo conto dello stato di dissociazione mentale anche del partito socialista post-moderno. Non fa eccezione una certa gamma di partiti al centro, come recentemente avvenuto con La mossa del cavallo del magistrato Antonio Ingroia, insieme alla collaborazione dell’ormai defunto Giulietto Chiesa. Questi ultimi, colpiti dall’ossessione del mero appuntamento elettorale, per ben due volte si sono persuasi invano di farsi conoscere alla popolazione soltanto durante l’intervallo lampo della par-condicio, facendo a meno di un percorso egemonico tradizionale di lunga durata.

C’è molto da riflettere nei confronti di questa totale indifferenza rispetto alle masse, escluse del tutto dalla prassi di partiti che, almeno sulla carta, si definiscono popolari. Si potrebbe sostenere infatti che il soggetto politico moderno fosse nevrotico nel senso riportato più sopra. Ovvero, che avesse dovuto rinunciare ad una forma di piacere narcisistico a causa di una rigorosa disciplina di partito, così come adeguarsi ad un ideale politico più importante rispetto all’opinione del singolo. In questo modo, infatti, chiunque fosse entrato a far parte dell’organizzazione politica doveva rinunciare a qualcosa della propria individualità per un bene più elevato. Ma fu proprio in virtù di tale castrazione simbolica, per mezzo della quale il militante negava al contempo, marxianamente, la propria condizione alienata, che il progetto socialista potè essere diffuso al di fuori del partito. Fu in questo modo che i socialisti delle origini, fino a Berlinguer, continuarono ad incontrare il desiderio di vasti blocchi sociali, sebbene molti di loro inizialmente fossero stati ancora incapaci di accogliere il loro progetto. Pertanto,secondo Gramsci, il compito della futura classe dirigente consisteva anche nell’educare la popolazione per elevarla ad un livello di consapevolezza politica che in partenza non possedeva:

(Questo è il) Merito di una classe colta, perché sua funzione storica è quella di dirigere le masse popolari e svilupparne gli elementi progressivi. Se la classe colta (tuttavia) non è stata capace di adempiere alla sua formazione, non deve parlarsi di merito ma di demerito, cioè di immaturità e di debolezza (Gramsci 2000: 117)[xvii].

Completamente agli antipodi si presenta invece il soggetto politico post-moderno che, tanto nella forma istituzionalizzata del Partito Democratico e di Forza Italia, quanto in quella dei partiti costruiti dal basso, come Lotta Comunista, non ha alcuna intenzione di abbandonare il proprio Ego particolare di cui, anzi, esalta puntualmente la condizione di libera e isolata identità perfettamente conforme a se stessa. E questo accade perché la sua difficoltà non consiste, appunto, nell’accedere al desiderio dell’Altro fuori di sé. Il soggetto politico post-moderno non sente più la preoccupazione, come accadde a Gramsci, di riesumare nevroticamente il rimosso censurato dal Partito d’Azione, che era venuto meno al compito di incontrare le rivendicazioni dei contadini siciliani. Sono questioni che non vengono più annoverate nelle strategie di questi partiti. Si tratta adesso piuttosto del problema dello psicotico che, prima di ogni cosa, ha rimosso l’esistenza del popolo vero e proprio, in quanto oramai riesce soltanto a vedere se stesso. Pertanto, non percepisce più il bisogno di instaurarvi una dialettica di alcun tipo nella misura in cui non traduce affatto tale perdita in un lutto. Detto in estrema sintesi, il soggetto post-moderno, al contrario dei Turati e dei Gramsci, si è convinto, nel suo delirio allucinatorio, di poter diventare egemone pur essendo privo di consenso, in assenza di qualsiasi mediazione con l’essere sociale.

5. Due forme di rimozione dell’essere sociale nella galassia sovranista-costituzionale

            Non è un caso infatti come, diversamente dalle tesi weberiane del soggetto ascetico protestante, Lacan nel 1972 sostenesse invece che il capitalista cercasse di perseguire solo ed esclusivamente il fine del piacere assoluto, libero cioè da qualsiasi vincolo sublimatorio proveniente da ideali religiosi (e comunque universali), o da legami con altri attori sociali, entrambi posti al di fuori della propria etica di classe (Recalcati 2010)[xviii]. Così, in tempi non sospetti, Lacan, ne Il discorso del capitalista, sembra aver anticipato davvero anche la parabola dei partiti post-moderni tramite due dinamiche apparentemente opposte ma che in realtà convergono sullo stesso punto:

a) quella dell’emancipazione di un Es liquido,libero dalle mediazioni dell’essere sociale, che produce così un’espansione smisurata del soggetto in assenza di limiti esterni ideali, dove i legami con gli altri si riducono per questo motivo solo ad una proiezione feticistica di se stesso su quelli, tanto da fagocitarli;

b) oppure quella simmetrica e speculare di un Super-Ego solido, liberato anch’esso dall’essere sociale, che tuttavia stavolta si ritira radicalmente entro un’identificazione ideale del soggetto, recidendo gli agganci esterni con la prassi, dove pertanto i legami con gli altri si riducono in realtà ad una mera esibizione feticistica di se stesso al di fuori di essi, tanto da rimuoverli.

Jacques Lacan

Veniamo quindi adesso a considerare da vicino due esempi di area sovranista-costituzionale e neo-socialista che riproducono nella sostanza questi ritratti gemelli.

a) Partiti post-moderni privi di un ideale fuori di sé

            La prima impostazione corrisponde a quella del partito liquido che ha accentuato la componente kantiana del soggetto demiurgo. Per cui, una volta divenuto libero di fondare la propria legge, l’Io continua invece ad essere represso proprio in virtù del suo obbligo di godere contro ogni forma di legame e di disciplina esterna verso se stesso (Devo godere!). Fu Theodor Adorno (2000)[xix], per primo, a dimostrare che la conseguenza più evidente della Libertà dell’Es privo di mediazioni avesse generato l’opera letteraria del marchese De Sade, dove i suoi personaggi si macchiano di ogni genere di efferatezza sulla base di un proprio auto-governo che non doveva più tenere conto di nessun limite tranne quelli stabiliti razionalmente da loro medesimi. Così Juliette è la protagonista dell’omonimo romanzo che, seguendo fino in fondo questa logica interna priva di un ideale fuori di sé, porta a compimento, uno ad uno, tutti i vizi di cui sarà capace. Ma, esattamente per questo, rimarrà infine prigioniera all’interno di un eterno ritorno da lei non scelto. Sarà difatti il mercato ad imporle le sue regole, così che la donna rimbalzerà dalla casa di un protettore all’altro e, pur vivendo nello sfarzo, resterà sempre priva dell’opportunità di realizzare uno scopo eccetto quello di rimanere la cortigiana al servizio degli altri.  

Rientrano in questo tipo di clinica le patologie, tanto del tossico, quanto dell’alcolizzato, i cui rispettivi malati tendono a ripetere gli stessi atti nell’ambito di un circolo vizioso, spinti da un impulso irrefrenabile di piacere perverso nei confronti di una fedeltà ossessiva verso la libertà assoluta (Recalcati 2010)[xx]. Tossici e alcolizzati, privi di un vincolo che possa imporsi dall’esterno per interrompere il loro eccesso, si illudono infatti ogni volta di appagare il loro istinto insaziabile finendo invece per diventare succubi di quello stimolo. Oppure, ci rientra il caso del bulimico che distrugge il proprio corpo, mentre lo sottrae a qualsiasi costrizione, nell’idea angusta per cui il cibo sia in grado di offrirgli l’unica sensazione di piacere possibile. Si comportano allo stesso modo le masse spoliticizzate del XXI secolo, che hanno tramutato la loro condizione di lavoratori in quella di consumatori, quando antepongono la necessità di usufruire a tutti i costi di una merce, offerta loro dal mercato, a quella di lottare per esigere un diritto. Così come avviene nella metamorfosi dei cittadini in tifosi, quando si illudono di ottenere un cambiamento della politica lasciando però che siano sempre gli altri ad occuparsene al posto loro. È in questo modo che il potere nutre la folla mentre le dà in pasto uno scandalo sul quale lamentarsi piuttosto che domandarle un impegno attivo per la costruzione del progetto.

La politica in questo caso ambisce a spettacolarizzare se stessa e, piuttosto di realizzare un autentico incontro con le masse, le manipola mediante un discorso che sia il più traumatico e scioccante possibile alla stregua di un intrattenimento puro. Ebbene, gli attori di una tale comunicazione consumistica possono essere soltanto dei soggetti narcisisti che, invece di ascoltare l’alterità dei lavoratori, vi impongono il proprio discorso. È questa in fondo la parabola del passaggio, da una strategia di partito incentrata sulla corretta diffusione del progetto politico attraverso la consueta propaganda, a quella delle mere apparenze dettate dal marketing, che ha avuto come suo capo scuola il produttore televisivo Silvio Berlusconi, seguito dai proseliti come Grillo, Renzi e Salvini. In questo caso il leader politico, sebbene venga colto in un continuo sproloquio con il popolo, non lo fa mai per proporgli l’ideale fuori di sé ma soltanto l’immagine cosmetica di una merce priva di contenuto.

Appartiene sicuramente a questa scuola la figura del giornalista Gianluigi Paragone che, nell’attività quotidiana di sostituire lo spettacolo alla politica, finisce così per rimuovere il progetto del partito stesso. Difatti, la nomenclatura di Italexit stenta a penetrare i territori a causa della mancanza di un’organizzazione che rimane sempre disgregata sotto il peso del famoso showman, concentrato più che altro sulle sue performance piuttosto che sulla costruzione di una classe dirigente. Per cui, se da una parte, il popolo si avvicina ad Italexit proprio in quanto quest’ultimo riesce a godere della luce riflessa del leader, dall’altra, non lo fa rispetto ad un’ideale condiviso che prescinde dalla sua persona, quanto piuttosto a causa del tifo che viene rivolto verso la figura accattivante del personaggio televisivo. Di conseguenza, gli scandali giornalistici di Paragone diventano simili ad una droga come avveniva per il tossico, oppure al cibo per il bulimico, e riescono a placare la fame dei fan soltanto fino al prossimo scandalo mediatico, ma sempre a fronte della vuotezza del programma politico. Pertanto, il soggetto narcisista, slegato dall’ideale, si ingrandisce ma, proprio in conseguenza di ciò, le folle finiscono per seguire soltanto il leader, proprietario del partito, piuttosto che riconoscersi in uno scopo collettivo e perseguirlo.

b) Partiti post-moderni privi di un consenso fuori di sé

            La seconda impostazione invece, che si presenta apparentemente opposta a quella precedente, ma in realtà del tutto speculare, nasce a causa dell’identificazione solida del soggetto politico con il proprio dover essere ideale. Per cui l’Io stavolta si reprime a causa del suo obbligo di godere la tenace volontà di identificarsi con l’imperativo categorico (Devo ubbidire!). In questo caso, ci serviamo di Herbert Marcuse (2000)[xxi] per spiegare come l’evoluzione più naturale della Legge kantiana precipiti inevitabilmente nella categoria del Super-Ego separato dall’essere sociale. Secondo l’autore, l’utopia di un’emancipazione dal perbenismo vuoto che caratterizzava la Vienna di fine Ottocento, dove i desideri venivano risarciti parzialmente con le nevrosi, non si era affatto risolta in seguito alla rivoluzione dei costumi avutasi durante il boom economico. Si trattava anzi di un’illusione. Il desiderio, apparentemente liberato grazie alla concessione del consumo, era stato assorbito invece dall’industria del divertimento che, con regole codificate e strumentali, continuava viceversa a disciplinarlo. Diversamente da Freud, quindi, per Marcuse il capitalismo avanzato non aveva avuto più bisogno di pretendere dal soggetto una prestazione efficiente che gli veniva imposta tramite l’imperativo di una morale esterna. In maniera rovesciata e paradossale, ora la coercizione del mercato era stata introiettata direttamente dal soggetto che ne domandava il godimento mediante un comandamento etico proveniente da sé medesimo.

Quello che Marcuse però non fece in tempo a vedere è come l’evoluzione di tale fenomeno potesse degenerare successivamente in patologie nuove, tipiche dell’intrattenimento alienato iper-moderno, una volta giunti alle soglie del tardo capitalismo (Recalcati 2010)[xxii]. Rientra ad esempio in questa casistica il consumo digitale, secondo cui, di contro al rituale collettivo di una visione cinematografica, il soggetto libero preferisce tuttavia isolarsi per acquistare prodotti su Amazon e Netflix nell’ubbidienza ossessiva alla propria legge individuale. Oppure, quella del palestrato mentre compiace se stesso con la ferrea disciplina masochistica necessaria per creare un fisico scolpito che assolva ai suoi fini esibizionistici, utilizzando gli altri alla stregua di spettatori passivi utili soltanto ad ammirarlo. Viene poi, ancora, il caso speculare dell’anoressica che castra se stessa in modo altrettanto rigido ma, nel disperato tentativo di privarsi dei piaceri del corpo, non fa altro che ostentare con godimento la sua immagine sfigurata davanti agli occhi di un genitore assente e inaffettivo. Sono tutte figure sorelle della prassi solipsistica di un militante di partito che si limita alla cura autoerogena dei social, oppure a quella della conferenza, chiudendosi così ad ogni legame con il mondo del lavoro. 

Riconquistare l’Italia è il partito sovranista dal basso che appartiene a questa seconda categoria. Controparte di questo atteggiamento, simile a quello del consumatore digitale post-moderno, è difatti la strategia di una candidatura d’ufficio in vista del mero appuntamento elettorale, organizzato con lo scopo di esibire il soggetto politico come fa il negoziante per mezzo della merce pre-confezionata di cui dispone in vetrina. Durante il brevissimo lasso temporale ‘usa e getta’ della par-condicio, ci si illude di instaurare infatti un legame con la popolazione, che viene ridotta alla stregua di clienti, percepiti come meri spettatori-consumatori, cui è stato precluso il dialogo durante le altre fasi di vita dell’organizzazione. Così, l’auto-promozione alienata del soggetto politico, realizzata in assenza di qualsiasi forma di ascolto, oppure di una diffusione del progetto, verso i lavoratori, corrisponde, in ultima analisi, ad una forma identica, soltanto rovesciata, dell’iper-narcisismo di Paragone, che escludeva anch’esso la prassi egemonica come era stata tradizionalmente intesa.

Da notare come la ‘disciplina di partito’, osannata dal presidente Stefano D’Andrea (Appello al Popolo 2021)[xxiii], faccia parte di un’autentica prerogativa iscritta nella letteratura socialista. Solo che, rispetto al passato, viene adesso distorta in modo perverso. Ovvero, la costruzione del nell’ambito dell’organismo collettivonon serve più, come accadeva in Gramsci, a negare contemporaneamente l’egoità alienata del corpo militante affinché potesse evaderla per condividere il progetto politico all’esterno, grazie allo sforzo organizzativo del partito. Ma viene sigillata ora entro un’iper-identificazione ideale, realizzata mediante l’addestrato cinismo di una monade, avvitata su se stessa, nel godimento narcisistico di essere partito. Dunque, diversamente dall’Es liquido che informa Italexit con Paragone, che tramite il marketing celebra la figura del leader a discapito dell’ideale, stavolta è il Super-Ego solido dell’ideale che celebra il partito tramite il marketing a discapito dei legami con l’essere sociale. Proprio il popolo, del quale, ironia della sorte, il partito vorrebbe fare le veci, finisce difatti per essere considerato sempre nella sua condizione irriconoscibile e reificata,avulsa cioè da ogni forma di mediazione: ora come inutile e depresso consumatore, quindi incompatibile con il progetto; ora come utile spettatore che tuttavia, durante la campagna elettorale, dovrà assistere passivamente al progetto.

6. Conclusione. Il ritorno del rimosso contro le forme di rimozione del consumo

            Nell’epoca post-moderna, lo strapotere del soggetto, che si esprime nella disperata affermazione narcisistica di molteplici Io alienati, conduce verso quello che Freud aveva definito pulsione di morte (Toderstrieb) (Freud 2006)[xxiv]. Si tratta di una spinta auto-distruttiva che, se adeguata al nostro discorso, mostra di sabotare i vari tentativi di costruzione del partito moderno nazional-popolare a causa della riproduzione inconscia delle logiche di consumo come viene determinato dalle attuali leggi di mercato. Purtroppo, la castrazione simbolica, che aveva caratterizzato da sempre l’organizzazione politica otto-novecentesca è stata rimossa, dando luogo: o ad un eccesso di forme irrazionali populiste che si lanciano per mezzo di proiezioni feticistiche di sé verso l’esterno; oppure ad un eccesso di forme intellettualistiche che congelano l’azione entro un sé feticista a dispetto dell’esterno. La chiave per uscire da questa impasse non bisogna inventarsela ma si trova ovviamente nel vecchio concetto di egemonia così come emerge dai socialisti delle origini fino alla Prima Repubblica. Questi ultimi si servirono della filosofia della prassi per contrastare faticosamente gli ostacoli che impedivano la lotta e la diffusione delle loro idee grazie ad un saldo legame con l’essere sociale, e non certamente, come accade nella nostra epoca, tramite un’estetica nichilista che ne celebra la rimozione privata del lutto.

Proprio questo si evince, ad esempio, in un recente articolo di Simone Garilli (2021)[xxv], dal quale emerge la precisa volontà di mettere in mostra la purezza del partito rispetto alle contraddizioni reali dalle quali si percepisce la missione epocale di rimanerne scrupolosamente a distanza. Difatti, il discorso del capitalista non si limita a distruggere i legami sociali al suo esterno ma inghiotte anche la Storia, distorcendone la parabola, al proprio interno. E difatti l’immagine di una volontà soggettiva, che si proietta arbitrariamente sulla condizione dei nostri patrioti nel passato, durante il Ventennio, finisce per decontestualizzare quel periodo dalla cornice storica del socialismo nel suo insieme (Colorni 1962)[xxvi]. Non sembra chiaro infatti che la rivoluzione del 1943 sarebbe stata impensabile se non ci fosse stato quell’enorme sforzo di costruzione egemonica accumulato nei sessant’anni precedenti, ma di cui oggi, dopo quarant’anni di dominio liberale, non si può più disporre.

Fu infatti il risultato di quell’esperienza, culminata tra il Biennio rosso del 21-22 e l’ingresso al governo con il PSU (Partito Socialista Unitario) di Matteotti nel 1924, che potè essere tesaurizzata dai socialisti anche durante il periodo di clandestinità. E’ proprio perché i partiti popolari clandestini erano riusciti a capitalizzare quell’egemonia sulle masse che poterono mantenere anche in seguito dei legami così forti verso di esse, tanto da poterne diventare infine la guida durante la guerra civile (Togliatti 1962)[xxvii]. La Resistenza non fu infatti il risultato di quadri di partito rimasti isolati ma la conclusione del processo risorgimentale attraverso il quale si realizzò quell’incontro tanto agognato tra partiti socialisti e popolo che i partiti post-moderni non sono in grado di comprendere.


[i]             . Gramsci A. Il Risorgimento, in I quaderni dal carcere,  Roma: Editori Riuniti, 2000, cit. pg.146-147.

[ii]           . Jameson F. Il postmoderno o la logica del tardo capitalismo. Milano: Garzanti; 1989.

[iii]          . Pisano R. Il paradiso socialista. La propaganda socialista in Italia alla fine dell’Ottocento. Milano: Franco Angeli; 1985.

[iv]          . Gramsci A. Il Risorgimento.

[v]            . Ibid.

[vi]  Lenin, (a cura di) Giacché V., Economia della rivoluzione. Il Saggiatore: Milano; 2017.

[vii]         . Preve C., Antonio Gramsci e la filosofia della prassi. Torino: https://www.youtube.com/results?search_query=costanzo+preve+su+gramsci, in Youtube: 07.12.2012

[viii]         . Letteralmente, Gramsci interpreta la cosa in sé come un fenomeno concreto scientifico: “Pare difficile escludere che la ‘cosa in sé’ sia una derivazione esterna del così detto realismo greco-cristiano e ciò si vede anche dal fatto che tutta la tendenza del materialismo volgare e del positivismo ha dato luogo alla scuola neo-kantiana e neo-critica […] ”, tanto che, continua Gramsci, la cosa in sé potrebbe essere disvelata in futuro con adeguate conoscenze scientifiche. cit. pg. 49 e vedere pg. 50. Tuttavia, come appunto sostengono Preve, insieme ad altri critici, la sua visione della storia sociale corrisponde chiaramente a quella neo-idealista, esattamente come si ritrova ad esempio in Storia e coscienza di classe di Luckàcs. Per cui Gramsci scrive spesso passi come il seguente, dove l’idea della ‘storia dei rapporti di produzione e di classe’ sono come li intendeva, appunto, anche il filosofo ungherese: “Oggettivo significa sempre ‘umanamente oggettivo’. Ciò che può corrispondere esattamente a storicamente oggettivo, cioè oggettivo significherebbe ‘universale oggettivo’. L’uomo conosce oggettivamente in quanto la conoscenza è reale per tutto il genere umano storicamente unificato in un sistema culturale unitario […]. Noi conosciamo la realtà solo in rapporto all’uomoe siccome l’uomo è divenire storico anche la conoscenza e la realtà sono un divenire, anche l’oggettività è un divenire, ecc.”, in Gramsci A., Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, in I quaderni dal carcere. Roma: Editori Riuniti; 2000, cit. pg. 181-182 (grassetto mio).

[ix]  . Gramsci A., Il Risorgimento.

[x]            Hobsbwam E., Le rivoluzioni borghesi (1789-1848). Res Gestae: Milano; 2016.

[xi]           . Gramsci A., Il Risorgimento., cit. 89.

[xii]         . “Hegel rappresenta, nella storia del pensiero filosofico, una parte a sé, poiché, nel suo sistema […] si riesce a comprendere la realtà […], pertanto, la filosofia della prassi è una riforma e uno sviluppo dello hegelismo, (che) è una filosofia liberata […] da ogni elemento ideologico unilaterale e fanatico, è la coscienza piena delle contraddizioni, in cui lo stesso filosofo, inteso individualmente, o inteso come intero gruppo sociale, non solo comprende le contraddizioni ma pone se stesso come elemento della contraddizione, eleva questo elemento a principio di conoscenza e quindi di azione. L’uomo in generale, comunque si presenti, viene negato, e tutti i concetti dogmaticamente unitari vengono dileggiati e distrutti in quanto espressione del concetto di uomo in generale o di natura umana immanente in ogni uomo”, in Gramsci A., Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. Cit. pg. 118-119 (grassetto mio).

[xiii]         . Id., Il Risorgimento., cit. 87.

[xiv] . Pisano R., Il paradiso socialista. La propaganda socialista in Italia alla fine dell’Ottocento.

[xv]         . Jameson F., Il postmoderno o la logica del tardo capitalismo.

[xvi]        LuckàcsG., Storia e coscienza di classe. Milano: Sugarco Edizioni; 1991, cit. pg. 198.

[xvii]        . Gramsci A., Il Risorgimento., cit.pg. 117.

[xviii]       . Il discorso del capitalista, in Recalcati M., L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica. Milano:Raffello Cortina Editore; 2010.

[xix] . Excursus II. Juliette, o illuminismo e morale, in Adorno T., Dialettica dell’Illuminismo. Roma: Biblioteca Einaudi; 2000.

[xx]  Recalcati M., L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica.

[xxi]        . La conquista della coscienza infelice: la desublimazione-repressiva, in Marcuse. H., L’uomo a una dimensione. Roma:BibliotecaEinaudi; 2000. Non è Marcuse ad utilizzare direttamente il paragone con Kant ma Freud che nei suoi scritti paragona super ego e imperativo categorico. Su questo filone, da leggere ad esempio il testo di Zupancic A., (a cura di) L.F. Clemente, Etica del reale, Kant, Lacan. Napoli: Othodes; 2012.

[xxii]        Recalcati M., L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica.

[xxiii]     . ”Il partito non è il luogo dove il singolo esprime la sua personalità, il partito è un luogo di crescita, nel quale si imparano contenuti, regole, ratio di regole, disciplina, fermezza, tenacia, si apprendono esperienze. Poi, al momento dei congressi, nelle forme dello statuto si dà un contributo volto a allargare la base programmatica o a modificare lo statuto o ad assumere una delibera strategica”, inAppello al Popolo, 16.04.2021, https://riconquistarelitalia.it/riconquistare-litalia-il-partito/.

[xxiv]      . Freud S., Al di là del principio del piacere. Torino: Bollati Boringhieri; 2006.

[xxv]        . Garilli S., Candidarci alle elezioni del 2023. Ad ogni epoca la sua rivoluzione, in Appello al popolo, 16.06.2021, https://appelloalpopolo.it/?p=65298.

[xxvi]       . La questione risulta imprecisa sul piano della ricostruzione filologica. Nel senso che i quadri di partito non si persero d’animo e cercarono egualmente di fare propaganda anche in modo clandestino con il mondo del sindacato, il volantinaggio presso i luoghi di lavoro, le riviste censurate che continuavano ad essere distribuite, ecc., anche prima del ’43. Per questo, vedi ad esempio: Colorni E., Intorno al manifesto del PcdI. La lotta all’interno del fascismo, in Merli S., Fronte antifascista e politica di classe. Socialisti e comunisti in Italia (1923-1939). Bari: De Donato editore; 1962. Ma il testo si cita qui più per spiegare la diversa attitudine di quel tipo di militanza rispetto a quella indifferente odierna, piuttosto che per l’effettiva efficacia di un disperato tentativo di proseguire la propaganda in un contesto che ovviamente lo impediva. Tuttavia, c’è un punto differente anche di tipo pragmatico. E cioè che, rispetto ad oggi, le manifestazioni spontanee dei partigiani e degli scioperi di fabbrica scatenatesi nel ’43 furono prontamente intercettate dai partiti popolari, i quali si impegnarono tempestivamente ad interagire con tali gruppi mediante partecipazioni dirette e concrete, anche in virtù del fatto che questi ultimi erano in possesso di una lunga tradizione della prassi che aveva già insegnato loro come farlo.

[xxvii]      . “La iniziativa spetta infatti, nella Resistenza, a quelle forze popolari che durante il Risorgimento erano state ridotte a una funzione subalterna e talora persino battute, allo scopo di escluderle dalla direzione politica. Sono in prima linea, quindi, non le classi borghesi, inerti quasi sempre, quando non identificate col fascismo e con l’invasore straniero, ma gli operai, i contadini, il ceto medio lavoratore. Alla loro testa i comunisti, i socialisti, democratici radicali e cattolici d’avanguardia. È un blocco storico del tutto nuovo, che sancisce la vittoria sul fascismo, conquista una Costituzione repubblicana e democratica avanzata e apre la prospettiva di nuovi sviluppi progressivi. La Resistenza quindi, per questi aspetti politicamente e socialmente decisivi, non ha continuato, ma corretto il Risorgimento” cit. in Togliatti P., Il Risorgimento e noi. Torino: ciclo di lezioni, febbraio-aprile,1962. 

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Il Budo e la funzione sociale delle arti marziali.

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Nell’immaginario occidentale colonizzato dalle spettacolari sfilate cinematografiche di combattimenti sanguinari à la Beatrix Kiddo, protagonista dei lungometraggi di Quentin Tarantino, è facile cadere nell’equivoco secondo cui le arti marziali sono delle semplici discipline di combattimento finalizzate al business degli eventi “Oktagon” o  arti coreografiche da serie Netflix che fungono da preziosismo atletico/estetico destinato a sfondare lo schermo con schizzi di sangue ed estrose tecniche volanti. Tuttavia, indagando la storia e la filosofia delle arti marziali ci si può imbattere in grandi uomini, alti appena 160 cm e dall’aspetto contegnoso e riverente, come il maestro Jigoro Kano, fondatore del Judo (“Via della cedevolezza”), che diceva che il fine ultimo delle arti marziali è di perfezionare sé stessi per servire la società. Il Budo, in effetti, è l’espressione più alta della cultura marziale giapponese, con questo termine si suole designare un sistema etico/tecnico che sta a fondamento delle discipline di combattimento che hanno origine nel Sol levante. Lo studio e la pratica delle arti marziali (keiko) infatti coinvolgono l’aspetto tecnico, fisico, mentale e spirituale del praticante (budoka) il quale oltre a interessarsi della perfezione tecnico/estetica del gesto marziale si interessa allo sviluppo delle qualità di condotta sociale che promanano dal codice etico del samurai denominato “bushido” ovvero la via del guerriero. Uno degli elementi caratteristici della cultura nipponica è proprio l’intima associazione tra etica ed estetica, tra forma e contenuto, in cui l’arte, nello studio dei formalismi e delle etichette, diviene espressione della carica etica del mondo orientale e mezzo di perfezionamento spirituale del praticante. Shintoismo, Buddhismo, Confucianesimo sono le basi da cui si evolve il pensiero del “Budo” che, nonostante presenti degli elementi di rigidità etica a monte che possano far storcere il naso a una cultura individualista come quella occidentale, produce benefici a valle per ciò che concerne i risultati sociali dell’applicazione della “Via marziale” come regola di comportamento sociale.

Jigoro Kano

Nello studio del Budo è imprescindibile considerare il retaggio da cui si evolve. I più grandi “budoka” della storia giapponese come Jigoro Kano, fondatore del Judo Kodokan, Morihei Ueshiba, fondatore dell’Aikido e Gichin Funakoshi fondatore del Karate Shotokan erano stati a loro volta studenti di stili di combattimento diversi che, ciononostante, trovavano una radice comune nella via del “bushi”, il guerriero della tradizione feudale. La cultura marziale giapponese conobbe una sensibile trasformazione durante l’epoca Tokugawa (1603-1868), un’epoca segnata dalla fine dei conflitti tra feudi, che a lungo avevano alimento i sentimenti bellicosi tra i Daimyo (i signori feudali) nella lotta per il potere e per l’unificazione giapponese. Nello shogunato Tokugawa, con l’affermarsi di un periodo di pace, lo studio delle discipline marziali venne raffinato e impreziosito dall’idea di purificazione dello spirito. L’essenza dell’etica marziale dei samurai giapponesi venne codificata in un’opera letteraria composta da brevi frasi aforistiche che prende il nome di “Hagakure” (“All’ombra delle foglie”). Tale opera realizzata da Yamamoto Tsunetomo, ex samurai divenuto monaco buddhista, con la collaborazione dell’allievo Tashiro Tsuratomo divenne il modello del codice di condotta per i samurai giapponesi. La fama dell’opera crebbe nel corso del XX secolo, quando venne pubblicata per la prima volta, e nel mondo occidentale è stato citata svariate volte dalla cultura fumettistica e cinematografica: Il regista americano Jim Jarmusch girò un film intitolato “Ghost dog – il codice dei samurai” il cui protagonista è un Forest Whitaker nei panni di un killer al soldo della mafia che segue per filo e per segno i principi e lo spirito del codice dell’Hagakure, votandosi al servizio (il termine samurai deriva da “saburau” ovvero servire) di uno dei mafiosi che gli avevano salvato la vita. Opere pregevoli sul versante della “Nona arte” sono sicuramente i manga di Kazuo Koike e Gōseki Kojima dedicati a figure di “Ronin” (Letteralmente “uomo-onda”), samurai senza padrone alla ricerca di vendetta, come nel caso di Ogami Itto protagonista dell’opera “Lone Wolf & Cub”, e di “Kaishakunin” ovvero di boia incaricati dallo Shogun nella decapitazione dei condannati a morte, come nel caso di Yamada Asaemon protagonista di “Samurai executioner”. Nelle opere citate emerge chiaramente un elemento distintivo della filosofia del bushido: l’idea della morte intesa non solo come il fatto di porre fine alla propria esistenza in battaglia, o in un “seppuku” rituale a seguito di una sconfitta, o di una disputa con il Daimyo, ma come distacco dal sé, come annullamento dell’ego in vista di un fine superiore. Nell’Hagakure uno dei voti ai Buddha espressi da Tsunetomo recita: “Realizzare sé stessi in vista del benessere altrui animati da grande compassione”. L’idea fondante dell’etica del samurai è quindi il servizio al Daimyo e alla comunità di appartenenza e ciò si riflette nelle ere Meiji e Showa quando il processo di umanizzazione delle arti marziali conosce un’accelerazione grazie alle personalità di Kano e Ueshiba che, da differenti prospettive marziali e culturali, codificano le loro discipline solidificando la precettistica e la pedagogia del Budo. La Via del Guerriero assume una nuova missione: il progresso fisico, mentale e spirituale della collettività. Jigoro Kano, insegnava e applicava con insistenza metodica il concetto di “Judo superiore” ovvero della disciplina come mezzo di perfezionamento di sé stessi per servire la società. Il concetto judoistico di “Ji-ta-kyo-ei” (letteralmente “io e altri insieme progresso”) ovvero di mutua prosperità condivisa, e di “Sei-ryoku-zen-yo” ossia il principio del miglior impiego dell’energia divennero così le basi educative della pedagogia di Kano il quale credeva fermamente che l’uso corretto delle proprie energie fisiche e mentali e la collaborazione tra “Tori” (colui che esegue la tecnica) e “Uke” (colui che riceve la tecnica) nel raffinamento dell’esecuzione delle tecniche, dovessero essere le idee fondanti della dottrina del Judo come disciplina per il miglioramento sociale. In sintesi, la frase che esprime al meglio il pensiero di Kano si trova espressa in un articolo dedicato al terzo livello del Judo, chiamato appunto Judo superiore: “Diventare forti vuol dire esattamente imparare a utilizzare la nostra forza per il bene collettivo”. Kano non fu solo un abilissimo artista marziale capace di interpretare al meglio il patrimonio tecnico del “Bujutsu”, ovvero di quell’articolato complesso di tecniche e discipline che rappresentavano il retaggio marziale del samurai, ma fu altresì un sostenitore di un modello pedagogico-sociale fondato sulla cooperazione e il servizio alla comunità che traeva le sue radici dall’etica del bushido: in uno dei suoi scritti dedicato allo spirito del samurai, mette in evidenza la differenza tra la cultura individualista della società industriale orientata alla fugacità di titoli e ricchezze e al profitto capitalistico nel breve termine, alla visione sociale del “bushi” che agiva tenendo conto degli interessi dello Stato e della comunità, sottolineando il fatto che, nell’applicazione dei precetti del Budo, la prosperità collettiva derivi dalla protezione dello Stato e degli interessi comunitari: “nell’ambito del lungo termine, sia gli individui che le aziende prosperano sotto la protezione dello Stato. E quando lo Stato prospera, anche individui e aziende prosperano”.[1] Il pensiero di Kano era naturalmente pervaso da una visione del mondo, tipicamente nipponica, che riconosce massima priorità all’interesso collettivo e che dà lustro a forme ed etichette che rappresentano l’essenza dello spirito del samurai, tanto che perfino la Katana (la spada giapponese) era considerata un prolungamento dell’anima del guerriero. In uno scritto di uno dei più insigni Judoka Italiani, il maestro Cesare Barioli, si evidenzia come lo spirito judoistico debba essere orientato al bene comune e che nel “drammatico conflitto tra educazione e caos” nella nuova era tecnologica, in cui progressi scientifici sono di gran lunga superiori a quelli umanistici, si debba aprire uno spiraglio di luce di una nuova “rivoluzione umanistica che produca uomini e donne in cui la coscienza dell’interesse collettivo prevalga su quello individuale.”[2]

Morihei Ueshiba

L’idea di progresso civile e di armonizzazione sociale furono obiettivi che, coscientemente, i budoka inserirono nei loro programmi educativi, e quando il Prof. Kano negli anni ’30 assistette a una esibizione tecnica dell’Aikido del maestro Morihei Ueshiba, commentò dicendo che in quella dimostrazione aveva visto il “Budo ideale”. In effetti, le idee di Ōsensei Ueshiba e il Prof. Kano, rappresentavano al meglio la trasposizione umanistica delle arti giapponesi che, specie nell’epoca Tokugawa, avevano visto come protagonisti gli “shugyosha”, ovvero dei guerrieri erranti nel cammino del perfezionamento tecnico e spirituale. Ōsensei Ueshiba, anche lui come Kano, studente di scuole tradizionali di Jujutsu (in particolare il Daito ryu Aiki-jujutsu), elaborò come principio di base della propria disciplina, il “Takemusu aiki” ovvero il principio di coraggiosa e illimitata creatività marziale. L’idea fondante dell’Aikido è che l’arte marziale dovesse seguire il principio base mutuato dal Jujutsu (“Arte della cedevolezza”) secondo cui il debole vince l’aggressività e la forza, con la calma e la flessibilità: “Hey yo shin kore do” ovvero il “morbido vince il duro” principio mutuato dalla filosofia Taoista di Lao-Tzu. L’Aikido, in particolare, persegue l’obiettivo dell’armonia tra l’universo esteriore e l’universo interiore dell’uomo, mediante una lunga pratica di comunione fisica, spirituale e tecnica tra Tori e Uke. Elemento imprescindibile dell’Aikido è la simbiosi tra i compagni di pratica, la natura relazionale della disciplina, e il raggiungimento dell’armonizzazione della mente con il corpo, la cui congiunzione è resa possibile attraverso il “ki” ovvero la forza spirituale che armonizza mente e corpo in perfetta coordinazione e in modo spontaneo. Dalla traduzione letterale del nome della disciplina ne consegue che il budoka in questo contesto, attraverso un lungo addestramento finalizzato al rafforzamento del corpo e alla purificazione spirituale, percorre un sentiero, una via (Do = via, percorso) che porta all’armonia (Ai = armonia) attraverso l’opera del Ki (energia, spirito). Il passaggio fondamentale dal “Bujutsu” al “Budo”, dunque, ha la sua linea evolutiva nel processo di umanizzazione del novecento che si concretizza in un pensiero etico marziale fondato sull’idea di perfezionamento individuale e collettivo, e dal passaggio dallo studio della mera tecnica (jutsu) all’idea di aprire un sentiero (Do) che stia a fondamento del benessere fisico, spirituale e mentale degli individui e della conseguente armonizzazione dei rapporti tra uomini, e tra gli uomini e l’universo naturale circostante. Riflesso della filosofia degli antichi samurai, dunque, e suo naturale adattamento all’epoca moderna di pace, il Budo contiene in sé una visione complessiva della società e dell’uomo in cui il collettivo e l’individuo non sono in rapporto conflittuale tra di loro, ma sono armonizzati al fine di esaltare l’opera creativa dell’individuo nelle diverse dimensioni della vita in cui si trova ad operare e allo scopo di conferire un significato umanistico all’arte.

D’altro canto, se l’idea di servizio alla collettività e di devozione del samurai possono apparire in occidente come un semplice anacronismo dai tratti esotistici, è fuor di dubbio che la comunione tra etica ed estetica delle arti giapponesi (non solo quelle marziali) costituisca elemento di grande suggestione, perfino per gli artisti occidentali. Il pittore francese Yves Klein precursore della “Body art” nonché judoka esperto disse a proposito: “Il Judo è arte, è un’arte dello stesso valore grande musica poiché deve essere ricreato ogni qualvolta lo si voglia nuovamente praticare, è un’arte personale e universale perché è l’arte del combattimento, in altre parola la vita stessa”. Lo stesso Klein rinveniva nei “Kata” (sequenze formalizzate di movimenti e tecniche) la massima espressione estetica del Judo e dello spirito della disciplina, un’idea di forma/movimento atta a salvaguardare lo spirito del gesto marziale. D’altro canto lo studio delle forme non è solo riflesso della visione codificata delle tecniche, ma rappresentano la base su cui si costruisce l’intero patrimonio tecnico del Budoka che pertanto potrà ampliare la propria creatività sulla scorta di queste “forme” che rappresenteranno per il praticante uno studio indispensabile e sistematico fintantoché l’assimilazione mnemonica non lascerà lo spazio al “Mushin” ovvero la mente liberata da vincoli emotivi e dagli schematismi.

Il Dō (道), dunque, in una società pacificata dopo le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, simboleggia per i principali budoka del ‘900, un modo per attualizzare e rendere vivo il pensiero e l’etica dei samurai giapponesi, e per epurarla dalle strumentalizzazioni che erano state compiute dal Giappone imperiale nel corso della seconda guerra mondiale. D’altronde il termine “bushi” contiene in sé il kanji “Bu” (武) composta da due ideogrammi che in giapponese significano “fermare le lance” e il filosofo giapponese Nakae Tōju definiva la marzialità come personificazione della virtù confuciana della giustizia: “Battersi per sottomettere chiunque ostacoli il rispetto dei genitori, la fratellanza, la lealtà e la fedeltà è chiamato marzialità”. Le sette le virtù del samurai (Gi: Onestà e Giustizia; Yu: Eroico Coraggio Jin:Compassione; Rei: Gentile Cortesia; Meiyo: onore; Chugi: Dovere e lealtà; Makoto: completa sincerità) e l’umanità (Ninyo) di cui sono espressione, servono tuttora a rendere solida la cultura della via marziale giapponese e a trasferire sul piano della pratica (Keiko: letteralmente “andare al di là”) un insieme di valori e di scopi orientati al benessere sociale. L’etichetta che si esprime nelle forme e nel saluto (keirei), nel rapporto cooperativo tra Tori e Uke e nella competizione regolata dalla disciplina, dal rispetto e la cortesia nei confronti dell’avversario, assumono oggi un significato di adesione a un codice etico che certamente non può essere pienamente compreso alla luce degli schemi interpretativi delle società occidentali, ma che, d’altro canto, costituisce un’idea dei rapporti umani in cui l’uomo non può che esprimere al meglio il proprio valore in una relazione di arricchimento condiviso con il prossimo e in una società in cui la marzialità e la cultura sono espressione di virtù e di un’esistenza nobilitata dallo spirito combattivo.

“Le persone che non comprendono il principio di “takemusu aiki” (coraggiosa e illimitata creatività) pensano solo a vincere, non vogliono mai perdere, opponendo muscolo a muscolo, tiranneggiando i deboli e gli inermi, in breve assumendo un atteggiamento aggressivo. Lo scopo dell’Aikido è liberare il mondo dalla violenza e dalla discordia […] La pratica dell’Aikido è purificazione a tutti i livelli della mente e del corpo.”

Morihei Ueshiba


[1] J. Kano, “La mente prima dei muscoli”, cit., p. 114

[2] C. Barioli, “Educazione e sport, il caso del judo”, scritto presentato al congresso organizzato dall’A.I.S.E. nel 2010

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Pescherecci italiani aggrediti dai libici: il silenzio italiano si traduce in “Mare Vostrum”

articolo di Giuseppe Matranga, socio fondatore ESC

Appena sei giorni fa (06.05.2021) l’ennesimo triste evento che coinvolge le autorità libiche e i pescherecci siciliani di Mazzara del Vallo: resta ferito il comandante Giuseppe Giacalone, a seguito di alcuni colpi di fucile sparati da una motovedetta libica, appartenente all’autorità di Tripoli (ovvero non quella di Haftar, che si era già resa protagonista del sequestro di altrettanti pescatori alcuni mesi fa, bensì quello di Al-Sarraj, in teoria l’unico riconosciuto dal governo italiano).

In questo breve articolo, vogliamo mettere in luce diversi aspetti che hanno, a tratti, del tragi-comico, primo su tutti però, riteniamo doveroso denunciare il totale quanto assordante silenzio che ha coinvolto indiscriminatamente tutte le testate informative nazionali, in merito al fatto, nonché la totale inespressione delle nostre autorità nazionali, tra i quali regna sovrana la figura del gigante della politica estera Luigi Di Maio, colui che, appena pochi mesi fa, aveva simpaticamente confuso la Libia con il Libano.

Facendo riferimento all’intervista intercorsa tra il comandante Giuseppe Giacalone e l’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana), vengono fuori diverse informazioni da non sottovalutare e che dovrebbero forse far indignare ogni cittadino italiano, da Lampedusa a Bolzano.
Innanzitutto, il comandante protagonista della faccenda è il padre di uno dei pescatori mazzaresi, che erano stati indebitamente detenuti per circa tre mesi dalle autorità del governo parallelo libico capeggiate dal Generale Haftar (uno di quelli che prima era con Geddafi e poi si trasformò in rivoluzionario al momento della sua caduta), il quale “reo di vivere di pesca” si era recato presso le acque internazionali interposte tra la Sicilia e la costa Libica, mare pescoso nel quale in teoria non vi è alcuna giurisdizione nazionale, tranne nel caso in questione. Infatti, ormai da alcuni anni, la Libia, unica al mondo, ha deciso e sancito autonomamente che le sue acque territoriali arrivino a 40 miglia nautiche dalla costa e non alle classiche e globalmente riconosciute 12 miglia, così che ogni qual volta un qualsiasi natante travalichi l’ideale confine, questo diviene oggetto di contesa da parte delle motovedette libiche (le quali in gran parte sono state donate gentilmente dallo Stato italiano e riportano ancora sbiadita sul fianco la scritta “Guardia Costiera”).

In questo caso al superamento delle 40 miglia, probabilmente allertati da preziosissimi radar (che identificano prontamente i pescherecci italiani ma mai i barconi dei migranti che spesso divengono bare del mare), sopraggiunge una motovedetta libica che intima al comandante mazarese di seguirla fino alla costa. Il comandante, conscio dell’esperienza del figlio sequestrato, si rifiuta di ottemperare all’ordine indebitamente impartito e inverte la rotta in direzione di Mazzara del Vallo. Durante quei concitati minuti vengono addirittura esplosi dei colpi di fucile da parte dei guardacoste, che colpiscono la cabina di pilotaggio col solo comandante Giacalone all’interno che, da “buon padre di famiglia”, aveva ordinato al resto dell’equipaggio di recarsi sotto coperta per proteggerne l’incolumità.

Tali colpi d’arma da fuoco oltre a crivellare le pareti della cabina, infrangono uno dei vetri e procurano diverse ferite alla testa del comandante, il quale in pochi istanti, mostrando la maglia sporca di sangue, si rivolge agli offensori chiedendo di cessare il fuoco. Essi rispondono rivelandosi dispiaciuti di aver cagionato danno alla persona e per soccorrerlo gli propongono di seguirli in porto in modo da poterlo portare in ospedale.

Se non sembrasse già così una barzelletta, sappiate che l’intero dialogo si è svolto in lingua italiana, poiché uno dei componenti dell’equipaggio libico era stato prontamente e gratuitamente addestrato a Messina, e sotto gli occhi della Marina Italiana che era presente a poca distanza con una motovedetta e un elicottero del tutto inermi e passivi.

Detto ciò, il comandante risponde con un classico “rifiuto l’offerta e vado avanti”, supponendo che quello potesse essere l’ennesimo tranello per l’ennesimo sequestro, e continua a dirigersi in direzione della Sicilia.

Fortunatamente le ferite riportate non erano gravi. Ma al suo rientro in porto egli non trova né un’ambulanza a soccorrerlo né uno straccio di autorità portuale ad aspettarlo.

Che dire! Che il governo italiano avesse perso il suo smalto in merito alle politiche internazionali era già abbastanza palese. Che però facesse del tutto finta di nulla, girandosi dall’altra parte, innanzi ad un’aggressione militare ai danni dei propri cittadini lavoratori, è tutta un’altra storia.

Restiamo comunque in attesa di un qualche vagito da parte del Ministero degli Affari Esteri in merito alla faccenda, aspettando che un altro po’ d’acqua passi sotto i ponti e che prima o poi qualcuno, degno di questo ruolo, possa risedersi su quello scranno e riportare una sorta di equilibrio nel Mediterraneo che ci circonda da tempo immemore e che un tempo era stato una risorsa per tutta la penisola italica.

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Storia

GAP: memorie e protagonisti del patriottismo rivoluzionario

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Pietro Nenni

“Tutti insieme ci ricolleghiamo alla tradizione Garibaldina perché rappresentiamo le stesse forze di progresso che un secolo fa si unirono a Garibaldi”

Fu con queste parole che il socialista Pietro Nenni volle specificare la natura del Fronte democratico popolare in un discorso di apertura della campagna elettorale tenuto a Milano il 14 Marzo 1948. In quel contesto segnato dalle difficoltà del dopoguerra, lo spirito repubblicano e socialista era il naturale complemento dell’ideale patriottico che aveva animato la lotta partigiana contro il nazifascismo. Il Fronte democratico popolare, ovvero l’alleanza politico-elettorale dei comunisti e socialisti per le elezioni del ’47 e del ’48, aveva come simbolo l’effige di Garibaldi rivendicando in questo modo la continuità ideologico-spirituale tra le camicie rosse e il “Blocco del popolo” che si presentava alle elezioni. Il PCI, dal canto suo, aveva organizzato le Brigate Garibaldi dal cui comando generale nacquero i GAP, ovvero i gruppi di azione patriottica, unità partigiane che erano destinate a svolgere azioni militari di sabotaggio e attentati contro le forze occupanti. I GAP romani (tra cui Carlo Salinari e Carla Capponi), in particolare, diventarono famosi per l’attentato di Via Rasella, in cui  persero la vita trentatré soldati tedeschi, e che causò la rappresaglia nazista con l’eccidio delle Fosse Ardeatine. L’immaginario della sinistra dell’epoca era fortemente pervaso da un’idea patriottica che era tanto distante dallo sciovinismo nazionalista, quanto lontano dalle influenze di orbita occidentale. La storiografia comunista ha definito la Resistenza come il “Secondo Risorgimento” per il suo forte contenuto simbolico e per la necessità di dare una fisionomia autonoma alla lotta di indipendenza nazionale che, in un paese diviso e colto dall’imminente sconfitta nella seconda guerra mondiale, non poteva non essere la base fondamentale di riscatto nazionale dopo il ventennio e contro l’idea di Patria che veniva veicolata dal fascismo. Le riluttanze ideologiche, tuttavia nelle file del PCI, rispetto alla rievocazione del termine patriottismo nelle unità partigiane non mancarono, infatti come ebbe a dire la partigiana Carla Capponi del reparto “Carlo Pisacane”: “Quando il partito ci diede il nome GAP, qualcuno di noi chiese che “gruppi di azione patriottica” venisse cambiato in “gruppi di azione partigiana”. Era una forma di settarismo. Quel patriottica ci sembrava nazionalismo, volevamo una definizione più di classe, più rivoluzionaria. Però ci convincemmo: la nostra era una guerra di liberazione nazionale, e la combattevano tutti. Era una riaffermazione del vero patriottismo, dell’unità popolare”. A fronte di alcune resistenze di ordine psicologico/ideologico, d’altro canto era prevalente una impostazione che riteneva indispensabile rivendicare la difesa della patria e un concetto progressivo di patriottismo come elemento di sodalizio nazionale delle forze social-comuniste. Non solo Nenni, dunque, ma anche protagonisti assoluti della Resistenza come Palmiro Togliatti, Lelio Basso, Concetto Marchesi e in particolare Pietro Secchia facevano propria l’idea patriottica di liberazione nazionale contro le forze reazionarie, con il preciso intento di sottolineare le differenze con il nazionalismo aggressivo e di rimarcare la complementarietà tra il sentimento nazionale e l’internazionalismo.

L’idea di emancipazione dei popoli e di indipendenza nazionale, d’altronde, promanavano già dalle tesi leniniste sulla questione coloniale, in cui si asseriva la necessità di sostenere tutti i movimenti di indipendenza nazionale contro il giogo coloniale delle forze imperialiste, e dalle idee sostenute da Friedrich Engels secondo cui l’indipendenza nazionale era la “condicio sine qua non” dell’internazionalismo socialista e della risoluzione in chiave socialista di ogni questione interna. La visione social-comunista di indipendenza nazionale, al netto delle possibili accuse di retorica propagandistica, si nutriva in effetti di un’idea di internazionalismo proletario visto come elemento ideologico di contrapposizione al nazionalismo e al cosmopolitismo borghese. Il socialista Lelio Basso, nell’ambito del cosiddetto Tribunale Russell (tribunale internazionale istituito al fine di svolgere inchieste relative ai crimini di guerra ) mise in evidenza il tema sottolineando che in assenza di indipendenza economica di fatto è annullata l’indipendenza politica di un paese e che in assenza di una politica economica indipendente dall’influenza dei grandi complessi multinazionali la vita economica e sociale di un paese è irrimediabilmente compromessa e sacrificata sull’altare degli interessi economici dei “patrioti del loro portafoglio” come ebbe a dire Togliatti con riferimento ai cartelli internazionali. Il patriottismo declinato in senso difensivo, come rivendicazione di possesso delle proprie risorse produttive, come esplicitazione della capacità di autodeterminazione dei popoli, come applicazione dell’internazionalismo e quindi come espressione delle particolarità e delle tradizioni di ciascun popolo e come difesa dalle aggressioni imperialiste, fu senza dubbio la linea guida dei partiti socialisti e comunisti che presero parte alla lotta contro l’hitlerismo e la RSI e, benché con alcune differenze dottrinarie, fu il lume ispiratore di altre formazione partigiane, come le Brigate Mazzini, che rispondevano al Partito Repubblicano e a “Giustizia e libertà” in modo prevalente. Il partigiano siciliano, Pompeo Colajanni, nome di battaglia “Nicola Barbato” descrive il legame sentimentale tra Resistenza, Fasci siciliani dei lavoratori e Risorgimento siciliano in questi termini: “Portai il nome di Nicola Barbato nel fuoco della lotta liberatrice perché essa costituiva un tramite tra la Sicilia e la Nazione in lotta per la libertà, tra il Risorgimento e la Resistenza collegati dal grande moto popolare dei fasci dei lavoratori non solo cronologicamente.”

«I partigiani del Sud vengono da lotte antiche, sono i nipoti dei “picciotti” e gli eredi dei La Masa, e dei Corrao […] dei carbonari e dei giacobini della repubblica partenopea, eredi, ma anche vendicatori degli uomini del glorioso gennaio 1848, delle squadre contadine poi deluse e tradite dalla conquista regia dei fasci siciliani, che posero in termini moderni l’antica rivendicazione dei vespri: “buon governo e libertà”.

Nelle parole di Colajanni riecheggia il riferimento al Risorgimento siciliano e ai suoi protagonisti: il generale La Masa e Giovanni Corrao furono non solo protagonisti assoluti delle vicende siciliane del ’48, ma ebbero un ruolo fondamentale per il successo della spedizione dei mille e nella influenza politica delle masse. Giovanni Corrao, in particolare, era un popolano carismatico di notevoli doti militari che seguì Garibaldi sia nel 1860 che nel ’62 in occasione della sventurata spedizione dell’Aspromonte che, presentandosi al grido “O Roma o morte!”, venne frenata dall’esercito piemontese. In questa occasione, il Corrao aveva rinunciato alla divisa da colonnello dell’esercito piemontese per la sua avversione nei confronti delle politiche sabaude nei confronti della Sicilia e per assecondare la sua indole da democratico, radicale e repubblicano che non poteva rimanere sorda alla nuova chiamata alle armi del generale nizzardo per la liberazione di Roma dal Papa e dai francesi. Dopo il fallimento della spedizione garibaldina, Corrao tornò a Palermo dove mantenne attivi 400 dei suoi “picciotti” che l’avevano seguito sull’Aspromonte. Le sue intenzioni di ritorno in armi furono esplicitate in una lettera a Crispi dove scrisse che era pronto ad entrare in azione nel caso in cui “Garibaldi e i suoi si mettessero sul banco per essere processati”. Tuttavia, la sua coerenza ideologica, la sua tenuta morale nonché la sua capacità carismatica d’influenza sugli ambienti popolari e radicali, non potevano non essere invisi allo Stato sabaudo. Morì in un agguato nel 1863 e la documentazione relativa agli atti istruttori dell’inchiesta scomparve dagli archivi del Tribunale di Palermo, anche se secondo una tesi storiografica, supportata dalla testimonianza del compagno d’armi Edoardo Pantano, l’omicidio si dovette a una collusione tra la polizia e gli ambienti mafiosi che avevano colto perfettamente i rapporti di forza instauratosi dopo l’unificazione accomodandosi dalla parte governativa. Lo spirito laico-rivoluzionario del garibaldinismo di cui Corrao era uno dei massimi esponenti, ci testimonia l’origine risorgimentale della storia del patriottismo di sinistra che, tuttavia, venne ben presto rimpiazzato dal nazionalismo nascente dello Stato liberale e dalle missioni coloniali dell’ex repubblicano Francesco Crispi. Felice Cavallotti, poeta garibaldino e co-fondatore dell’estrema sinistra storica insieme ad Agostino Bertani, commenterà in questo modo il trasformismo di molti democratici: “Quando io parlo di democrazia, ossia del grande partito popolare che ebbe da Mazzini l’idea, da Garibaldi il metodo e dalla coscienza insorgente delle classi diseredate il sentimento dei bisogni nuovi, non mi occupo e non parlo della combriccola che ha trovato comodo aggrapparsi a quel nome per ammantare puerili ambizioni o per nascondere pudicamente connubi”.

Il rapporto di continuità simbolica ed ideologica tra i patrioti del Risorgimento e i partigiani della Resistenza fu un “leitmotiv” ricorrente tra i dirigenti e gli storici comunisti. In particolare con il costituente e senatore del PCI, Pietro Secchia il quale, oltre a mettere in evidenza la forte vocazione sociale dei protagonisti del Risorgimento, era altresì assertore di un patriottismo popolare contrapposto al nazionalismo borghese, e perciò, internazionalista: “Il nostro internazionalismo allarga e rafforza il sentimento nazionale perché unisce tutti i popoli che lottando per la pace lottano per conservare la loro libertà, la loro indipendenza o per conquistarla completamente.”[1]Tale impostazione venne ulteriormente ribadita da Togliatti che rivendicava il fatto che il terreno nazionale fosse la base per la lotta di emancipazione sociale e per la solidarietà internazionale tra i lavoratori. Se, dunque, i comunisti insistevano sul concetto di patriottismo accordato all’internazionalismo proletario, i socialisti d’altro canto rafforzavano l’idea del patriottismo come sinonimo della libertà dei popoli nella lotta sia contro il “cosmopolitismo borghese” sia contro il nazionalismo espansionista. Carlo Rosselli, antifascista e teorico del socialismo liberale e di un’idea socialistica non necessariamente imparentata col marxismo, nonché custode dell’idea mazziniana di patriottismo tendente all’umanità, era d’altro canto fervido oppositore del nazionalismo che aveva trasfigurato il Risorgimento e i suoi protagonisti per ragioni propagandistiche, rievocando un concetto originale di internazionalismo che “per esistere deve salire dal basso verso l’alto, farsi positivo, vivere prima nella personalità singola, nella classe, nella patria”[2]. La coesistenza di diverse anime del CLN nella lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, naturalmente aveva dato luogo a rivalità e a tentativi di egemonizzazione dell’esperienza resistenziale in modo particolare dal Pci le cui brigate furono di fatto le più numerose e militarizzate. Il responsabile militare del Pci in Piemonte, Remo Scappini disse a tal proposito: “Senza esitazioni condurre immediatamente una lotta spietata contro i tedeschi e i fascisti […] facendo del nostro partito il fattore predominante nella lotta per la liberazione dell’Italia da tutti i nemici stranieri e nostrani, assicurando al partito e alla classe operaia un ruolo decisivo nel futuro riordinamento politico e sociale del paese.”[3]. Il patriottismo veniva dunque declinato in un’ottica difensiva, ovvero di difesa delle tradizioni popolari e del lavoro, dall’idea amorfa di espansione del dominio imperialista e dalle corporazioni internazionali le quali, come disse il presidente cileno Salvador Allende nel 1972, “per le loro attività non rispondono a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di nessun Parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l’interesse collettivo”.

Il patriottismo nella sua versione democratica  e nelle sue applicazioni eterogenee, quindi, si presentava non solo come propulsore necessario per un sentimento collettivo di aspirazione alla libertà nazionale contro il nazifascismo, ma come rivendicazione di conflitto contro gli squilibri di potere prodotti dalla prevaricazione degli interessi monopolistici rispetto agli interessi della collettività. Dopo il ‘43, infatti, le attenzioni dell’opposizione social-comunista si concentrarono sui nuovi assetti geopolitici che vedevano protagoniste le forza anglo-americane interessate a fomentare tanto le spinte indipendentiste della Sicilia a seguito dello sbarco, quanto la “normalizzazione” dell’Italia all’interno dei nuovi disegni di egemonizzazione strategica dell’Europa in funzione antisovietica. Come sostiene lo storico Nicola Tranfaglia infatti: «Gli obiettivi immediati delle forze alleate in Sicilia furono dunque: a) mantenere l’ordine conservando nello stesso tempo buoni rapporti con la popolazione; b) ripristinare un tessuto sociale affidabile e conforme agli interessi anglo-americani, come si venivano delineando nel quadro strategico internazionale; c) stroncare le forze di sinistra prima di un loro troppo profondo radicamento sociale». A testimonianza di ciò, nel 1944, Girolamo Li Causi, partigiano e primo segretario del PCI siciliano, tenne un comizio a Villalba dove il dirigente comunista denunciò apertamente la funzione parassitaria dei gabellotti e la rete di connessione mafia-latifondo a difesa delle strutture agrarie preesistenti alla riforma del 1950 apertamente ostacolata dai settori conservatori dell’amministrazione americana. In tale occasione, il capomafia Calogero Vizzini si presentò con un bastone in mano al centro di Piazza Duomo dove si teneva il comizio con la presenza di un presidio di mafiosi davanti la sezione della Democrazia cristiana il cui segretario era Beniamino Farina nipote di Vizzini. Dopo le parole del dirigente comunista, si scatenò un agguato in cui lo stesso Li Causi rimase ferito al ginocchio da un colpo di pistola.

Girolamo Li Causi

Un altro partigiano siciliano delle Brigate Garibaldi, Placido Rizzotto, socialista, segretario della Camera del Lavoro di Corleone nonché dirigente delle lotte contadine contro il latifondo e le mafie, venne assassinato da un gruppo di mafiosi guidati da Luciano Liggio la sera del 10 Marzo 1948. Delitto che si inserisce nel mezzo di altri due assassini a danno del mezzadro socialista Epifanio Li Puma e del segretario della Camera del Lavoro di Camporeale Calogero Cangelosi.

Placido Rizzotto

In Sicilia, dunque, la “rivoluzione” era strettamente connessa alla risoluzione della questione meridionale e al superamento della tradizionale alleanza tra mafiosi gabellotti e aristocrazia latifondista che, di fatto, impedirono la modernizzazione democratica della Sicilia con il ferreo contributo dello Stato sabaudo, come avvenne in occasione della repressione dei fasci siciliani dei lavoratori nel 1894 già rievocati dal partigiano Colajanni che decise il nome di battaglia “Nicola Barbato” in onore di uno dei capi dei fasci siciliani. Se in Sicilia le lotte dei partigiani siciliani (Colajanni, Li Causi, Buttitta, ecc.) erano dirette a contrapporsi alle forze reazionarie-conservatrici nelle rivendicazioni contadine, in una visione complessiva dell’ordinamento Italiano, le forze progressive della Liberazione si ponevano come alfieri di una nuova costituzione sociale. L’attenzione dei costituenti del ’48, dunque, aveva ben inteso il monito espresso da Carlo Pisacane (“Che sia un Re, un Presidente, un Triumvirato a capo del governo, la schiavitù del popolo non cessa se non cambia costituzione sociale”) e il lavoro di rielaborazione etico-giuridica da essi espresso, fu focalizzato nell’obiettivo del superamento democratico delle preesistenti forme di Stato, e nel tentativo di coniugare l’uguaglianza sostanziale con i tradizionali diritti liberali.

Seppur con alterne fortune e coi limiti dell’esperienza Italiana, confinata entro i limiti di una sovranità incompiuta a causa dell’incombenza di organizzazioni internazionali (NATO e UE) che formalizzano l’istituzione di oligarchie economiche/politiche, sia attraverso le riforme elettorali-istituzionali, sia mediante politiche austeritarie/deflazionistiche, le vicende patriottiche dello “Stivale” ci consegnano un retaggio politico-ideologico tuttora valido e di universale applicazione in quelle guerre che sono asimmetriche per definizione: le guerre di liberazione. Nella febbrile ostentazione folkloristica “resistenziale” dei settori della sinistra liberal, ci si dimentica che la rinnovata dimensione democratica dello Stato sociale, poté realizzarsi solamente con l’idea fiduciosa di associazione tra lotta armata per l’indipendenza nazionale e rivendicazione economica e politica di massa, e non con la difesa astratta di principi formali o disapplicati. Se, dunque, il comunista siciliano, Concetto Marchesi, rievocava la sacralità della difesa della Patria, e la necessità di “costituire il popolo italiano”, sovviene spontanea la questione: in che misura i partiti di massa sono stati in grado di costituire il popolo italiano? In assenza di una risposta compiuta, è tuttavia ancora possibile la risposta positiva che Albert Camus riteneva implicita nella dimensione rivelatrice della rivolta: l’espressione di una frontiera dopo cui non è possibile stare sotto la sferza del padrone, una rivendicazione di integrità, una risposta combattente: «Una volta, e fu l’ultima al principio dell’estate, distribuirono trecento lire a ciascuno di noi. “Chi li manda questi soldi?” uno domandò. Il furiere rispose: “Non so, credo gli americani”. Quegli allora ribatté: “Non siamo al servizio degli americani”, e restituì i soldi. Alcuni lo imitarono.»[4]


[1] Discorso pronunciato a Foggia, il 30 novembre 1952, in occasione della campagna per il tesseramento e il reclutamento al partito, riportato in “Chi sono i comunisti. Partito e masse nella vita nazionale“, Mazzotta editore, 1977, p. 131

[2] Da «Giustizia e Libertà»: 18 gennaio 1935

[3] R. Scappini, “Considerazioni sulla situazione generale del Piemonte, 30 Settembre 1943“, in P. Secchia, “Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione“, cit., p. 122

[4] Angelo Del Boca, Dizionario del partigiano anonimo, “Storie della Resistenza”, Sellerio editore Palermo, cit., p. 59

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Economia Sport

Calcio: Super-League? “Created by the poor, stolen by the rich”

articolo di Pietro Salemi, Vice Presidente ESC

Il calcio è spesso specchio della nostra società. Se tutto è guidato da logiche di mercato e dalla massimizzazione dei profitti, non deve dunque stupire che anche il calcio abbia riprodotto, negli ultimi anni, una logica puramente aziendalistica. Non deve stupire neanche che in questo “gioco” del capitalismo predatorio, i grandi players globali legati a doppio filo a fondi speculativi e al mondo della finanza (nel calcio i “top club”), tendano a fagocitare le realtà di medie e piccole dimensioni, legate ancora ad una dimensione territorialmente circoscritta: anche nel calcio è in atto una sorta di lotta di classe dall’alto contro il basso. Diritti TV e sponsorizzazioni milionarie hanno acuito le disuguaglianze e i divari, rendendo, in buona sostanza, il pallone “meno rotondo”.

Infatti, se guardiamo all’albo d’oro della Serie A italiana, è facile scorgere un graduale processo di oligopolizzazione (invero, tendente negli ultimi anni ad un monopolio coincidente con quel gruppo di potere -non solo calcistico- chiamato Juventus sui campi da gioco ed EXOR sui panni da gioco della finanza). Raffrontando l’albo d’oro della Serie A nel periodo corrispondente al cd. “trentennio glorioso” (1945-1975), in cui il compromesso keynesiano rese possibile una graduale attuazione dei principi inscritti nella costituzione Repubblica, si scopre che in quel periodo lo scudetto fu vinto da ben 8 diverse squadre (Juventus 9 titoli, Milan e Inter 6, Fiorentina 2, Lazio, Cagliari e Bologna 1), corrispondenti a ben 6 città italiane, collocate, pur in maniera disomogenea, lungo tutto lo stivale. All’opposto, nelle ultime 3 decadi di pallone corrispondenti alla cd. “Seconda Repubblica”, in cui il compromessa keynesiano e l’economia mista furono sostituiti da una visione irenica della globalizzazione di matrice neoliberista, l’albo d’oro della Serie A accoglie solo 5 squadre: Juventus 14 titoli, Milan 7, Inter 5, Roma e Lazio 1. Le città che hanno potuto festeggiare uno scudetto si riducono a 3: Torino, Milano e Roma.

D’altronde, il drenaggio dal basso verso l’alto di potere calcistico è perfettamente rispecchiato dallo storico dei fatturati dei principali club europei. Nella comparazione ci aiuta la “Deloitte Football Money League”, ossi la classifica di club calcistici ordinata in base ai ricavi operativi. I dati di tale classifica sono disponibili dalla stagione 2004-2005. Al tempo la stessa vedeva in cima il Real Madrid (275,7 milioni di Euro), seguita da Manchester United (246,4 milioni di Euro) e Milan (234 milioni). Nella stagione in questione il divario tra il Real in prima posizione e la Lazio (che chiude la classifica in ventesima posizione con 83,1 milioni) è di “soli” 192,6 milioni di Euro. Guardando all’edizione 2018-2019 dell’entusiasmante “Deloitte Football Money League” si osserva come non solo i fatturati sono cresciuti in valore assoluto, ma è anche aumentato a dismisura il divario tra i club: la classifica è guidata dal Barcellona con 840,8 miliardi di Euro, seguita da Real Madrid (757.3) e Manchester United (711,5 milioni di Euro), e chiusa dal Napoli con 207,4 milioni di Euro. Il divario tra prima e ventesima ammonta, secondo la più recente classifica, a 633,4 milioni di Euro. Inutile argomentare oltre circa la sperequazione che ciò implica rispetto ai club di medie dimensioni o alle cd. “provinciali”.

In effetti, non serviva neanche questa dettagliata analisi per comprendere come il mondo del calcio, soprattutto nella sua evoluzione degli ultimi anni, era già diventato un gigantesco business in cui la dimensione umana, la sana competizione sportiva, la genuina passione dei tifosi sono divenuti ormai elementi accessori di contorno. Il calcio a stadi vuoti a cui ci siamo abituati durante la pandemia, non è che la conferma.

Tuttavia, il lancio di questa nuova super-Lega tra i top club più ricchi d’Europa segna uno scarto, un’accelerazione capace di segnare un prima e un dopo.

In questo “dopo”, non c’è alcuno spazio per la dimensione dei club medi o piccoli, per il calcio di provincia, per modelli virtuosi di crescita all’insegna della valorizzazione del patrimonio calcistico offerto dal proprio territorio di riferimento. L’ex ‘gioco più bello del mondo’ è ridotto a muscolare espressione economico-finanziaria: si parla  di un volume di affari pari a 7-8 miliardi di Euro l’anno da suddividere tra i 20 club partecipanti. E’ così che il colosso finanziario americano JP Morgan mette sul piatto circa 5 miliardi di dollari a copertura dell’iniziativa. Per chi non la conoscesse, JP Morgan risulta essere una delle principali banche d’affari responsabili di sottostimato, a proprio beneficio, i rischi che portarono crisi globale 2007-2008[1], generata dai derivati tossici e dai mutui subprime.

I club fondatori (15, secondo le previsioni) riceveranno già all’atto di adesione circa 1/2 miliardo di Euro e giocheranno questa competizione privata di diritto (rectius, di privilegio), a prescindere da qualsivoglia rendimento sportivo.

Vietati gli exploit degli outsider e i “miracoli sportivi”: niente più Leicester, Atalanta o Palermo dei tempi d’oro, o per andare più in là con gli anni, niente Cagliari di Riva, Verona di Bagnoli, o Samp di Vialli e Mancini. I campionati nazionali diventerebbero passerelle svuotate di significato e utilizzati per rodaggio, a mo’ di competizione per squadre B.

Gli stipendi dei calciatori della Super-lega raggiungeranno verosimilmente livelli inimmaginabili e incomparabili con le cifre di oggi (già folli). Le 15 squadre fondatrici si assicurerebbero così una posizione di esclusività e non contendibilità, anche rispetto ai 5 club che si qualificherebbero dalle competizioni nazionali: gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili, diceva una nota canzone di qualche anno fa.

Nonostante, questo progetto dei top club (che sembra già esecutivo) venga semplicisticamente accostato al modello statunitense dell’NBA, neanche nella patria del neoliberismo si arriva a tanto: sia pure per garantire spettacolo e competitività, nel caso NBA è fissato un salary cap e le modalità con cui si svolge il draft annuale garantiscono un certo effetto compensativo.

Ora, è anche ben possibile che lo strappo di queste ora sia stato segnato per strategia negoziale da parte dei top club al fine di ottenere una fetta di torta più ampia nella distribuzione dei budget e dei diritti TV da parte delle istituzioni del calcio. E’ anche plausibile che lo strappo venga ricucito per via diplomatica, procedendo ad ulteriori concessioni di favore rispetto agli interessi delle big. Tuttavia, ciò porterebbe, ancora una volta, ad un compromesso al ribasso rispetto ai valori dello sport e fair play: le pari condizioni di partenza e la contendibilità delle competizioni ne risulterebbero a fortiori pregiudicate da un ulteriore dose di doping finanziario.

Ciò offre anche l’occasione per riflettere sull’esempio che il calcio offre anche per le nostre società: la forbice delle disuguaglianze si amplia? Bene, invece di lavorare in senso perequativo, formalizziamo e istituzionalizziamo tali disuguaglianze in privilegi di diritto, sembrerebbero dire Florentino Pérez e soci. [Un po’ lo stesso retropensiero di chi, per curare i Mali della democrazia, tra il serio e il faceto, propone l’abolizione del suffragio universale]. Da questo punto di vista, la proposta della Super-League calcistica non rappresenta che la testa di ariete di un neoliberismo sempre più selvaggio, contraddistinto da delocalizzazione, finanziarizzazione e oligopolizzazione.

I soliti fedeli del pensiero unico e della Chiesa Mercatista, per non bestemmiare il dio denaro, faranno presto a dire che hanno tutto il diritto di farlo, che la grande qualità dello spettacolo offerto guiderà “come una mano invisibile” i tifosi verso una nuova normalità calcistica, che è giusto che, come ogni società di capitale, anche i Top club perseguano i propri interessi e la massimizzazione dei profitti.

Non essendo parrochiano della stessa chiesa, mi permetto di sostenere una visione forse romantica. Dovremmo intendere l’elenco dei club fondatori della Super-lega come una lista di proscrizione e procedere alla radiazione di questi club e dei loro dirigenti da tutte le competizioni, nazionali e internazionali, di ogni ordine e grado, per insanabile incompatibilità con i valori dello Sport.

Agli attuali miti del pallone multimilionario, mi piace contrapporre le leggende umane del calcio di provincia, come, ad esempio, Ezio Vendrame, calciatore, scrittore e poeta, genio e sregolatezza. Diversi sono gli aneddoti legati al “George Best italiano”, ex del Padova e della Lanerossi Vincenza. Particolarmente significativo nell’offrire la diversa dimensione di quel calcio anni ‘70, ancora a misura d’uomo, riguarda il tentativo da parte dell’Udinese (sua ex squadra) di comprare per 7 milioni di Lire una sua cattiva prestazione in Udinese-Padova. Il Padova, in cui militava Vendrame all’epoca, navigava economicamente in cattive acque e in quella stagione pagava i suoi giocatori al minimo sindacale di 22.000 Lire, così Vendrame inizialmente accettò la ghiotta proposta di vendersi la partita per una così lauta cifra (“avevo giocato male molte altre volte… e gratis”, racconterà anni dopo in una sua autobiografia ‘Se mi mandi in tribuna, godo’). Tuttavia, una volta entrato in campo, fu a tal punto irritato dai fischi ricevuti all’ingresso in campo dal suo vecchio pubblico friulano da cambiare idea, decidendo di “punire quel pubblico di ingrati”: Vendrame condusse il Padova alla vittoria per 3-2 con una sua doppietta di cui leggendario fu il secondo gol, segnato direttamente da calcio d’angolo: prima di tirare fece il gesto di soffiarsi il naso sulla bandierina del corner e indicò a gesti ai tifosi avversari che da lì avrebbe segnato direttamente, come puntualmente accadde.

Parafrasando Vendrame, “fanculo ai vostri milioni, viva le 22.000 lire”.


[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/07/usa-new-york-times-jp-morgan-sapeva-da-tempo-dei-rischi-sui-mutui/492802/

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Sociologia Politica

Sovranismo, Patria e Marxismo

articolo di Gery Bavetta, socio ESC

Quante volte abbiamo sentito dire che i concetti di Nazione e quello di Patria, la difesa dello Stato sovrano e dei confini, così come la salvaguardia della cultura e dell’identità di un popolo siano valori di destra?
Tale luogo comune assai radicato, in realtà poco o nulla ha che vedere con la teoria marxista-leninista, improntata anch’essa alla sovranità dello Stato,orientata parimente verso gli ideali di patria, lavoro, di cultura e di identità del popolo.
Chi sostiene il contrario a mio avviso, non ha mai aperto un libro di Marx o di Lenin, che spiegano ben altra cosa, ovvero che quando si parla di tutto ciò bisogna ragionare soprattutto in termini di classe sociale, capire cioè quale sia la classe sociale dominante nel momento in cui si parla di patria, nazione, popolo e sovranità, ovvero chi controlla politicamente il potere statale: la borghesia o il proletariato?

Spesso la classe sociale borghese fa leva sul nazionalismo e sul patriottismo per ricompattare le proprie forze nei momenti di crisi, ma lo fa solo ed esclusivamente nel proprio interesse di classe.

Stalin in  “Il Marxismo e la questione nazionale” uno dei suoi maggiori e importanti testi teorici fa riferimento a quello di cui stiamo parlando: “Stretta da tutte le parti, la borghesia della nazione oppressa si mette naturalmente in movimento. Essa fa appello ai fratelli del basso popolo e incomincia ad inneggiare alla «patria spacciando la propria causa particolare come causa di tutto il popolo. Essa recluta il suo esercito di compatrioti, nell’interesse della… patria. E il basso popolo non resta sempre sordo agli appelli e si raccoglie intorno alla bandiera della borghesia: le persecuzioni contro la borghesia opprimono anche il popolo e suscitano il suo malcontento. Così incomincia il movimento nazionale. La forza del movimento nazionale dipende dalla misura in cui vi partecipano i larghi strati della nazione, il proletariato e i contadini. Il proletariato si metterà o no sotto la bandiera del nazionalismo borghese, secondo il grado di sviluppo delle contraddizioni di classe, secondo la sua coscienza e organizzazione. Un proletariato cosciente ha la propria bandiera provata, e non ha motivo di mettersi sotto la bandiera della borghesia”.

Quello citato da Stalin, sarà ovviamente un movimento borghese affabulatore e al tempo stesso ingannatore delle masse lavoratrici, poiché non mira ai loro interessi e alle loro rivendicazioni, ma usa il nazionalismo per unire il proletariato sotto la bandiera della borghesia.
Al ricorrere delle predette condizioni, al di là dei proclami, non si perseguirà l’interesse di tutto il popolo ma quello esclusivo di una sola classe sociale, la grande borghesia, che farà leva sui sentimenti comuni per portare poi avanti, però, i soli propri obiettivi.

La lotta di classe deve necessariamente essere una lotta nazionale, unendo i proletari in un partito politico. Sebbene non lo sia per il contenuto, la forma che riveste la lotta dei proletari contro la borghesia è all’inizio nazionale. Il proletariato di ciascun paese deve sbrigarsela innanzitutto con la sua propria borghesia.(Marx ed Engels; Manifesto del Partito Comunista).

Ma per meglio comprendere l’importanza di uno “Stato sovrano” oggi, bisogna prima spiegare cosa sia lo “Stato” nell’analisi marxista-leninista.
Lo Stato per Marx non è altro che l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe sull’altra.
Fermiamoci un attimo ora; proviamo a capire cosa accade invece oggi nello scenario politico italiana.
I partiti di destra che in questa fase sono percepiti dall’elettorato come sovranisti e patriottici in Italia sono Fdl e con la leadership di Salvini (dopo l’abbandono almeno nei proclami ufficiali, delle vecchie aspirazioni secessioniste e le invettive contro il sud e i meridionali), parzialmente la Lega.
Entrambe le forze abusano di questi due termini, sovranismo e patria, mortificandoli finendoli per confinare a slogan, al fine di espandere il proprio consenso elettorale.

A un osservatore non superficiale però non potrà sfuggire come i loro, in realtà, non siano altro che “patriottismo” e “sovranismo” “di cartone: concetti cioè solo di facciata, legati più alla grande borghesia che non ai lavoratori italiani e ai ceti popolari, assai poco vicini alla difesa dei diritti sociali, di contro schierati dalla parte del capitale italiano e straniero.

Non per niente se da una parte infatti, tali forze non fanno nulla per contrastare le grandi manovre di delocalizzazione delle grandi aziende italiane o anche il banale trasferimento all’estero delle loro sedi legali e fiscali (per ottenere significativi risparmi in termini di manodopera e sopratutto nel secondo caso, di tassazione), non preoccupandosi che in Italia però una massa significativa di persone rimanga senza lavoro; dall’altra, queste stesse forze politiche, permettono alle multinazionali straniere di operare in Italia, non rispettando i diritti dei lavoratori e usufruendo spesso di tassazioni irrisorie, con una conseguente perdita significativa di gettito fiscale per il nostro Paese.

E’ evidente che tali forze non possano seriamente definirsi sovraniste o patriottiche, quando nei fatti contribuiscono alla svendita della propria nazione agli interessi del capitale (italiano o straniero che sia) o di organismi sovranazionali che rispecchiano ormai gli interessi delle élite finanziarie come l’Unione Europea o interessi egemonici militari e geopolitici di un ristretto novero di nazioni capeggiati dagli Usa come accade per la Nato.

Ipotizziamo ora che ci sia un partito di destra veramente sovranista, che anziché tutelare il capitale straniero tuteli quello italiano, la situazione anche in quel caso però cambierebbe di poco, perché i lavoratori sarebbero sempre e comunque schiacciati dalle stesse logiche borghesi. Se la proprietà di Amazon anziché essere statunitense fosse italiana, cambierebbe forse la situazione dei suoi dipendenti in Italia? Assai improbabile: il problema rimane sempre legato ai rapporti di dominio e di proprietà di una classe sociale sull’altra, a prescindere dalla nazionalità.

Il tema dello stato sovrano rimane perciò legato alla classe sociale che lo guida, ossia la borghesia o il proletariato. Ovvero, Elkan/Agnelli, oppure la compagine lavorativa della Fiat, Benetton o i quadri, gli ingegneri e gli operai delle sue aziende.
Ovviamente in questa fase storica è ancora il grande capitalismo a far da guida e a star vincendo il conflitto di classe, come disse W. Buffet , uno degli uomini più ricchi al mondo: “è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”.

La direzione politica di una o dell’altra classe sarà dunque fondamentale nella direzione di uno stato sovrano, socialista o capitalista.
Ora, la parola sovranità nazionale, per ritornare al concetto, dovrebbe essere una delle parole chiave di un partito comunista.
Quando un partito comunista disserta di sovranità nazionale, infatti, lo fa perché rivendica il ruolo dirigente, politico e rivoluzionario della classe lavoratrice che deve porsi politicamente alla guida dello stato sovrano per fare il socialismo: non è possibile fare il socialismo senza essere sovrani delle proprie politiche.

La differenza tra un sovranismo di destra e un sovranismo di sinistra sta dunque proprio nella classe sociale che ne guida i processi di costituzione.
Quando la destra si rifà alla sovranità nazionale, in realtà sta servendo un potere politico ed economico dominato dalla ricca borghesia nazionale ( o nazionalizzata sotto falsa veste, perché il capitale è oggi nei fatti assai internazionalizzato e globalizzato) e lo fa a discapito della classe lavoratrice nazionale che invece continuerà a rimanere sfruttata.
Marx ha affermato che: lo Stato non è un elemento neutrale rispetto alla lotta di classe, ma sarà lo strumento di dominio con cui una classe al potere ne opprime un altra.

In definitiva non basta uno stato sovrano per fare il socialismo, ma è altresì vero che non è possibile fare il socialismo senza uno stato sovrano.

Lo “stato sovrano nazionale borghese” dove la direzione politica è determinata dai capitalisti, non ha nulla a che vedere con lo “stato sovrano nazionale proletario” dove la direzione politica è dettata dalla classe lavoratrice.

Lanciando uno sguardo alla politica internazionale, quando osserviamo la Corea del Nord che esalta se stessa, in realtà sta esaltando lo Stato sovrano socialista e ciò non ha nulla a che vedere con i nazionalismi di destra, che sono ben altra cosa e che guardano a un processo di sfruttamento dove la borghesia è al potere. 

La prassi politica interna alla Corea del Nord seppur differente da quella che fu dell’Unione Sovietica, comunque non dovrà essere vista nell’ottica di una deviazione o di una visione alterata del marxismo-leninismo o di quei principi, bensì ne è la sua più naturale essenza, cioè quella di adattare la teoria rivoluzionaria alla prassi,ossia all’azione, esaltando in maniera positiva la difesa della patria dall’imperialismo e quello della propria cultura e dei diritti dei lavoratori a difesa dalla globalizzazione, salvaguardando i propri confini dal capitalismo e dalle ingerenze straniere: questo fa uno stato sovrano socialista.

Cuba per cambiare esempio, è uno stato sovrano nazionale, così come lo furono l’Unione Sovietica e i paesi del Socialismo reale.

All’interno di queste nazioni si tutelavano innanzitutto i diritti dei lavoratori dal capitalismo, ma si difendevano anche e sopratutto così come la propria lingua, la propria storia e cultura, ma contestualmente anche quelle delle proprie minoranze etniche e linguistiche .
Se osserviamo i processi storici dalla rivoluzione d’ottobre in avanti, abbiamo una serie di stati sovrani nazionali, che mirano a costruire il socialismo dentro la propria nazione e che puntano nella lotta contro il capitalismo su scala mondiale, unendosi e formando una collaborazione tra “stati sovrani”, che viene chiamato internazionalismo.

L’internazionalismo non ha nulla a che vedere con la globalizzazione, sono due concetti netti e contrapposti. L’internazionalismo punta infatti al rapporto di collaborazione tra nazioni, per cui è un rapporto “inter-nazionale”, che non può esistere appunto senza gli stati sovrani nazionali socialisti. L’internazionalismo comunista ambisce quindi ad avere un mondo unito in stati sovrani nazionali sotto la direzione politica della classe lavoratrice; la globalizzazione economica attuale, invece, non è altro che la visione “apparente” di un mondo cosmopolita sotto la direzione dei capitalisti e della grande finanza internazionale, che riducono tutto a merce e profitto, distruggendo il lavoro e i diritti sociali.

La conquista del potere politico per i lavoratori, attraverso il controllo dello Stato, in definitica è una condizione fondamentale e necessaria dentro un processo rivoluzionario che miri a costruire il socialismo.

Patriottismo e sovranismo sono, concludendo, concetti organici all’ideologia comunista: lasciare queste importanti questioni alle forze politiche borghesi significa non essere rivoluzionari, né tanto meno essere comunisti.

Come disse il CHE: “Patria o Muerte !!!”

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Economia Storia

Maastricht e tutto il resto

Articolo di Wynne Godley, ottobre 1992

segnalato da Valerio Macagnone, segretario ESC

Moltissime persone in Europa si sono rese conto improvvisamente di quanto il Trattato di Maastricht potrebbe interessare direttamente le loro vite e quanto poco ne conoscano i contenuti. La loro legittima ansia ha spinto Jacques Delors a fare una dichiarazione secondo la quale il punto di vista della gente comune, in futuro, dovrebbe essere consultato. Avrebbe potuto pensarci prima.
Sebbene io sostenga il passaggio verso l’integrazione politica in Europa, credo che le proposte di Maastricht, così come sono, presentino gravi carenze, e inoltre credo che la discussione pubblica di queste proposte sia stata curiosamente, se non quasi completamente, limitata. Con il rifiuto danese, il quasi rifiuto della Francia, e la sopravvivenza del meccanismo di cambio messa in questione a causa dei saccheggi da parte dei mercati valutari, credo sia giunto il momento di fare alcune riflessioni.

L’idea centrale del Trattato di Maastricht è che i Paesi della CE dovrebbero muoversi verso l’unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma qual è il resto della politica economica da approntare? Poiché il trattato non propone alcuna nuova istituzione eccetto quella di una banca europea, chi sponsorizza tale trattato probabilmente crede che non occorra fare di più. Ma questo sarebbe corretto solamente nel caso in cui le economie moderne fossero dei sistemi soggetti ad una auto-regolazione i quali, di conseguenza, non avrebbero assolutamente bisogno di alcuna gestione.
Sono spinto a concludere che tale punto di vista – cioè che le economie siano organismi che si auto-regolano e che quindi mai e in nessun caso ci sia la necessità di una gestione di quest’ultime – ha effettivamente determinato la modalità con la quale è stato inquadrato il Trattato di Maastricht. Stiamo parlando della visione estrema ed esplicita, che da qualche tempo costituisce la “saggezza convenzionale” in Europa (ma non negli Stati Uniti o in Giappone), per cui i governi non siano in grado di raggiungere, e quindi non dovrebbero cercare di raggiungere, nessuno dei tradizionali obiettivi di sviluppo di una politica economica, come ad esempio la crescita e la piena occupazione. Tutto ciò che si può legittimamente fare, secondo quel punto di vista, è controllare l’offerta della moneta e il pareggio del bilancio. C’è voluto un gruppo in gran parte composto da banchieri (il Comitato Delors), per giungere alla conclusione che una banca centrale indipendente è l’unica istituzione sovranazionale necessaria per gestire una Europa integrata e sovranazionale.
Ma c’è molto di più. Bisognerebbe sottolineare fin da subito che la creazione di una moneta unica in Europa, a queste condizioni, porrebbe fine alle sovranità dei suoi Stati membri e quindi al loro legittimo diritto di agire indipendentemente sulle rispettive questioni principali del proprio Paese.
Come l’onorevole Tim Congdon ha sostenuto in modo molto convincente, il potere di emettere la propria moneta, attraverso la propria banca centrale, è ciò che principalmente definisce l’indipendenza di una nazione. Se un Paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia. Quest’ultimi, ovviamente, non subiscono una svalutazione ma non hanno, allo stesso tempo, il potere di finanziare il proprio disavanzo attraverso la creazione di denaro, devono rispettare la regolamentazione imposta da un organo centrale per ottenere altri metodi di finanziamento e non possono cambiare i tassi di interesse. Dato che gli enti locali non sono, quindi, in possesso di nessuno degli strumenti di politica macroeconomica, la loro scelta politica è limitata a questioni minori e puramente enfatiche. Penso che quando Jacques Delors pone enfasi sul principio di ‘sussidiarietà’, in realtà vuol dire che ci sarà consentito prendere decisioni in merito a un “maggior numero” di questioni relativamente importanti, più di quanto avremmo mai potuto immaginare. Forse ci permetterà di avere i “cetrioli con i capelli ricci”, dopo tutto. Come saremo fortunati!
Quel governo dovrebbe anche determinare il punto fino a dove qualsiasi “buco” tra la spesa e la tassazione è finanziato facendo intervenire la banca centrale e quanto verrebbe finanziato mediante un prestito e a quali condizioni. Come i governi decidono circa le sopracitate (e altre) questioni e la qualità della leadership che possono implementare, renderà possibile, in interazione con le decisioni degli individui, delle imprese e degli stranieri, determinare per esempio: i tassi di interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione, il tasso di crescita e il tasso di disoccupazione. Il governo centrale di quello Stato sovrano potrà anche profondamente influenzare la distribuzione del reddito e della ricchezza, non solo tra individui ma anche tra intere regioni e assistere, si spera, quelle colpite dai cambiamenti strutturali.
Semplificare il discorso quando parliamo dell’uso dei suddetti strumenti è quasi impossibile e questo per via di tutte loro inter-dipendenze atte a promuovere il benessere di una nazione e a proteggerlo dagli attacchi di varia natura a cui sarà inevitabilmente sottoposto. Avrebbe difatti solo un significato limitato, per esempio, dire che i bilanci devono essere sempre in pareggio. Un bilancio in pareggio, per esempio con la  spesa e la tassazione entrambe al 40 per cento del PIL, avrebbe un impatto completamente diverso (e molto più espansivo) di un bilancio in pareggio al 10 per cento del PIL. Per farsi un’idea della complessità e dell’importanza delle decisioni macroeconomiche di un governo, uno potrebbe ad esempio domandarsi quale sia la proposta più adeguata circa la politica fiscale, monetaria e dei tassi di scambio di un Paese in procinto di produrre una grande quantità di petrolio e che deve confrontarsi con una quadruplicazione del prezzo del petrolio stesso. Sarebbe giusto non fare nulla? E non bisognerebbe mai dimenticare che nei periodi di crisi profonda, potrebbe anche essere adeguato per un governo centrale commettere un peccato contro lo Spirito Santo di tutte le banche centrali e invocare la ‘tassa da inflazione’ – deliberatamente appropriandosi di risorse riducendo, attraverso l’inflazione, il valore reale della ricchezza monetaria di una nazione. È stato, dopo tutto, per mezzo del tasso d’inflazione che Keynes propose di pagare la guerra.
Dico questo non per suggerire che la sovranità non dovrebbe essere ceduta per la nobile causa dell’integrazione europea, ma per affermare che se tutte le funzioni precedentemente descritte sono estranee ai singoli governi queste funzioni devono semplicemente essere assunte da qualche altra autorità. L’incredibile lacuna nel programma di Maastricht è che, sì contiene un progetto per l’istituzione e il modus operandi di una banca centrale indipendente ma, non esiste alcun progetto analogo, in termini comunitari, di un governo centrale. Eppure, ci dovrebbe semplicemente essere un sistema di istituzioni che soddisfi tutte quelle funzioni a livello comunitario e che sono attualmente esercitate dai governi centrali dei singoli Paesi membri.
La controparte per la rinuncia alla sovranità dovrebbe essere che le nazioni componenti dell’UE si costituiscano in una federazione a cui è affidata la loro sovranità. E il sistema federale, o di governo, come sarebbe meglio denominarlo, eserciterebbe tutte quelle funzioni, che ho brevemente descritto sopra, in relazione ai suoi Stati membri e con il mondo esterno.
Consideriamo due esempi importanti di ciò che un governo federale, responsabile di un bilancio federale, dovrebbe fare.
I Paesi europei sono attualmente bloccati in una grave recessione. Allo stato attuale, se consideriamo anche che le economie di Stati Uniti e Giappone stanno anch’esse vacillando, è molto poco chiaro quando avrà luogo un significativo recupero. Le responsabilità politiche di questa situazione stanno diventando evidenti. Tuttavia, l’interdipendenza delle economie europee è già così grande che nessun singolo Paese, con l’eccezione della Germania, si sente in grado di perseguire politiche espansive per proprio conto, perché ogni Paese che cercasse di espandersi dovrà presto confrontarsi con i vincoli di un bilancio dei pagamenti. La situazione attuale sta gridando ad alta voce per un rilancio economico coordinato, ma non esistono né le istituzioni, né un quadro di pensiero concordato che porterebbe a questo risultato, ovviamente, desiderabile. Si deve francamente riconoscere che se la depressione davvero volgesse al peggio – ad esempio, se il tasso di disoccupazione tornasse al 20-25 per cento degli anni Trenta – gli Stati membri dell’UE prima o poi eserciteranno il loro diritto sovrano di dichiarare il periodo di transizione verso un’integrazione, un disastro, e ricorreranno allo scambio reciproco di protezione e controlli – una economia di assedio, se vuoi. Ma questo equivarrebbe a un ritorno al periodo intercorso tra le due guerre.
Se ci fosse una vera unione economica e monetaria, dove il potere di agire in modo indipendente degli Stati membri fosse stato effettivamente abolito, una reflazione ‘coordinata’, di cui c’è così urgente bisogno ora, potrebbe solo essere intrapresa da un governo federale europeo. Senza tale governo, l’UEM impedirebbe un’azione efficace da parte dei singoli Paesi e non cercherebbe assolutamente di mettere a posto le cose.
Un altro ruolo importante che un governo centrale deve svolgere è quello di procurare una rete di sicurezza per il sostentamento delle regioni che si trovino in difficoltà a causa di problemi strutturali – a causa del declino di alcune industrie, per esempio, o a causa di qualche negativo cambiamento economico-demografico. Attualmente questo avviene nel corso naturale degli eventi, senza che nessuno se ne accorga, perché gli standard comuni dei servizi pubblici (per esempio, la sanità, l’istruzione, le pensioni e i sussidi per la disoccupazione) e un comune (si spera, progressivo) onere di tassazione sono entrambi generalmente istituiti da governi con sovranità monetaria. Di conseguenza, se una regione subisse un insolito grado di declino strutturale, il sistema fiscale genererebbe automaticamente i trasferimenti netti a favore di essa. In extremis, una regione che produrrebbe nulla non morirebbe di fame perché sarebbe titolare di pensioni, indennità di disoccupazione e il reddito dei dipendenti pubblici.

Ma cosa succederebbe, se un intero Paese – una potenziale ‘regione’, in una comunità completamente integrata – subisse una grave battuta d’arresto strutturale? Finché è uno Stato sovrano, potrebbe svalutare la propria moneta. Potrebbe quindi comunque implementare con successo politiche di piena occupazione se i cittadini accettassero il taglio necessario ai loro redditi reali. Con una unione economica e monetaria, questa strada sarebbe ovviamente sbarrata, e questa prospettiva sarebbe gravissima a meno che ci fosse la possibilità di adottare disposizioni federali di bilancio che abbiano una funzione redistributiva. Come è stato chiaramente riconosciuto nella relazione MacDougall, pubblicata nel 1977, ci deve essere un quid pro quo (controcambio) per abbandonare la possibilità di svalutare in termini di redistribuzione fiscale. Alcuni scrittori (come Samuel Brittan e Sir Douglas Hague) hanno fortemente suggerito che l’UEM, abolendo il problema della bilancia dei pagamenti nella sua forma attuale, risolverebbe davvero il problema, qualora esistesse, della persistente incapacità di competere con successo nei mercati mondiali. Ma, come il professor Martin Feldstein ha sottolineato in un importante articolo dell’Economist (13 giugno), questo argomento è alquanto pericoloso e sbagliato. Se un Paese o una regione non ha alcun potere di svalutare, e se questo Paese non è il beneficiario di un sistema di perequazione fiscale allora, un processo di declino cumulativo e terminale sarebbe inevitabile e condurrebbe, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà e fame. Sono d’accordo con la posizione di coloro (come Margaret Thatcher) che, di fronte a una perdita di sovranità, desiderano immediatamente scendere dal treno UEM (Unione Economica Monetaria). Simpatizzo anche con coloro che cercano l’integrazione europea ma, sotto la giurisdizione di una Costituzione federale, con un bilancio federale molto più grande di quello di un bilancio comunitario. Quello che trovo assolutamente sconcertante è la posizione di coloro che mirano a una unione economica e monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (a parte una nuova banca centrale), e che alzano con orrore le mani quando le parole ‘federale’ o ‘federalismo ‘ vengono pronunciate. Quest’ultima è la posizione attualmente adottata dal governo e dalla maggior parte di coloro che prendono parte alla discussione pubblica.


Fonte: Maastricht and All That di Wynne Godley articolo dell’ottobre 1992, Tradotto da Davide Provenzale

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Costituzione

Licenziamenti: la consulta dichiara incostituzionale la modifica dell’art. 18 della “Fornero”

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

La Corte Costituzionale è intervenuta con una recente pronuncia a dichiarare l’illegittimità della previsione normativa contenuta nell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, così come riformata dalla Legge Fornero (n. 90/2012). In particolare, la consulta ha rilevato l’incostituzionalità per violazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione, della parte della norma in cui si prevede una differente disciplina in materia di reintegra nell’ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo e le differenti fattispecie di licenziamento per giusta causa e giustificato motivo soggettivo.

Infatti, la censura evidenziata dalla Corte riguarda la previsione della facoltà di reintegra nel caso di licenziamento economico nella misura in cui il fatto posto alla base del licenziamento sia manifestamente insussistente, distinguendola dalla previsione di obbligatorietà di reintegrazione nei casi di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo. Tale differenza di disciplina determina, ad avviso della Corte, una chiara violazione del principio di eguaglianza di cui all’art. 3 in virtù della irragionevole disparità di trattamento tra il licenziamento economico e quello per giusta causa, rimettendo alla discrezionalità dell’organo giudicante la scelta tra l’indennità e la reintegra senza alcun criterio direttivo.

Una pronuncia che si inserisce nel contesto degli orientamenti giurisprudenziali che avevano rilevato profili critici delle riforme del mercato del lavoro e delle tutele nel caso di licenziamento degli ultimi anni, tra cui è bene ricordare la sentenza n. 194 del 2018 con la quale la consulta aveva dichiarato l’illegittimità dell’art. 3, comma 1 del D. Lgs n. 23/2015 (Jobs Act) censurando la rigidità e la inadeguatezza del meccanismo di calcolo dell’indennità contro i licenziamenti ingiustificati che non realizzava né “un equilibrato componimento degli interessi in gioco: la libertà di organizzazione dell’impresa da un lato e la tutela del lavoratore ingiustamente licenziato dall’altro”, né un efficace strumento deterrente per i licenziamenti ingiusti da parte datoriale.

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Economia

Dai “ristori” ai “sostegni”: cambia il governo, restano gli “avanzi”

Articolo scritto da Pietro Salemi, vice-presidente di ESC

Il decreto “sostegno”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 22 marzo, rappresenta certamente il primo, vero banco di prova del governo Draghi, almeno per ciò che concerne le misure di sostegno all’economia necessarie a causa del protrarsi delle restrizioni anti-Covid. Prima di addentrarsi in una pur succinta analisi del decreto “sostegno”, è utile ripercorrere una breve cronistoria delle misure già predisposte nel corso del (già tragico) 2020 dal governo Conte II. Per ragioni di economia espositiva, l’approccio si concentra particolarmente sulle misure economiche a sostegno dei lavoratori: intendendo inclusi in questa macro-categoria (come contrapposta a quello dei cd. rentiers), sia i lavoratori dipendenti in senso stretto, sia le partita IVA e i piccoli imprenditori.

Il 17 marzo 2020 venne varato il decreto “cura Italia” con cui furono stanziati i primi 25 miliardi di Euro come risposta al divampare della pandemia che costringeva gran parte degli italiani a restare a casa, sospendendo ogni attività lavorativa “non essenziale”. Le principali risposte offerte dal “cura Italia” riguardavano blocco dei licenziamenti e varo della cassa integrazione in deroga, accesso agevolato al credito bancario garantito (in tutto o in parte dallo Stato), sospensione di alcune scadenze fiscali per le piccole imprese ed un primo stanziamento di risorse (invero, piuttosto blando) per il potenziamento del sistema sanitario nazionale.

I primi “ristori” a fondo perduto furono varati il 20 maggio 2020 con il Decreto “rilancio” in cui furono stanziati 55 miliardi complessivi, di cui 16 miliardi, appunto, per il fondo perduto alle imprese colpite dalla pandemia e dalle restrizioni anti-Covid (20% della perdita di fatturato tra aprile 2019 e aprile 2020). Inoltre, il decreto “rilancio” metteva sul piatto bonus per le partite IVA di 600 € per aprile e 1000 € per maggio destinati ai professionisti, crediti d’imposta al 60% per gli affitti degli immobili commerciali e per adeguamento locali e acquisto DPI, riduzione oneri sulle bollette, oltre al rifinanziamento della cassa integrazione, unito alla proroga del blocco ai licenziamenti per giustificato motivo oggettivo. Il sito del MEF le battezza come le “misure per rimettere in moto il Paese”: il seguito si preoccupò di mostrarci quanto potesse invecchiare male tale locuzione propagandistica.

Alla vigilia del Ferragosto, il Decreto “Agosto” stanziava ulteriori 25 miliardi di Euro per contributo sulle forniture della filiera italiana, per il contributo centri storici e per l’ulteriore estensione della cassa integrazione fino al 31 dicembre (9+9 settimane).

Si arriva, così, alla “seconda ondata”, con il Decreto Ristori I di fine ottobre (5 miliardi totali di aiuti) con cui si provvede ad una riparametrazione (al 100%, 150%, 200% o 400%, a seconda del codice ATECO e del grado di invasività delle restrizioni anti-Covid) dei contributi a fondo perduto già erogati con il decreto “rilancio”. I coefficienti furono, in effetti, riaggiustati (al rialzo) anche con i successivi “ristori bis” e “ristori ter”, emanati rispettivamente ad inizio e a fine novembre 2020. Quest’ultimo decreto si preoccupava, inoltre, di estendere per i mesi di ottobre, novembre e dicembre i crediti d’imposta sugli affitti di immobili commerciali. Com’è tristemente noto, tali decreti “ristori” furono anche aspramente criticati, non solo per l’insufficienza complessiva dei fondi perduti messi a disposizione, ma anche per aver tagliato fuori, con criteri di ammissibilità ai benefici eccessivamente stringenti e restrittivi, svariate attività, lasciate ingiustamente senza alcun ristoro (o per ragioni di codice ATECO o perché start-up, effettivamente avviate dopo il maggio 2019, quindi con fatturato nullo ad aprile 2019).

Si chiude così l’anno 2020 dal bilancio catastrofico sia per le imprese e le famiglie, sia per il governo Conte, chiamato a sostenerle. Si consideri, infatti, che per ammontare complessivo dei sussidi, contributi a fondo perduto, cassa integrazione e sgravi fiscali, elargiti causa Covid, siamo, assieme alla Spagna, coloro che hanno ‘aiutato’ in misura più contenuta i propri cittadini/imprese nel confronto con i principali paesi dell’Unione, nonostante, al contempo, siamo stati la nazione che in Europa ha registrato il più alto numero di vittime a causa del Covid (dopo il Belgio) e, contestualmente, abbiamo subito il crollo del Pil più rovinoso di tutta l’Ue.

L’anno scorso ogni cittadino italiano ha ipoteticamente ricevuto 1.979 euro dallo Stato per fronteggiare gli effetti negativi provocati dalla pandemia, contro una media dei paesi dell’Area Euro che si stima in 2.518 euro pro capite (+539 euro rispetto alla media Italia). L’Austria, ad esempio, ha erogato 3.881 euro per ogni abitante (+1.902 euro rispetto a noi), il Belgio 3.688 euro (+1.709 euro), i Paesi Bassi 3.443 euro (+1.464 euro), la Germania 2.938 (+ 959 euro) e la Francia 2.455 euro (+476 euro rispetto all’Italia)[1].

Giungiamo così al recente “decreto sostegno”, con cui il cosiddetto “governo dei migliori” era chiamato ad offrire risposta non solo a tutte le carenze dei precedenti provvedimenti a firma Conte-Gualtieri, ma anche a oltre 4 mesi di totale abbandono di imprese e lavoratori al loro triste destino di chiusure a singhiozzo.  

Tale decreto riserva circa 12 miliardi in contributi a fondo perduto per imprese e lavoratori autonomi. Altri 10 miliardi andranno alla Cassa integrazione e altre forme di sostegno al lavoro, 2 miliardi alle infrastrutture e trasporti 1 miliardo per il reddito di cittadinanza e reddito di emergenza e infine 6 miliardi per sanità e vaccini, per un totale complessivo di 32 miliardi di Euro. Si tratta, dunque, di uno sostegno all’economia in linea, almeno in valori assoluti, con quanto già fatto in precedenza dalla premiata ditta Conte-Gualtieri, ma che, se spalmato sul periodo più ampio da ristorare (4 mesi, invece di 2), risulta ancor più esiguo e insufficiente.

Entrando nel merito sul tema ristori, cambia il metodo di calcolo, ma la sostanza resta pressoché la stessa, se non peggiore. Il ristoro a fondo perduto non si calcola più sulla base di un raffronto secco tra aprile 2019 e aprile 2020, bensì sulla base della perdita di fatturato media mensile tra il 2019 e il 2020. Così come disposto nei precedenti decreti, il contributo spetta a condizione che “l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2020 sia inferiore almeno del 30 per  cento  rispetto  all’ammontare medio mensile del fatturato 2019” (art .1 comma 4 del Dl ‘sostegni’). Non devono, però, abbagliare le nuove percentuali di fondo perduto da applicare perdite di fatturato medio mensile: esse vanno dal 60% al 20% a seconda del volume d’affari dell’impresa in questione, ma sono, allo stesso tempo, calcolate su un singolo mese “medio” e destinate a coprire un periodo di almeno quattro mensilità (che va almeno da gennaio a fine aprile 2021, nella più ottimistica ipotesi). Lascio al lettore le operazioni aritmetiche di divisione di tali percentuali di ristoro spalmate su tali mesi da ristorare (con i relativi costi fissi) e le valutazioni del caso.

Tuttavia, per facilitare i conti riferiti all’intero anno 2020 da ristorare, possiamo affidarci al recente studio della FIPE[2], secondo cui con il decreto Sostegni il ristorante tipo che nel 2019 fatturava 550mila euro e che nel 2020, a causa degli oltre 160 giorni di chiusura imposti dalle misure di contenimento della pandemia da Covid, ha perso il 30% del proprio fatturato, 165mila euro, beneficerà di un contributo una tantum di 5.500 euro. Poco cambia per un bar tipo. Chi nel 2019 fatturava 150mila euro e ne ha persi 25mila a causa delle restrizioni, avrà diritto a un bonus di 1.875 euro, il 4,7% della perdita media annuale. Con i vari decreti Ristori prima, e il nuovo decreto Sostegni oggi, sono stati erogati – osserva lo studio FIPE- in tutto 22 miliardi di euro. Una cifra che non consente neanche la copertura dei costi fissi. Servirebbero, sempre secondo i calcoli FIPE, altri 18 miliardi per arrivare alla copertura di solo il 10% delle spese fisse che, nonostante tutto, una piccola impresa si trova comunque ad affrontare.

Non va certo meglio, se si guarda alla cassa integrazione e al blocco ai licenziamenti. Com’è noto, le due misure viaggiano a braccetto, seguendo il medesimo destino, e con il decreto “sostegno” si prevede la proroga degli ammortizzatori sociali, come segue: per una durata massima di 13 settimane nel periodo compreso tra l’1 aprile e il 30 giugno 2021 in relazione al trattamento di Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO); per una durata massima di 28 settimane nel periodo compreso tra l’1 aprile e il 31 dicembre 2021 a titolo di assegno ordinario e cassa integrazione in deroga, destinati a piccole imprese artigianato e terziario. Se da un lato, la proroga di tali misure è da accogliersi favorevolmente quando la si compari con l’ipotesi di staccare immediatamente la spina a questi lavoratori, dall’altro, l’aver cominciato a tracciare una rimozione selettiva e progressiva di tale sostegni, lascia implicitamente intravedere già il momento in cui la situazione sarà lasciata alle sapienti cure della mano invisibile del mercato: 30 giugno per le CIGO e fine ottobre per la CIG in deroga.

Gli apologeti delle doti taumaturgiche del “governo dei migliori”, capitanato da Draghi, potrebbero rimanere delusi: al netto dello stralcio delle cartelle esattoriali fino a 5000€ della decade 2000-2010, i “sostegni” all’economia finiscono praticamente qui. Il decreto ‘sostegno’ risponde, in effetti, alla medesima logica di fondo già assunta con i precedenti ristori: non partire da ciò di cui ci sarebbe davvero bisogno per poi reperire i fondi necessari (un “what ever it takes”, si direbbe), bensì distribuire quel poco che è consentito rimediare senza mettere in discussione il sistema (del debito).

Con un calo del PIL del 9% nel 2020, con stime di crescita 2021 in continuo calo e con il virus che ancora divampa al ritmo di 400 morti  e 20.000 contagi al giorno, con 5,6 milioni di persone in povertà assoluta (record dal 2005, con un aumento di ben un milione nell’ultimo anno solare)[3], con una proiezione di disoccupazione 2021 che sfonda la doppia cifra (11%)[4] e con una quota sempre maggiore di lavoratori scoraggiati, con il 21% di tutte le PMI d’Italia a rischio fallimento e 544 piccole imprese fallite ogni giorno (!) nel 2020[5], della “distruzione creatrice del mercato”, profetizzata da Draghi, la “distruzione” non necessita altre didascalie.

La parte creativa? La distruzione del tessuto delle piccole e medie imprese italiane “crea” la predazione di tali attività (o per via acquisitiva o per semplice cattura delle quote di mercato) da parte di realtà di grandi dimensioni e possibilmente con struttura multinazionale (come ad esempio le mafie). Si tratterà di un’accelerazione dei processi di oligopolizzazione dei mercati, già in atto anche prima del Covid, che unito all’aumento della povertà assoluta “crea” un ulteriore e drammatico aumento delle disuguaglianze (economiche, politiche, culturali) di non poco momento anche per la tenuta democratica. Mercati (anche del lavoro, sempre più) oligopolizzati, povertà diffusa e disoccupazione crescente (soprattutto giovanile) “creano” maggiore ricattabilità da parte del datore di lavoro (ancora una volta, anche mafioso) e maggiore spinta al ribasso su diritti e salari.

Chi sperava in una miracolosa moltiplicazione di pani e di pesci, dovrà accontentarsi di una divisione di briciole e avanzi. Sarebbe meglio abbandonare la fiduciosa resilienza per passare alla resistenza.


[1] Fonte Ufficio Studi CGIA Mestre: cdhttps://www.adnkronos.com/covid-bonus-e-aiuti-a-cittadini-e-imprese-italia-ultima-in-ue_3steQqL51B1szvVUwH9KD

[2] https://www.fipe.it/comunicazione/note-per-la-stampa/item/7697-dl-sostegni-5-500-euro-ai-locali-che-ne-hanno-persi-165mila-fipe-confcommercio-una-fragile-stampella.html

[3] Fonte ISTAT:

https://www.huffingtonpost.it/entry/istat-la-poverta-assoluta-torna-a-crescere-e-tocca-il-record-dal-2005_it_6040b43fc5b617a7e412f0ae

[4] Fonte ISTAT: https://www.istat.it/it/archivio/251214

[5] Fonte Rapporto CERVED PMI: https://know.cerved.com/wp-content/uploads/2020/11/RAPPORTO-CERVED-PMI-2020-2.pdf

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Storia

Risorgimento, socialismo e questione meridionale

Articolo di Valerio Macagnone, Segretario di ESC

Il 27 Maggio 1860, il generale Garibaldi, dopo aver escogitato uno stratagemma diversivo che disorienta la colonna guidata dal colonnello Von Mechel, penetra a Palermo e affronta le truppe borboniche al Ponte dell’ammiraglio dove grazie a un’azione congiunta dei volontari del colonnello Tüköry e la compagnia guidata da Giacinto Carini riesce vittoriosamente a superare le difese regie e a sormontarle riuscendo ad arrivare a Piazza della Fieravecchia (oggi Piazza della Rivoluzione) e a stabilire il proprio quartier generale al palazzo Pretorio dove organizzerà la direzione politica della sua dittatura già proclamata a Salemi. Garibaldi è perfettamente consapevole della necessità dell’appoggio popolare alla causa e del decisivo contributo dei volontari siciliani per la sua spedizione e a lungo aveva esitato, arrivando a sconsigliare l’azione immediata al patriota siciliano Rosolino Pilo. Il retroscena della spedizione dei mille (1089 per la precisione) vede come protagonisti i patrioti siciliani (La Masa, Pilo e Crispi) i quali erano persuasi della bontà della impresa in ragione della situazione storica siciliana. La Sicilia, infatti, è in fermento, e l’ala repubblicana dei patrioti risorgimentali è convinta di far partire il moto unitario fomentando l’insurrezione popolare al Sud contro il regime dei Borbone (come testimonia altresì l’episodio infelice della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane). La rivoluzione indipendentista del 1848 (orientata all’unione confederale), le rivolte tra il ’49 e il ’60 e i moti del 1820 e del 1837, d’altro canto, testimoniano l’insofferenza storica dei siciliani nei confronti dei Borbone e delle loro politiche austeritarie e repressive. Esemplari le parole di Karl Marx nel suo scritto “La Sicilia e i siciliani”del 1860: “[…] attualmente, l’oppressione politica, amministrativa, e fiscale schiaccia tutte le classi della popolazione; e queste ingiustizie sono sotto gli occhi di tutti. Ma quasi tutte le terre sono ancora nelle mani di un numero relativamente piccolo di latifondisti o baroni. […]. Ora la Sicilia è di nuovo insanguinata, e l’Inghilterra è la distaccata spettatrice di queste nuove orge dell’infame Borbone, e dei suoi non meno infami favoriti, laici o clericali, gesuiti o uomini d’arme.[…] Non un grido di indignazione si leva in tutta Europa. Nessun capo di governo e nessun parlamento chiede la messa al bando di quell’idiota assetato di sangue di Napoli.”

Dopo la repressione della rivolta della Gancia del 4 Aprile 1860 guidata da Francesco Riso, conclusasi con un insuccesso a causa di una denuncia della polizia segreta, l’attività cospirativa e di rivolta continuò nelle campagne circostanti Palermo dando modo a Crispi, Pilo e La Masa di convincere Garibaldi dell’intervento in Sicilia.

La Sicilia, dunque, è vista come la scintilla necessaria per il processo unitario nel Sud Italia, d’altronde non poteva ignorarsi il malcontento popolare derivante delle condizioni economiche dell’agricoltura siciliana che era stazionaria e retrograda, secondo quanto sostenuto dall’economista catanese Alessio Scigliani nel 1837, infatti, gli investimenti volti a migliorare i canali di irrigazione, la strumentazione e le tecniche colturali erano pressoché nulli e la maggioranza degli agricoltori, benché fittavoli, versavano in condizioni di povertà a causa dell’elevato livello delle imposte. Una situazione socio-economica di carattere feudale con un tasso di analfabetismo di circa il 90% in cui venivano tenuti intatti i diritti medievali del possesso della terra e dove esistevano notevoli carenze infrastrutturali (all’appuntamento dell’Unità nazionale la Sicilia arriverà senza un metro di strada ferrata) tanto che nei giorni della battaglia di Milazzo fu Garibaldi ad autorizzare la società Adami e Lemmi alla progettazione del primo tronco ferroviario siciliano. Antonio Gramsci a tal riguardo scriverà: “le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borboni nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l’agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale; non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione per la sua speciale conformazione, possedeva.”[1]A fronte della stagnante situazione siciliana, i proclami del socialista Garibaldi per la distribuzione della terra ebbero seguito quando, dopo la presa di Palermo concretizzatasi dopo tre giorni di combattimento a cui prese parte la popolazione insorta, il 2 Giugno 1860 il generale emetterà un decreto con cui provvede alla ripartizione delle terre demaniali (beni comunali o statali) in favore di coloro che non erano in possesso di poderi e che accettavano di militare, inoltre emanerà provvedimenti per l’abolizione dei dazi sulle derrate di prima necessità, l’abolizione della tassa sul macinato e la soppressione delle congregazioni religiose dei Gesuiti e dei Liguorini i cui beni vennero devoluti alle università siciliane. Venne inoltre nominata una commissione per l’accertamento delle opere d’arte onde evitare che venissero trafugate e venne abolito il titolo di eccellenza e il baciamano. Tuttavia, se da un lato l’attività riformista del generale provocò gli entusiasmi dei ceti popolari, dall’altro provocò accanimenti e confusioni e infine la prevalenza delle ragioni dei “galantuomini” siciliani quando si trattò di tutelare l’ordine pubblico.

Intanto da Torino, Cavour, sospettoso come sempre nei riguardi di Garibaldi e Crispi, mandò un emissario, Giuseppe La Farina, il cui obiettivo era di screditare l’operato garibaldino, fomentare animosità e chiedere l’annessione immediata al Piemonte, ma ciò non avvenne per risolutezza dello stesso Garibaldi che continuò a essere inviso al ministro piemontese anche dopo, come risulta evidente dai rapporti epistolari del conte coi suoi emissari. In una lettera a Costantino Nigra, prima dell’incontro di Teano tra il re e il generale nizzardo, scrisse: “Il re si è deciso a marciare su Napoli per ridurre alla ragione Garibaldi e gettare a mare quel nido di rossi repubblicani e di demagoghi socialisti che si è formato intorno a lui”. Il conte di Cavour, liberale e autoritario al tempo stesso, uomo politico cinico e sottile che aveva commentato il ’48 francese esortando a rispettare l’ordine materiale e morale della civiltà contro le aggressioni dei “soldati dell’anarchia”, acerrimo nemico di Mazzini, era convinto dal canto suo che i problemi sociali delle classi meno agiate dovessero essere risolti entro i confini della “vera scienza economica” e secondo un sistema di carità legale sul modello britannico, ed era chiaramente avverso alle posizioni repubblicane e democratiche che venivano accusate indiscriminatamente di “comunismo” onde poter serrare le file contro le pretese più radicali del Partito d’Azione. Tuttavia Mazzini, nel frattempo, e insieme a lui Agostino Bertani (fondatore dell’estrema sinistra storica), Cattaneo e Alberto Mario, volevano evitare l’annessione pura e semplice per subordinarla all’Unità con Roma capitale, mentre Garibaldi dava prova del suo lealismo nei confronti di Vittorio Emanuele II il quale, tuttavia, subiva notevolmente l’ascendente di Cavour e delle sue trame che miravano a tutelare la ragione “liberale” e i rapporti strategici con la Francia. L’assenza di compattezza del fronte democratico (Garibaldi, Pisacane e Felice Orsini si erano distaccati da Mazzini), i tatticismi cavouriani, la mancanza di una visione sistematica del socialismo (ancora nella sua fase embrionale) e di una piattaforma strategica della rivoluzione nazionale (nonostante i saggi di Pisacane) furono fattori che naturalmente contribuirono a determinare l’egemonizzazione da parte del partito moderato del progetto unitario e a ragione Vittorio Emanuele II poté dire di avere in tasca il Partito d’azione.

In questo contesto (quello repubblicano), tra i più grandi esponenti del dibattito risorgimentale quelli che, tra i primi introdussero il tema del socialismo e dell’importanza della questione agraria accanto a quella nazionale, discostandosi da Mazzini il quale era fedele al principio della collaborazione tra classi e all’idea dell’assoluta preminenza della questione unitaria e dell’indipendenza, vanno certamente ricordati Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane. Il primo, sotto l’influenza di idee proudhoniane, propugnava la necessità della riforma del latifondo, un’idea di uguaglianza illuministica che pone in essere una legge agraria progressiva, un’idea di proprietà fondata sul lavoro e la lotta contro i privilegi feudali. In effetti, il pensiero del Ferrari è un radicalismo egualitario a carattere precapitalistico che prende in considerazione la questione della redistribuzione della ricchezza con il solo riferimento alla proprietà terriera, pensiero che ovviamente risente della sua formazione settecentesca ma anche dei limiti oggettivi della realtà sociale italiana. D’altro canto, il Ferrari sosteneva che all’obiettivo unitario bisognava anteporre la questione della libertà intesa non in termini formali ma come rivoluzione dell’ordinamento sociale nel passaggio dall’assolutismo feudale al socialismo. Scriverà infatti: “La libertà, la sovranità, l’indipendenza non sono che menzogne là dove il ricco schiaccia il povero, là dove il povero non può nulla se non si affanna a procacciar delizie ai ricchi”[2]. Carlo Pisacane, d’altro canto, è un convinto assertore della rivoluzione sociale, dell’equivalenza tra dominio austriaco e Regno sabaudo, e riteneva che il corso della storia potesse modificarsi con l’indispensabile concorso della rivoluzione delle idee e sosteneva la democratizzazione effettiva dell’istruzione, dei mezzi di lavoro e dell’esercito. Pisacane auspicava una rivoluzione senza un effettivo sviluppo dell’economia capitalistica ritenuto fonte di miseria e regresso da un lato, e di concentrazione di profitti in mano a pochi dall’altro, e si discostava dal Ferrari per la priorità accordata all’indipendenza nazionale e per il suo intento di coniugare rivoluzione sociale e rivoluzione nazionale, e, dunque di animare la lotta per l’indipendenza con l’ideale socialista: “Questo primo sentimento di disgusto, per lo stato presente, che già comincia a palesarsi nel popolo, è il germe della futura rivoluzione italiana, germe che i pensatori dovrebbero svolgere, elaborare, discutere, formulare, renderlo popolare e farne la bandiera di un partito”.[3]

Nei fatti, tuttavia, l’incameramento dell’esito del processo risorgimentale da parte dell’ala moderata con a capo Cavour e Vittorio Emanuele II si concretizzò anche grazie al prezioso e generoso contributo dell’ala repubblicana che, d’altro canto, pagava le proprie ingenuità, le divisioni e la transizione verso il pragmatismo cavouriano, nonostante l’ammirevole volontarismo, il magnifico impegno di Mazzini e il socialismo istintivo di Garibaldi. L’incameramento e la cooptazione di molti uomini garibaldini e mazziniani che andarono a comporre l’ala “sinistra” del partito piemontese dando così vita al trasformismo nella sua fase originaria, determinarono il successo sabaudo e la direzione delle politiche post-unitarie in senso liberal-liberista e in senso repressivo come nel caso della rivolta del sette e mezzo di Palermo del 1866, dove la rivolta coinvolse diversi ex mazziniani, garibaldini e anarchici come Francesco Bonafede Oddo il quale prese parte alla Prima Internazionale e fu di fatto uno dei principali organizzatori dell’insurrezione in quanto segretario del Comitato rivoluzionario. L’insurrezione, definita come “l’ultima fiammata del Risorgimento”, anche se presentava una direzione ibrida e amorfa, si concluse dopo sette giorni e mezzo con l’intervento dell’esercito guidato da Cadorna ma le cause della rivolta (colera, fiscalismo gravoso, misure poliziesche, coscrizione obbligatoria e l’incapacità sabauda) rimasero irrisolte e un anno dopo degli anonimi fissarono a Monte Pellegrino un’enorme bandiera rossa in modo che fosse visibile dalla città e dal mare.

Nel 2021, a 160 anni dall’unità, l’immagine dei protagonisti del Risorgimento si fa sempre più sbiadita, mentre prendono campo tesi revisionistiche molto spesso tendenziose e volte a denigrare l’unificazione Italiana in modo impietoso e con l’obiettivo, non tanto velato, di istigare “separatismi” improbabili. Se da un lato, l’approccio critico è necessario ai fini della comprensione di questioni rilevanti e irrisolte come quella meridionale, dall’altro non si può non concordare con Alessandro Barbero quando sostiene che, per quanto riguarda certo revisionismo (neoborbonico, indipendentista, ecc.), se non sono i fini ad essere immondi lo sono i mezzi ma, come diceva Jean-Paul Sartre, sono i mezzi a qualificare il fine. Il tema del Mezzogiorno d’Italia e del necessario inserimento nella coscienza collettiva delle criticità, le iniquità e gli errori palesi delle politiche post-unitarie della destra storica e le disuguaglianze conseguenti, non può obnubilare la memoria del percorso unitario in cui l’immenso sforzo e il sacrificio del meridione, dove il sentimento nazionale unitario e repubblicano era vivido, diedero un contributo decisivo alla causa garibaldina. La rivendicazione meridionalista può trarre giovamento da una corretta analisi dei fatti storici che rifugge dai sensazionalismi e dagli errori uguali e contrari della retorica storiografica da un lato, e del revisionismo denigratorio dall’altro. D’altronde fu proprio lo storico meridionalista Gaetano Salvemini a sottolineare che “chi confronta le condizioni dei poveri in Italia nel 1860 con quelle del 1900, passa dalla notte, se non ad un meriggio abbagliante, ad una aurora abbastanza promettente. In altre parole il Risorgimento italiano non riuscì utile ai soli ricchi: anche i poveri cominciarono a diventare meno poveri. Esso non fu una rivoluzione tradita: fu un rinnovamento, assai faticoso e penoso, quale era possibile in una patria quale era l’Italia.”[4] Come d’altronde è innegabile che fu proprio nei due decenni del miracolo economico e del modello economico dirigista che lo storico divario Nord-Sud conosce un momento di attenuazione grazie anche al parziale rimedio della Cassa per il mezzogiorno e ai relativi investimenti strategici.

In definitiva, parole d’ordine come solidarietà nazionale ed equità territoriale sono senza dubbio necessarie per dare concretezza e sostanza allo spirito unitario, che negli ultimi 30-40 anni di storia repubblicana, è stato progressivamente indebolito a causa dell’avvento dei regionalismi, delle retoriche secessioniste e della disapplicazione dell’obiettivo costituzionale della perequazione.

Nel 1880 Garibaldi scrisse “tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita” riferendosi alla piemontesizzazione che, come ebbe modo di dire in un’altra lettera del 1863 agli elettori napoletani motivando la rassegnazione del mandato, provocò il “vituperio della Sicilia” alla quale il generale era legato per ragioni ideali arrivando a definirla “la mia seconda terra d’adozione […] in essa furono offesi il diritto e l’onore, compromessa la salute di tutta l’Italia”[5]. Pensare un’altra Italia è la vera sfida della politica contemporanea perché solo integrando le ragioni dei “meno ricchi” che si può pensare di rinsaldare l’unità nazionale e d’altronde, il Risorgimento, con i suoi pregi e i suoi limiti, e il suo patrimonio di idee e ideali sommerso, è ancora lì a insegnare a un presente imbevuto di consumismo, teatrocrazia e falsi miti, che la storia può muoversi in senso progressivo o regressivo in ragione dei rapporti di forza che si vengono a instaurare. Sta a noi Italiani del XXI secolo trarre giovamento da questa lezione.


[1] Antonio Gramsci, “La Questione meridionale”, cit., p. 5

[2] Giuseppe Ferrari, “La Federazione repubblicana”, cit., p. 155

[3] Carlo Pisacane, “Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49”, Ed. Avanti!, cit., p. 333

[4] Gaetano Salvemini, “Scritti sul Risorgimento, cit., p. 471

[5] Giuseppe Garibaldi, “Lettere e Proclami”, Edizioni librarie siciliane, cit., p. 249